Chi non ricorda limmagine spiacevole delle opere più prestigiose dellepoca Mitterrand, come lArco della Défense o lOpéra Bastille, ricoperte da una rete di protezione cinque anni dopo linaugurazione? Che fine ha fatto il Musée des arts premiers, anche conosciuto con altri appellativi come Musée du quai Branly, il solo grande cantiere parigino degli anni di Chirac? Qual è il suo destino trascorsi i primi cinque anni della tradizionale «garanzia decennale»?
Reti di protezione? Sì, ma solo sulledificio vicino in fase di ristrutturazione! Fuori, la calma del giardino. Un giardino rigoglioso in questo inizio di primavera, malgrado cinque anni fa pensassi ingenuamente che nulla sarebbe mai potuto crescere sotto questo vascello sospeso, metonimia della sua origine coloniale. Eppure su questo suolo parigino, dove la terra è scarsa, la luce manca, là sotto, allombra delle maschere indiane e dei feticci polinesiani, le piante crescono ugualmente. Anziché sembrare selvaggio, il giardino è gradevole, rilassante. E sorvolerò sul muro vegetale di Patrick Blanc che era già aneddotico cinque anni fa.
Dallanno scorso, il visitatore è accolto da unindovinatissima rampa sinuosa di parole luminose, The River, uninstallazione stupefacente di Charles Sandison realizzata grazie al mecenatismo di Pernod Ricard. Le curve di questo lungo percorso daccesso che porta alla navata della galleria principale ci ricordano la promenade architecturale tanto cara a Le Corbusier ma in funzione di controesempio, rivisitato in chiave moderna e disinibita da Jean Nouvel e arricchito dai codici degli anni ottanta: il look e leffetto, la brutalità e la spettacolarità. «Desacralizzare»: ecco il verbo che meglio caratterizza questo museo.
Linterno è sempre immerso nella sua inquietante penombra. Estetica primitivista e atmosfera da savana: una scenografia concepita ancora prima del museo. Il manto di scampoli di cuoio che delimita i percorsi e che ricopre la maggior parte degli schermi e delle «scatole» espositive è come nuovo. Non si scolla in nessun punto e se si notano qua e là dei raccordi imprecisi, si tratta di piccole imperfezioni già presenti al momento dellinaugurazione. Le panchine, o meglio, i rifugi disposti lungo le sponde del fiume, colonna vertebrale del museo, sono sempre accoglienti; e sempre piacevoli sono i pendii pittoreschi del letto del fiume che conferiscono al percorso museale unautentica fluidità, quasi a voler combattere la noia. Qualche visitatore inopportuno potrebbe pensare che si tratti del percorso di un trenino fantasma!
Sono le 15,30 di un mercoledì pomeriggio: non cè quasi anima viva… Ma dove sono i bambini in un giorno come questo in cui non cè scuola? Me lo domando di fianco a una custode del museo che mi risponde: «È normale, il mercoledì pomeriggio è il momento più tranquillo». Alcuni bambini comunque ci sono, ma soprattutto sincontrano degli anziani… E provo la strana sensazione che questo museo sia più piccolo di quanto ricordassi, che in questi cinque anni si sia ristretto. Tuttavia, il senso di smarrimento è sempre lo stesso. Durante una visita di un paio dore, non meno di tre persone, tutte di una certa età, mi hanno chiesto dovera luscita: e notare che ce nè solo una.
Allinterno, gli intradossi dei solai hanno sempre un carattere piuttosto grezzo, così come i depositi; ma è stata una prodezza questa volontà di svelarne il segreto al pubblico. Una prodezza rischiosa, tuttavia; non dimentichiamo lo smembramento preventivo delle collezioni del Musée des arts et traditions populaires e del Musée de lhomme! E poi le «scatole nella scatola»: quanto abbiamo criticato questa scelta allepoca! Una scelta che rompeva volutamente col minimalismo «alla francese», estremista e inutilmente solenne. Ma una volta fatte le dovute riflessioni, dobbiamo arrenderci allevidenza: le collezioni sono così diverse tra loro che si riesce a stento a concepire un altro tipo di distribuzione. Tappeti, statuette, abiti, recipienti, maschere, oggetti provenienti dallAmerica, dallOceania… E infine ci sovviene che (oh sacrilegio!) le scatole sporgenti sulla facciata lungo la Senna sono cieche, interamente dedicate allesposizione degli oggetti, quasi un rifiuto ad aprirsi al panorama e allo spazio!
La stravaganza architettonica contrasta libernazione delle collezioni e la pietrificazione patrimoniale inerente alla funzione museale. Alcuni pezzi di queste collezioni però si potrebbero definire viventi. Si animano e si muovono, a volte fino alleccesso, tanto che il dispositivo scenografico prende il sopravvento sul dispositivo architettonico. Di abiti, per esempio, ce ne sono ovunque in alto sul mezzanino, tutti capi selezionati dallocchio esperto dello stilista Christian Lacroix per una mostra temporanea. Erudita ma fruibile, la grande esposizione è intitolata Dogon: quando lo shock dei volumi incontra lo shock delle culture…
Forme essenziali e spazio allo stato puro: molto spesso linsieme dei grandi cantieri dellepoca Mitterrand (1980-1990) è stato ridotto a questo doppio adagio. Innegabilmente, il quai Branly ha introdotto una rottura in questo (falso) consenso monumentale grazie alla sua composizione rilassata e a tratti perfino trasandata, da cui la risposta contrariata. Ma il futuro dellarchitettura non è più architettonico: questa sentenza pronunciata a più riprese da Nouvel ha fatto emergere una nuova consapevolezza che trova la sua piena realizzazione proprio sulle sponde del lungosenna Branly. Ma ricordiamoci di questa frase, che ho sentito alla curva del fiume presso lentrata del museo; un commento che fa riflettere sulla persistenza delle gerarchie culturali: «…niente da dire, è bello. In ogni caso, è fuori dal comune. Dopo…».
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