Negli ultimi anni le aggressioni al patrimonio monumentale da parte di un certo tipo di cultura architettonica divulgata da patinate riviste si fanno sempre più frequenti. Sostenendo le presunte ragioni dellarchitettura contemporanea e della sua libertà di espressione, sintende motivare interventi che attaccano violentemente lintegrità o tendono ad annullare la stessa identità-autenticità dei monumenti. Dal Teatro di Sagunto alla Scala di Milano, allOpera di Lione, dalla Punta della Dogana al Fontego dei Tedeschi, alle Gallerie dellAccademia a Venezia, lelenco è assai lungo e gli attacchi sempre più frequenti, al punto da richiamare lattenzione degli studiosi in ambito internazionale che si sono riuniti in svariate occasioni per mettere a fuoco e stigmatizzare questa pericolosa tendenza. Fra tali incontri è da segnalare il convegno del 2010 tenutosi a Cracovia, dove è stato prodotto e diffuso un aggiornamento di Carta Cracovia 2000 che denuncia tali ripetute aggressioni e il sottofondo culturale dal quale esse traggono linfa e motivazioni. In Carta Cracovia dieci anni dopo si segnala infatti «la preoccupante tendenza in atto per la quale il patrimonio costruito viene aggredito con interventi che vengono impropriamente definiti restauri, configurandosi invece come progettazione architettonica secondo quanto precisato e stigmatizzato dalla Carta di Venezia che costituisce il fondamento stesso di quella di Cracovia. Una forzata interpretazione di quanto in essa prescritto relativamente al segno della nostra epoca conduce spesso i progettisti a sovrapporre nei monumenti espressioni linguistiche totalmente difformi da quelle degli edifici che si dovrebbero conservare. E questo in palese contrasto con quanto prescritto agli articoli 12 e 13 del documento».
In questo contesto si situa senzalcun dubbio il progetto per la «ristrutturazione» dellex Ospedale SantAgostino a Modena. Ma qui, più che altrove, è da soffermare lattenzione proprio su quanto viene affermato dai progettisti a sostegno del loro operato. Questi, infatti, rispondendo sulla «Gazzetta di Modena» del 7 febbraio a un intervento di Elio Garzillo che giudicava negativamente il progetto, sostengono che le critiche muovono da «unidea schematica ed apodittica dei restauri che da molto tempo non risponde più agli orientamenti che in questo campo prevalgono in Italia e in Europa».
È in questa affermazione, che pone le obiezioni e le critiche in un sostrato culturale che si vorrebbe far intendere come sorpassato, consiste, a mio avviso, il pericolo maggiore non solo per i monumenti ma per tutto il patrimonio costruito; forse ancora maggiore della stessa natura e configurazione del progetto del SantAgostino. Abbiamo visto infatti, e vedremo in seguito, che è invece la visione culturale a cui fanno riferimento i progettisti a proporsi come decisamente estranea al mondo culturale della conservazione e del restauro.
Il primo punto argomentato a difesa del progetto è già chiaramente significativo, là dove si afferma che si vuole «rendere chiaro [
] il rapporto tra conservazione e restauro degli edifici antichi e lapporto architettonico innovativo necessario al loro futuro utilizzo». Viene subito qui enunciato, e ritenuto «punto cruciale», un argomento che è alla base di tutti gli equivoci che, come in questo caso, vorrebbero giustificare interventi impropri sui monumenti. «Il progetto per il SantAgostino», si afferma, «ha per sua natura e statuto due componenti». Queste due componenti vengono definite «progetto di restauro e progetto delle nuove parti architettoniche, strutturali, impiantistiche». Larchitetto Garzillo viene accusato dai progettisti di occuparsi soltanto della «componente del restauro».
Posta, e imposta, questa dicotomia tra restauro e architettura del «nuovo», viene di seguito data motivazione, nellarticolo, ai punti più critici dellintervento, quelli che aggrediscono il monumento nella sua autenticità: i padiglioni che occupano i cortili, la copertura del cortile triangolare, le cosiddette «lame», enormi torri di 23 metri che devastano la spazialità autentica del complesso, i nuovi mezzanini e quanto in riferimento alle librerie storiche. Ma le motivazioni che vengono addotte a sostegno di questi interventi non si riferiscono più allambito del restauro ma e ricadono invece esclusivamente nella logica di ciò che troppi, e in modo troppo stucchevole, definiscono oggi «il nuovo»; tali motivazioni riguardano infatti parametri e criteri meramente funzionali e tecnici che non si confrontano più con il costruito esistente, con la sua logica, con il concatenamento dei sui spazi e con la composizione-disposizione dei suoi volumi e delle sue superfici, ma soltanto con le regole proprie della tecnica, oltre che con quelle del mercato delle immagini.
