Rovereto (Trento). Memoria biografica, culturale e disciplinare: è su queste tre forme che prosperano i giudizi sulla produzione artistica meritevole di essere segnalata, quindi ricordata. Ma non mancano purtroppo gli equivoci. La prima memoria si lascia infatti sedurre da anacronistici culti della personalità; la seconda è spesso viziata dallansia di allungare gli elenchi già intasati dei nostri famedi; la terza rischia a sua volta di ridursi a rivendicazione corporativa dellautonomia di una specifica arte. Privilegiando luna o laltra di queste memorie, è inevitabile che ne faccia le spese la complessità del significato delle opere, dei loro autori e delle culture di cui sono portatori.
La mostra «Mario Botta. Architetture 1960-2010», allestita al Mart da lui stesso progettato a cavallo del millennio, in un aspetto va dunque particolarmente apprezzata: propone un possibile ricongiungimento delle diverse memorie artistiche. Non saprei dire se ciò fosse chiaro sin dalle prime intenzioni; o se il risultato, come talvolta accade, sia diventato unintenzione a posteriori. Fatto sta che lesposizione sembra volersi muovere su questo delicato crinale.
Nel nostro mondo, stordito dalle strategie della notorietà personale, si potrebbe ritenere che anche tale mostra indulga in riti celebrativi a causa della grande visibilità che riserva ai segni dellIo biografico del noto architetto svizzero. Eppure, proprio dove Botta sceglie di mettersi in scena con ricordi dincontri, con opere darte che ne hanno segnato la formazione e immagini recuperate dallo scrigno amicale, egli chiede viceversa di vedere nella memoria soggettiva un tassello dei più ampi «debiti culturali» dellautore e di conseguenza un mezzo per la costruzione di un linguaggio disciplinare che, lungi dal fermarsi allindividualità creativa, si fa «contestuale» in senso sia progettuale sia storico.
La prima sezione mostra l«atlante» biografico dellarchitetto, con una scelta di opere originali di Picasso, Klee, Tinguely, Dürrenmatt e altri, cui si affiancano richiami allamata architettura romanica, così come a Giotto e naturalmente a Borromini. Matrici formative, frequentazioni artistiche e rievocazioni culturali convivono. Tanto che, inoltrandosi poi nelle sale delle vere e proprie architetture, ci si sente invitati ad accostare le circa ottanta opere presentate inserendole – secondo la formula usata dallo stesso Botta nella postfazione al ponderoso catalogo – in un «territorio della memoria» insieme privato, storico e disciplinare dellarchitetto. I lavori esposti (tutti realizzati) si offrono così come i testimoni di quella «condizione di reciprocità tra il presente e il passato» che Botta ha deciso di esplorare cercando dinnestare sin dentro i principi del moderno «unantichità del nuovo».
La mostra scorre suddivisa per tipi architettonici, passando dalle prime case unifamiliari in Ticino alle chiese e musei costruiti in mezzo mondo, per concludere con i lavori di design e scenografia, dove scopriamo allestimenti poco noti per il teatro dopera. Nelle opere vediamo definirsi sempre meglio limpronta dellautore, ma questi pare tuttavia volersi sottrarre per lasciar riaffiorare gli intrecci di memorie che ne definiscono il linguaggio. È una peculiare etica dellartefice messa peraltro in luce da vari contributi al catalogo e che lo stesso Botta ribadisce nella postfazione. In essa parla infatti di unarchitettura che «si trasforma da azione singola in opera collettiva», afferma di non aver mai incontrato nessun «creativo» che non avesse «debiti culturali» e, affinché non sussistano dubbi circa la sua dichiarazione di poetica, pone a epigrafe una citazione da Louis Kahn: «Il passato come un amico».
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