Carlo Olmo, riflettendo sul futuro delle scuole di architettura, invoca il ritorno a unetica della responsabilità.
Provo a corrispondere a questo invito premettendo che la mia posizione (dirigo un grande, troppo grande dipartimento di architettura, urbanistica e studi urbani al Politecnico di Milano, non essendo architetto e provenendo da studi diversi), da una parte mi spinge ad una assunzione di responsabilità legata al ruolo, dall’altra mi suggerisce le cautele dovute dalla mia storia di outsider.
La mia ipotesi è che la riflessione sul destino delle scuole di architettura debba partire da alcuni dati di realtà, da un’attenzione ad alcune dimensioni strutturali che solo in parte sono leggibili guardando le pur disastrose vicende legislative e regolative delluniversità italiana, di cui Olmo dà conto in modo mirabile.
Cito le tre questioni che mi sembrano cruciali.
La prima ha a che vedere con il nesso sempre più labile tra università e cultura, ossia la fine delluniversità novecentesca, di cui solo ora vediamo con precisione i contorni e gli effetti plurimi, che in realtà ha cominciato a finire negli anni 60, con lavvio dei processi che hanno portato alluniversità di massa (nellanno accademico 1951-52 si immatricolavano alla Facoltà di Architettura di Milano 141 studenti; nel 2013-2014, prima del drastico taglio previsto per lattuale anno accademico, le immatricolazioni nei corsi di laurea triennali di architettura delle due scuole milanesi erano oltre 1.500). Le conseguenze di questo disaccoppiamento tra produzione culturale e formazione accademica sono dirompenti, e non ho modo di discuterne in questa sede. Per quanto riguarda gli studi di architettura, quel che mi sembra radicalmente venir meno è la capacità di pensare al ruolo dellarchitettura, dellurbanistica e degli studi urbani sia nella formazione delle classi dirigenti, sia nella costruzione e alimentazione della sfera pubblica, europea, nazionale e locale. Se è così, allora il primo nodo intorno al quale riflettere è che idea abbiamo dellarchitettura nella società e nella cultura italiana, in questa fase convulsa della sua storia.
La seconda questione ha a che vedere con la crisi del settore edilizio e delle costruzioni, dentro la crisi più generale delleconomia italiana. Se non si pensa, e io non lo penso, che comunque la nottata deve finire e che il ciclo edilizio prima o poi ripartirà come nulla fosse successo; se è in gioco la ridefinizione del modello di sviluppo e del ruolo del nostro Paese nella divisione internazionale del lavoro; se la prospettiva italiana ed europea è immaginare uno sviluppo oltre la crescita, incardinato sui temi del riuso, del recupero e del riciclo, allora alcuni cardini dei nostri percorsi e modelli formativi, ma persino delle nostre alleanze con il mondo della produzione, vanno radicalmente ripensati. E vanno ripensati anche quando, giustamente, formiamo giovani architetti che andranno a lavorare in Vietnam o giovani africani o sudamericani che vengono a studiare da noi e che ci chiedono di aiutarli a leggere, pensare e progettare il più grande processo di urbanizzazione a cui il mondo abbia mai assistito.
Infine, la terza questione intercetta la radicale crisi della domanda di formazione nel campo dellarchitettura: in un Paese con 150mila architetti (oltre un quarto degli architetti europei!), nel quale la capacità di assorbimento nel mercato del lavoro domestico è estremamente ridotta, non dovrebbe stupire il drastico calo delle immatricolazioni. Non si tratta solo del contraccolpo rispetto allassurda proliferazione di sedi e progetti formativi troppo localistici; si tratta di assumere in modo radicale il tema della riduzione strutturale dellofferta attivando un processo governato che sia qualcosa di diverso da una clamorosa ritirata.
Sono questioni certamente non facili da trattare, che richiedono anche una robusta capacità organizzativa e gestionale. Ma questa capacità, da sola, non basta: come mi sembra suggerisse Olmo, va compiuto uno sforzo eccezionale di natura culturale, di ridefinizione degli orizzonti di senso dell’insegnamento universitario dellarchitettura dentro un’idea più ampia della società italiana, delle sue città, dei suoi paesaggi e territori plurali.
Dunque, si tratta di mettere in campo un ripensamento dellofferta formativa (pur con mille limiti il Politecnico di Milano ci sta provando, nella direzione della riforma e riorganizzazione unitaria degli studi di architettura), nuove alleanze disciplinari, costruzione di una riflessione pubblica che almeno in parte provi a fare agenda a livello locale e nazionale, assunzione di un principio di responsabilità innanzitutto nei confronti degli studenti, ma più in generale verso il Paese.
Non sarà facile e non sarà scontato: ma solo a queste condizioni sarà possibile ridare un futuro alle scuole di architettura ed evitare le derive denunciate dal contributo di Carlo Olmo.
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