Era da anni che Milano aspettava un museo darte contemporanea, dopo che il Civico Museo dArte contemporanea, aperto in fase sperimentale nel 1984, era stato chiuso. Ora il museo finalmente cè, e in una posizione tra le più belle, di fronte ai marmi del Duomo, anche se i suoi spazi, pur grandi, non sono abbastanza estesi per accogliere tutte le collezioni. Il museo si chiama ora «del Novecento», e non genericamente «darte contemporanea», perché si riallaccia da un lato alle collezioni dellOttocento, conservate alla Gam, dallaltro allannunciato «Museo del Presente», per ora rimasto lettera morta.
Punto di forza del museo è il folto nucleo di opere di Boccioni e del Futurismo che, superato «Il Quarto stato» di Pellizza da Volpedo e una scelta di maestri europei prima esposti a Brera nella collezione Jucker (Kandinsky, Klee, Picasso, Braque, Matisse), occupano il primo piano.
Il luogo di più alta spettacolarità, però, soprattutto di sera, è laula a vetri del secondo piano, dove sono scenograficamente collocati lambiente al neon e il soffitto realizzati da Fontana negli anni cinquanta. Tra questi due punti focali ci sono, nellammezzato, le salette monografiche dedicate a De Chirico, Martini, Morandi e Manzoni. Sempre al secondo piano trovano posto il Novecento e larte fra le due guerre. Qui ci si potrebbe interrogare allinfinito se sia giusto, poniamo, esporre quattro opere di Rho e una sola di Rosai, ma il fatto è che sarebbe ingenuo pensare a un museo tucididianamente obiettivo. Nessun museo lo è. Nella massa delle opere disponibili il comitato scientifico, presieduto da Marina Pugliese, ha operato le proprie scelte, lasciando spazio a un gigante come Sironi, pur disseminato in varie sale, e dando il massimo risalto allastrattismo degli anni trenta, dove spiccano gli stupefatti gessi di Melotti.
Fontana, comunque, non è documentato solo con le installazioni, ma in tutta la sua ricerca, dalle opere più materiche ai silenzi dei tagli. Alla sala di Fontana ne segue una più piccola, ma ugualmente intensa, di Burri e unantologia dellinformale italiano, soprattutto milanese e romano. Non poteva mancare, poi, il gruppo Azimuth, nato a pochi passi dal Duomo, che introduce le tendenze cinetiche e programmate. Ecco quindi gli anni sessanta e settanta, dalla Pop Art italiana alla pittura analitica fino allArte Povera, con un doveroso omaggio a Fabro, che a Milano ha vissuto e lavorato tanti anni. Uninstallazione di Parmiggiani chiude idealmente il percorso.
Il Museo del Novecento, però, non è solo una sfilata di opere, ma anche un deposito di documenti, come sottolinea Pugliese: «lettere di Marinetti, archivi di artisti vicini al futurismo come Cangiullo, Piatti, A. Bisi Fabbri, archivio e biblioteca di Claudia Gian Ferrari, dati sul museo digitalizzati e ricchi di informazioni inedite». Per studiosi e non solo.
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