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Scritto da: Professione e Formazione

Scompare la Direction de l’architecture

Parigi. Gli architetti, le scuole di Architettura e più in generale la cultura architettonica francese hanno fatto sentire forte, e da più parti, la loro voce contro la decisione presa all’inizio dell’anno da Frédéric Mitterrand, ministro della Cultura e della comunicazione, di cancellare dall’organigramma del suo ministero la Direction de l’architecture et du patrimoine. È apparsa a molti una beffa proprio nel momento in cui il prestigioso ministero della Cultura e della comunicazione compiva cinquanta anni. Voluto dal generale De Gaulle nel 1959, era stato consegnato nelle mani di un intellettuale del calibro di André Malraux, affinché ne concepisse la missione e ne tracciasse gli obiettivi, indirizzati «a rendere accessibili al maggior numero di francesi le opere più significative dell’umanità, ad assicurare al patrimonio culturale francese un’eco e un’audience di ampio respiro, a favorire la creazione delle opere dell’arte e della mente che potessero arricchire ogni aspetto della vita umana». In questo programma l’architettura costituiva un motore privilegiato della cultura. Ciò che da quel momento è stato realizzato, non solo i nuovi monumenti ma il costruito diffuso dell’architettura contemporanea, ha prodotto nel tempo un patrimonio che ha dimostrato di essere all’altezza di quella missione e costituisce, ancor oggi, la testimonianza di un’evoluzione fertile nel campo della creazione dell’architettura.
Voluto dal generale De Gaulle nel 1959, era stato consegnato nelle mani di un intellettuale del calibro di André Malraux, affinché ne concepisse la missione e ne tracciasse gli obiettivi, indirizzati «a rendere accessibili al maggior numero di francesi le opere più significative dell’umanità, ad assicurare al patrimonio culturale francese un’eco e un’audience di ampio respiro, a favorire la creazione delle opere dell’arte e della mente che potessero arricchire ogni aspetto della vita umana». In questo programma l’architettura costituiva un motore privilegiato della cultura. Ciò che da quel momento è stato realizzato, non solo i nuovi monumenti ma il costruito diffuso dell’architettura contemporanea, ha prodotto nel tempo un patrimonio che ha dimostrato di essere all’altezza di quella missione e costituisce, ancor oggi, la testimonianza di un’evoluzione fertile nel campo della creazione dell’architettura.
In un programma così delineato, la nascita, alla fine degli anni novanta, della Direction de l’architecture et du patrimoine era stato il segnale della volontà di accelerare l’azione di pilotaggio dello stato nei processi di definizione di una cultura dell’architettura a 360°, risultato di un’azione non solo professionale. La denominazione stessa della Direzione, tesa a coniugare il binomio architettura/patrimonio, stava a indicare la necessità d’instaurare una più diretta sinergia fra componenti fino a quel momento separate (quando non in competizione) della pratica dell’architettura. In un processo che vedeva coinvolti, nell’ottica- sempre più rara – di uno scambio interdisciplinare, la ricerca storica e l’insegnamento, la professione e la sua declinazione creativa, le competenze provenienti dagli archivi e dai musei, si era pervenuti alla messa a punto di un quadro di consapevolezza dell’azione dello Stato nella governance dell’architettura che ha dato frutti positivi e riconosciuti in campo internazionale. Da un lato, lo Stato era presente nell’assicurare il controllo e la qualità sulle nuove architetture; dall’altro, si sono via via precisate le necessarie competenze per operare nella direzione della conservazione del costruito in termini di memoria, anche recente, delle trasformazioni del territorio, delle architetture e dei suoi paesaggi.
In un documento approvato a fine gennaio, all’unanimità, dal consiglio di amministrazione e dal consiglio di facoltà dell’École nationale supérieure d’architecture de Paris La Villette (uno dei baluardi dell’intellighenzia architettonica francese) si legge: «[questa scomparsa] è l’ultima tappa di una regressione istituzionale, che mette in rilievo il crescente disinteresse verso la disciplina, la pratica e l’insegnamento dell’architettura, e di cui si sono sentite le avvisaglie già da alcuni anni… [essa] segna l’abbandono definitivo di ogni seria prospettiva politica per l’architettura, sommersa dalla fanfara ideologica, relegata nel suo solo insegnamento, ma lontana anni luce dalle sfide del nuovo millennio… Inesorabilmente, una prospettiva politica dell’architettura, coscientemente indirizzata verso i nuovi fruitori, segnata da nuovi limiti e strumenti, si troverà in una posizione debole nei confronti di un processo di definizione dei criteri e dei mezzi di rappresentazione di un dispositivo patrimoniale che assegnerà i suoi compiti all’architettura unicamente per default». Dietro questa presa di posizione, certamente forte, s’intuisce quella debolezza che resta uno dei punti delicati della formazione dell’architetto in Francia, ossia l’ambigua collocazione dell’insegnamento e della ricerca fuori dal quadro istituzionale dell’università.
Altrettanta ambiguità traspariva nelle parole del ministro Mitterrand che, in occasione della consegna dell’Équerre d’Argent, l’11 febbraio scorso, ha esordito dicendo: «L’architettura è per me indissociabile dalla cultura. È al centro dello slancio vitale del mio ministero. […] Assumo, alla testa del ministero, la tutela dell’architettura e degli architetti». Per poi affermare, con cinico umorismo: «Ho auspicato che il direttore, aggiunto al direttore generale dei patrimoni, si occupi dell’architettura, il che manifesta il ruolo eminente e perenne riservato a questa disciplina. In una parola, non è perché abbiamo cambiato l’architettura di direzione, è perché non c’è più direzione dell’architettura!».
Si tratta di una di quelle alchimie della politica di cui, per guardare al nostro Paese, la governance della già Direzione per l’architettura del ministero per i Beni e le attività culturali soffre da alcuni anni. Una sfida carica di molte aspettative è quella che attende la neonata Fondazione Maxxi, cui, come recita il nome, sono affidati i difficili (ma non infelici, ci auguriamo) destini dell’architettura italiana del xxi secolo.

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Last modified: 17 Luglio 2015