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Scritto da: Città e Territorio

La seconda vita della stazione di benzina di Mies van der Rohe

La seconda vita della stazione di benzina di Mies van der Rohe

Montréal. «Someone has to solve the problem», proclamava Mies van der Rohe apostrofando la scarsa attenzione solitamente riservata al progetto di stazioni di servizio. Tipologia di per sé poco nobile e attraente per prestarle considerazione, soprattutto nella densa attività lavorativa di un architetto ormai ottantenne all’apice della carriera. Eppure non fu così, non lo fu per Mies quando, coinvolto dalla Metropolitan Structures di Chicago nel vasto progetto di urbanizzazione per l’Ile des sœurs a Montréal, s’impegna tra il 1967 e il 1968 a costruire per la compagnia Imperial Oil Limited (Esso) un nuovo prototipo di distributore. Una semplice, solida pensilina rettangolare nera sorretta da una struttura d’acciaio, anch’essa dipinta di nero. Dove, sotto una partitura musicale di neon andavano a sistemarsi, nella trasparenza di blocchi in vetro, le diverse funzioni: dai locali di accoglienza al garage-officina. Un progetto unitario raccontato da un edificio in dialogo col suo contesto, da spazi interni declinati nei minimi dettagli di arredo, fino ai più accessori elementi come le pompe di benzina e la tondeggiante insegna sistemata poco più in là.
Un capolavoro di cui già nel 2004 sul «Bulletin» del Do.co.mo.mo. si denunciava l’inserimento nella pingue categoria di «patrimonio a rischio», dando avvio a una lunga battaglia per la sua salvaguardia. Ed è proprio grazie all’interessamento del Do.co.mo.mo che il Conseil du patrimoine de Montréal decide di redigere una proposta per «une stratégie en vue d’assurer la conservation» della stazione di servizio. Una strategia che passa attraverso la condivisione del suo valore, non senza la consapevolezza della difficoltà che è alla base di una qualsiasi ipotesi di restauro e riuso cui è vincolata la struttura. Di lì a qualche anno, passato tra dibattiti, incontri, assemblee e vicissitudini di varia natura, tra cui la chiusura e l’abbandono dell’edificio nel 2008, si riesce a concretizzarne la Citation à titre de monument historique quale percorso obbligato verso una tutela attiva del manufatto. Un processo finalizzato alla conservazione di un edificio che nel tempo ha subito solo piccole trasformazioni (la risistemazione interna del chiosco di accoglienza con l’aggiunta di partizioni nel 1990 e la successiva conversione in autolavaggio) che, tuttavia, non ne hanno compromesso la lettura.
Riconvertita in centro ricreativo culturale per giovani e anziani dallo studio canadese Fabg, già autore del recupero del padiglione Usa costruito da Buckminster Fuller per l’Expo 67 di Montréal, la stazione di servizio ha mantenuto intatte le sue peculiarità sia strutturali che materiche (grazie anche al consolidamento e risanamento delle pareti sia in vetro che in laterizio). La nuova destinazione a Maison des générations, individuata anche tramite un referendum, ha lasciato indietro le altre soluzioni prospettate come quella di trasformare la stazione di servizio in un mercato floreale o in un pit-stop per ciclisti. Le difficoltà maggiori, stando alle parole degli architetti coinvolti nel progetto, sono state riscontrate proprio nella riorganizzazione degli interni. Le strumentazioni, le finiture e gli arredi, non più originali perché già in precedenza sostituiti, come le stesse pompe del carburante, sono stati rimossi per rendere gli spazi più idonei a ospitare attività comuni (yoga o bridge). L’intervento ha cercato comunque «di rispettare l’idea di Mies ovvero che l’architettura dovrebbe semplicemente fornire uno sfondo neutro per la vita umana». In linea con questo pensiero sono stati portati all’interno alcuni temi del linguaggio miesiano come la combinazione di bianco e nero, la trasparenza degli spazi, la ritmica disposizione dei tubi fluorescenti (in principio utilizzati per l’intero sistema d’illuminazione). La rifunzionalizzazione ha comportato anche la ricerca di soluzioni per il contenimento energetico, compatibili con i caratteri dell’organismo architettonico. Scartata l’ipotesi di migliorare le prestazioni termiche intervenendo sul curtain wall, perché avrebbe alterato gravemente l’integrità formale, si è optato per la geotermia come fonte energetica principale, unitamente allo sfruttamento dell’effetto canadian well anch’esso finalizzato al contenimento energetico.
L’intervento dimostra come le problematiche del restauro di un’opera contemporanea siano tutt’oggi aperte. In questo caso, l’adeguamento a nuove funzioni, l’urgenza di rispondere ai criteri di sostenibilità energetica, ma soprattutto la perdita dell’unità architettura – arredo, hanno legittimato la linea della reinterpretazione del linguaggio miesiano, piuttosto che la conservazione di ogni minima testimonianza materiale del manufatto.
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Last modified: 19 Luglio 2015