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Scritto da: Progetti

L’erede di Walmart rivaluta il brand donando un museo sublime

L’erede di Walmart rivaluta il brand donando un museo sublime

Bentonville (Arkansas). Il Crystal Bridges Museum of American Art aggiunge una nuova importante meta alla mappa culturale degli Stati Uniti pur trovandosi al di fuori dai sentieri battuti del pellegrinaggio culturale. Bentonville, però, non è una cittadina qualunque: è sede del più grande Walmart del mondo, tipicamente associato a quanto c’è di più lontano da un santuario della «cultura alta»: produzione in serie, convenienza, usa e getta. Poiché Walmart è anche noto per le pratiche di sfruttamento della manodopera e per aver delocalizzato la produzione in Cina, la decisione dell’erede Alice Walton di elargire una parte delle sue immense ricchezze alla causa patriottico-filantropica di portare la cultura alta (e squisitamente americana) nella sua cittadina rurale, con una donazione senza precedenti di 1,2 miliardi di dollari, ha causato non poche polemiche.
Situato in una valle ricca di vegetazione, il museo di 201.000 mq circonda un lago artificiale ricavato dallo sbarramento di un torrente alimentato dalla vicina Crystal Spring, da cui prende il nome. Safdie, in collaborazione con lo studio di consulenza ingegneristica internazionale Buro Happold, a partire dal 2000 ha disegnato il complesso di edifici (la cui costruzione è iniziata nel 2008) come un insieme di padiglioni collegati fra loro a formare un percorso circolare attraverso l’esposizione permanente. I tre padiglioni più celebri poggiano sull’acqua e presentano spettacolari coperture a volta che ricordano una tartaruga. Realizzate con archi di legno lamellare sospesi su cavi di dieci centimetri, i tetti sembrano galleggiare nell’aria dando vita a spazi interni mozzafiato che si aprono con generosità sulle vedute della natura circostante. Il risultato è sublime, specie nel caso del padiglione centrale che ospita il caffé e si affaccia sul lago su due lati, fungendo da ponte tra le sponde. Quest’effetto, però, ha il suo prezzo, perché i cavi sono ancorati a enormi contrappesi in cemento che, insieme alle dighe altrettanto massicce sotto il pavimento, compromettono l’idea di un ponte elegante e leggero. Il secondo padiglione-ponte a valle del torrente risulta addirittura più controproducente, con lo spettacolare interno invaso da due semplici scatole rettangolari necessarie per esibire i dipinti al loro interno: sembrano più aggiunte posticce a un vecchio edificio che la voluta variazione sul tema perenne della «casa-dentro-la-casa».
La natura è il leitmotiv del progetto. Il passaggio da uno spazio espositivo all’altro è un’esperienza disseminata, a intervalli regolari, di placide vedute di boschi e laghetti. I materiali sono stati scelti per scolorire e fondersi gradatamente al contesto: prima o poi i tetti di rame diventeranno verdi e le assi di legno grezzo incassate nei pannelli di cemento esterni di un grigio argenteo. Durante i lavori, poi, si è fatto di tutto per non interferire con la foresta oltre il perimetro; impresa non da poco visto che il sito è raggiungibile soltanto mediante una stradina stretta. Eppure viene da chiedersi se la profonda manipolazione del paesaggio, che annovera fra l’altro la deviazione di torrenti naturali e il rivestimento del fondo del lago con la plastica affinché l’acqua resti «cristallina», non sia l’ennesimo esempio di come le esigenze pratiche gravino sulla bellezza di un’idea. È innegabile che nel museo ci sia molto da ammirare, ma il fatto che tale bellezza sia così inscindibilmente legata alle sue insite contraddizioni è forse il simbolo più calzante di un progetto filantropico finanziato dai profitti ricavati dallo sfruttamento di massa. Sui costi dell’operazione aleggia il mistero e sembra che il budget previsto di 50 milioni di dollari sia stato ampiamente sforato, mentre l’avvio del cantiere, nel 2005, era stato inizialmente annunciato per un altro sito.
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Last modified: 21 Luglio 2015