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Scritto da: Città e Territorio

Il contrario di come l’avrebbe percepita Piranesi

Con Paolo Desideri cammino per la nuova stazione Tiburtina, inaugurata ma non ancora in funzione. De Chirico diceva che l’idea della metafisica gli era venuta quando era passato di fronte a un appartamento in cui i vecchi abitanti se ne erano appena andati e i nuovi stavano arrivando. La metafisica quindi come sospensione nel tempo del susseguirsi degli avvenimenti umani, come interregno. La stazione oggi vive questo stato, peculiare delle opere pubbliche italiane. Anche la storia della stazione è tipicamente italiana. Per il Giubileo del 2000 era stato costruito un sovrappasso pedonale a cielo aperto (mai entrato in funzione) sul sedime ferroviario congiungente la testata sulla Nomentana e quella su Pietralata. Nel 2001 le Ferrovie cambiano idea e bandiscono un concorso per una nuova stazione-ponte poggiante sull’esistente piastra. Il concorso viene vinto dallo studio Abdr con un progetto che rimarca il sapore di quella che può essere considerata la zona più metropolitana di Roma. L’idea è di dar vita a una galleria a tutt’altezza sovrastante i binari, la cui struttura in acciaio estradossata sospende una serie di padiglioni che si affacciano sia sulla galleria che all’esterno sui binari. Nelle testate la stazione si articola su una serie di spazi che con una certa sapienza ancorano al terreno e alla vita metropolitana un oggetto che a regime dovrebbe ospitare 300.000 viaggiatori al giorno. Per essere apprezzato, l’edificio va visto al contrario di come vanno percepite da sempre le grandi architetture romane. Piranesi con il suo «Campo Marzio» l’aveva capito: Roma è una collezione di magnificenze, di figure autoreferenziali, autonome e assolute che si susseguono avulse da qualunque regola le possa tenere insieme. Poche le eccezioni, tra cui l’Eur. Una città di architetture di eccezione, quindi, che come tali vanno viste attraverso un cono visivo ristretto, nell’ambito fisico della loro magnificenza. Per la Tiburtina il discorso è diverso. Essa va invece vista con un cono visivo allargato a 360°, come in un diorama, ecco allora che appare il senso ordinatore dell’edificio dato dalla sua orizzontalità sospesa. Nel diorama la stazione appare come la linea di fede di un’ipotetica bussola metropolitana in cui compare lo skyline delle palazzine romane anarchiche e cordiali, dei palazzi intensivi debolmente prepotenti, del tanto verde parcellizzato e dimenticato dove spuntano baracche abusive e orti metropolitani; un mondo eterogeneo dove le infrastrutture, come piante tropicali, hanno trovato a stento spazio. Affacciandomi dalle vetrate della stazione penso che questo grande dispositivo per far apparire la città non dovrebbe essere dedicato a Cavour come di fatto è, perché ha poco a che fare con lo stile razionale e pragmatico del conte; dovrebbe invece essere dedicato a Steve Tamburini e Tanino Liberatore, autori negli anni ottanta dello strepitoso fumetto Rank Xerox, in cui Roma è un pullulare di architetture compulsive su più livelli, di rovine contemporanee ancor più seducenti delle antiche. Al di là del valore paesaggistico della stazione c’è poi la sua architettura. Senza dubbio Abdr si dimostra capace di controllare la grande scala: i segni non si perdono in loro stessi; i materiali variano le loro tonalità senza cadere nell’effetto campionatura; la tecnologia, come avviene nel migliore Renzo Piano, non monumentalizza se stessa ma si assoggetta al senso generale dell’opera. Eppure sopravvivono alcuni ammiccamenti, primo fra tutti i padiglioni blob design sospesi: delle forme un po’ troppo anni novanta, che evidenziano inoltre un conflitto riscontrabile in gran parte del regesto di Desideri; un conflitto tra un’architettura dal sapore ingegneristico e un’architettura invece tendente al design e più in generale a quella «città di latta» che Desideri ci ha fatto conoscere con i suoi studi sulla naif ed eterogenea città adriatica. Per quanto mi riguarda parteggio per la prima delle due anime, per la durezza poco consolatoria della forma tecnica, anonima, che si impone nel paesaggio per la sua figuratività di sfondo e che quando trova la tonalità giusta ha il sapore, come diceva Mies van der Rohe, di qualcosa d’ineluttabile e come tale di epico.

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Last modified: 10 Luglio 2015