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Paola BiancoWritten by: Professione e Formazione

Glenn Murcutt al Cersaie: no compromise

La conferenza stampa e lectio magistralis del Premio Pritzker australiano a Bologna per gli incontri “costruire, abitare, pensare”

 

BOLOGNA. Incontrare oggi il quasi ottantenne Glenn Murcutt (nato a Londra nel 1936 da genitori australiani, cresciuto in parte in Papua Nuova Guinea e successivamente tornato nel paese dei canguri) provoca una duplice sensazione: da una parte, ha l’aspetto rassicurante di un padre -per i più giovani, di un nonno-, con la sua giacca fin troppo ampia e lo sguardo bonario; dall’altra, ha l’eloquio e la determinazione di una persona molto più giovane della sua età.

In conferenza stampa parla a ruota libera, sulla base di poche suggestioni offerte dalla platea di giornalisti accorsi -non numerosissimi, per la verità- ad ascoltarlo. E lui è lì, a pochi passi, disponibile a raccontare del suo paese, l’Australia, che più che altro è un continente, instancabile a descriverne la flora, la fauna e il clima. Chi lo ascolta parte inevitabilmente per un viaggio la cui meta è, ai nostri occhi di uomini appartenenti all’emisfero boreale, tanto sconosciuta quanto affascinante.

Nell’introdurlo Francesco Dal Co non ha esitato, e con buoni motivi, a definirlo “radicale”: Murcutt per buona parte della propria carriera ha rifiutato di avere collaboratori fissi, avvalendosi solo sporadicamente dell’aiuto della moglie (architetto a sua volta) e negli anni più recenti di studi esterni, quando gli sono state commissionate opere di maggiori dimensioni. Non ha mai fatto ricorso al computer (solo negli ultimi anni pare abbia iniziato a usarne uno). Disegna molto a mano ed esorta gli architetti a farlo con costanza, come un esercizio della mente: a tal proposito, suggerisce la lettura del saggio La mano che pensa di Juhani Pallasmaa, per ristabilire un rapporto “corretto” tra visione e manualità. Non costruisce al di fuori del proprio Paese, perché solo di quello conosce adeguatamente lingua e cultura (“I think it is a great problem thinking that you can practice anywhere in the world. You cannot practice, in my view, in other parts without speaking the language fluently. You don’t know the culture if you don’t know the language”).

La carriera del Pritzker Prize n. 24 – ricevuto nel 2002 – (questa è peraltro la settima occasione consecutiva che il Cersaie ospita lectio magistralis di premiati con quello che si può definire il Nobel dell’architettura e per questo, agli organizzatori della Fiera con il programma “costruire, abitare, pensare” va un sentito ringraziamento) si è dipanata essenzialmente tra la costruzione di case unifamiliari nell’Australia meridionale. Con il tempo sono apparse anche alcune commissioni per edifici di tipologie diverse: un museo, il centro visite di un parco, un centro d’arte; attualmente è in costruzione una moschea a Melbourne.

Architetto “verde” ante litteram, ancora oggi dichiara “I work with nature, not against nature. I absorb nature, not reject it”. Si inalbera quando sente parlare di prodotti “green” e di “green washing” (“It is the worst-end of sustainability”). Al termine “sostenibilità” preferisce “responsabilità”.

Si appassiona particolarmente quando gli si chiede dei giovani e di quale sarà la sua eredità professionale (ricordiamo che l’unico erede legittimo, il figlio Nicholas, a sua volta brillante architetto, è morto di malattia nel 2011). Murcutt risponde che il suo lascito è dato dall’aver insegnato in decine di università internazionalmente (dagli Stati Uniti all’Europa e naturalmente in Australia) e dal dedicare tempo costantemente agli studenti che da tutto il mondo lo vanno a cercare.

Durante la lectio scorrono sullo schermo le sue principali realizzazioni, commentate senza sosta come se fosse un fiume in piena. Da tali immagini risultano evidenti sia il “marchio di fabbrica” sia la costante tensione verso nuove sfide. Il tutto senza avere mai, a suo dire, ceduto a compromessi: “Se si accetta un compromesso per un cliente, la prossima volta te ne potrà chiedere un altro, magari maggiore; così si va verso una china discendente, che rischia di non fermarsi mai. Ho sempre cercato di trovare una soluzione diversa, di migliorare, è questo il mio obiettivo ed ho sempre lavorato per questo”.

Un uomo solitario del secolo scorso, la cui lezione tuttavia gli architetti odierni non dovrebbero trascurare, tanto somiglia a quella dei maestri del passato (Mies su tutti).

 

WEB

sito ufficiale: www.ozetecture.org

un’interessante intervista

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Last modified: 12 Ottobre 2015