Esse infatti, nel progetto come nelle argomentazioni dei progettisti, non fanno riferimento alla disciplina del restauro, ma a quel «progetto delle nuove parti», dalla logica delle quali discenderà «ladattamento al nuovo uso». Insomma, come affermano gli architetti, i progetti sono due: uno definito «di restauro» e uno «di nuova architettura»; e questo a prescindere totalmente dalle raccomandazioni dellarticolo 9 della Carta di Venezia. È chiaro in questo senso, allora, che ai restauratori, in procedimenti di questo tipo, viene affidato soltanto il compito di «conservare» quei tratti delledificio che non danno noia alle necessità del «nuovo»; laddove a questultimo viene concesso invece dimporre la sua logica là dove gli necessita, a prescindere dalla logica delledificio esistente. Così, nel nostro caso, se si deve traslocare la libreria, si possono inventare le «lame» in dispregio alla spazialità dellesistente; se cè bisogno di nuovo spazio, ecco i padiglioni, la copertura del cortile, i nuovi mezzanini, e così via! Le motivazioni ci sono sempre: sono rappresentate unicamente dalle richieste funzionali della committenza, anche se il monumento non le accetta. Delle due logiche, quella del «vecchio» e quella del «nuovo», quando sono in contrasto, è la prima a soccombere in nome della presunta irrinunciabilità alle esigenze funzionali, con la pretesa motivazione addotta da molti, che consisterebbe nel fatto che «si è sempre fatto così»; in fondo anche il Palladio a Vicenza ha totalmente trasformato la Basilica: perché non dovremmo comportarci anche noi così oggi?
Ma, in realtà, questa affermata e sostenuta dicotomia tra il progetto di restauro e il progetto del «nuovo» non è stata codificata da nessuna parte; anzi, la legislazione delle opere pubbliche che riguarda i beni culturali e lo stesso Codice del 2004 affermano che vi deve essere un unico progetto che riguarda i cosiddetti monumenti e cioè lintero patrimonio costruito; e tale progetto viene definito di «restauro». È infatti in questo progetto unitario che confluiscono le varie branche disciplinari che ne sono imprescindibili parti, come quella strutturale e quella impiantistica, che devono anchesse tendere a ununica direzione che è la conservazione e la tutela della vita delledificio nella sua autenticità e il suo utilizzo da parte della comunità. Utilizzo che potrà realizzarsi, in modo conforme alla sua salvaguardia, solo dallesplicazione delle potenzialità duso già presenti in esso, nella logica di articolazione e sequenza degli spazi, secondo ben precisi parametri distributivi e compositivi. Ununica attività progettuale, dunque, può avere a cura la conservazione dei monumenti; e questa è soltanto il restauro che, nella sua centralità disciplinare e operativa, media le varie componenti delle discipline che in esso confluiscono; e non può essere certo il risultato di unimpossibile dialettica tra il restauro stesso e le varie altre discipline. Il restauro dellarchitettura, in quanto tale, come sintesi di diversi saperi finalizzati alla conservazione delledificio, deve contenere e prendere in considerazione, al suo interno, anche quelle parti di nuova architettura indispensabili alluso del bene, ma che non possono configurarsi come esito di altre discipline estranee o contrapposte, sia pur dialetticamente, al restauro stesso. Solo attraverso la centralità della disciplina del restauro, ci si può rapportare a quella logica del costruito che ancora esiste, è attuale e nella quale possiamo riconoscerci e che, infine, non può essere contraddetta, pena la perdita del monumento stesso. Quella stessa logica che ci può sostenere nellaffermare che quelle determinate funzioni sono incompatibili con lintegrità sostanziale del monumento, e con la sua autenticità, con il suo essere se stesso senza diventare unaltra cosa, che ci può anche consentire di dire «no» alla committenza, in nome di quel giuramento di Vitruvio che recentemente Salvatore Settis individuava come indispensabile fondamento etico dellagire dellarchitetto.
I restauri e quella malintesa dicotomia tra «vecchio» e «nuovo»




















