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Piranesi star in Laguna

Venezia. La mostra «Le arti di Piranesi» ha aperto il 28 agosto nella suggestiva isola di San Giorgio Maggiore, ospitata nel centro espositivo della Fondazione Giorgio Cini. La necessità di realizzare un’esposizione nonostante forti limitazioni economiche, spiega il presidente Pasquale Gagliardi, ha portato a evitare costosi prestiti e a scegliere opere possedute dallaFondazione stessa. Nasce così, nell’assenza di materiali esterni, l’idea di esibire una parte dell’importante raccolta di tutte le stampe incise da Giambattista Piranesi (Venezia 1720 – Roma 1778). La selezione di 250 stampe si deve allo storico dell’arte Giuseppe Pavanello, uno dei tre curatori della mostra il cui lavoro è ben esposto anche nel catalogo edito da Marsilio. Tale rassegna ha l’obiettivo di comunicare i molteplici interessi e le diverse attività svolte da Piranesi: a fianco delle famose stampe delle «Carceri d’invenzione» e del «Campo Marzio» di Roma, sono esposte le scenografie urbane giovanili, i capricci tiepoleschi e le vedute di Roma, ma anche i lavori più vicini alla nascente archeologia, agli studi antiquari, all’ornato e alla decorazione. Non mancano le incisioni di progetti architettonici che rimasero solo sulla carta, oltre a fotografie e modelli di quella che si può dire la sola architettura realizzata da Piranesi: la chiesa di Santa Maria del Priorato a Roma. È invece discutibile aver coinvolto fra i curatori della mostra Adam Lowe e il suo laboratorio, sottraendo così alla guida di un comitato scientifico la realizzazione di modelli e di video esplicativi, la cui presenza è senz’altro utile per coinvolgere un pubblico ampio. La scelta degli oggetti da realizzare e della dimensione a cui riprodurli appare infatti arbitraria, mentre un video sul tema delle «Carceri» tenta di ridare coerenza tridimensionale a spazi che si basano proprio sulla negazione di uno spazio prospettico. Infine, la forte enfasi posta sul processo di realizzazione di questi modelli, che la Fondazione intende produrre in serie limitate, sembra funzionale a sostenere la futura vendita di sedicenti souvenir di lusso. Il terzo curatore della mostra è Michele De Lucchi, che propone di leggere Piranesi come «il primo artista dell’era industriale», colui che affida all’incisione le sue idee per aumentare guadagni e notorietà. Una chiave interpretativa semplicistica che lo stesso De Lucchi subito abbandona rapito dal «fascino di disegni fatti a mano» e dalla nostalgia per un’epoca preindustriale. De Lucchi è anche artefice dell’allestimento: le incisioni sono appese a pareti rosso porpora, immerse in un ambiente molto buio e non di rado collocate a un’altezza che rende difficile osservarne i particolari. Una struttura lignea a tronco di piramide occupa il centro della sala principale e sembra dettata da intenti autocelebrativi più che dal desiderio di reinterpretare l’opera di Piranesi. Al piano superiore, una mostra nella mostra: Gabriele Basilico ha realizzato una serie di scatti ricercando gli stessi punti vista usati da Piranesi nelle sue vedute di Roma e di Paestum. Il confronto diretto fra incisioni e fotografie, a più di trecento anni di distanza, evidenzia le deformazioni prospettiche e chiaroscurali utilizzate da Piranesi e nel contempo instaura un dialogo avvincente che travalica i secoli.

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Last modified: 14 Luglio 2015