LONDRA. È confortante scoprire che nella patria del planning il vecchio metodo continua a funzionare. Come nelle ultime evoluzioni del programma eco-town, voluto da Gordon Brown al suo insediamento al vertice come Primo ministro inglese, ma che si è caratterizzato per polemiche locali, contraddizioni, ridimensionamento. Poche settimane fa, la pubblicazione dellultimo rapporto della Town and Country Planning Association (Tcpa), sulla casa sostenibile nelleco-città, poteva apparire ai più come una specie di rifugio nella coerenza scientifica, mentre sul versante istituzionale cadevano come birilli ministri e piani di nuove città. Emergevano progetti vecchi, tradizionali, new-town riverniciate di verde dove lo slogan dellobiettivo zero-carbon non corrispondeva ai bilanci energetici, delle emissioni, dei trasporti ecc.
Invece, forse avevano ragione alla Tcpa quando, a novembre, nel rapporto Creating Low Carbon Homes for People in Eco-towns, hanno riproposto il percorso dallalloggio, al quartiere, alla città, al territorio. E non lo hanno fatto in forme ideologiche, ma con un sistematico incedere che pone fiducia in un corrispondente processo decisionale. Il rapporto spiega, nella prospettiva dei consumi familiari di spazio privato, come il percorso verso insediamenti sostenibili non possa permettersi svarioni, se si vuole legare la città alla lotta al cambiamento climatico: dal rapporto fra la superficie dellalloggio, i consumi di suolo, le semplificazioni urbanistiche per gli ampliamenti della casa, i bilanci energetici e sociali, fino al quartiere, alla multifunzionalità, alla mobilità dolce. Appare implicito il salto successivo, che lega direttamente i comportamenti individuali ai processi collettivi del lavoro, della mobilità, dei servizi, delle reti. Esattamente, tutti i nodi che via via sono stati proposti secondo varie prospettive dagli altri rapporti precedenti (notevolmente innovativo quello di settembre dedicato alle Infrastrutture Verdi nelleco-città, ricco di straordinarie suggestioni), e toccando stavolta in modo diretto quello che, per così dire, è il cuore del problema: per ovvi motivi di consenso sociale – il problema della casa è percepito come assai più urgente di quello climatico – e per linfluenza sul versante degli operatori di settore, il cui interesse si focalizza comunque e forzatamente negli aspetti brick & mortar della trasformazione.
Infine, negli ultimi giorni, le dichiarazioni del ministro per le aree urbane e il territorio John Healey, che per molti versi ribaltano la situazione, almeno in prospettiva, dicendo più o meno: il futuro delleco-città non è nei grandi progetti ma nellattuazione coerente del programma originario, ovvero nelladerire alle direttive sociali, territoriali, energetiche, decisionali di partenza. Sarebbe proprio questa serietà dintenti, ammette implicitamente il ministro, ad aver fatto cadere una a una quasi tutte le proposte originali di eco-town, lasciandone in campo quattro per le aree di Hampshire, Norfolk, Cornovaglia e Oxfordshire. Ma – e qui riemerge il valore complessivo del planning process democratico di matrice anglosassone – lattenzione si sposta verso una decina di altre proposte, sostenute dalle amministrazioni locali (anziché di prevalente iniziativa privata) per quelle che si configurano come espansioni urbane coordinate più che vere e proprie nuove città. Esattamente, il tipo di orientamento più volte ribadito dalle associazioni ambientaliste quando criticavano leccessiva dipendenza dei progetti da nuove infrastrutture, o gli inutili consumi di suolo agricolo o greenbelt, per non parlare di certi trucchetti da fiera che avevano trasformato con un tocco di bacchetta magica spazi aperti verdi in superfici brownfield, semplicemente forzando sullex destinazione a usi militari.
Il giudizio naturalmente resta sospeso in attesa dei nuovi sviluppi, ma lidea originaria di Brown – legare indissolubilmente il tema sociale della casa a quello del cambiamento climatico e della città sostenibile – sembra aver imboccato la strada giusta. Forse sopravvivrà anche al suo ideatore.
(Visited 35 times, 1 visits today)
Articoli recenti
- Ludovica Molo: autonomia del progetto e cura dei luoghi 16 Settembre 2026
- Costruire Cultura: dialoghi su architettura, città e innovazione 16 Settembre 2026
- Il gres porcellanato nelle architetture residenziali contemporanee: una scelta di qualità 16 Settembre 2026
- La nuova Capanna Carrel al Cervino: le sfide del progetto e del cantiere 15 Settembre 2026
- La torre del presidente 15 Settembre 2026
- Ticino, attraverso la storia materiale del costruito 15 Settembre 2026
- Polvere, macerie, progetti, ricostruzione 14 Settembre 2026
- Milano, nello studentato più discusso d’Italia 9 Settembre 2026
- Canton Ticino: prendersi cura del territorio. Insieme 9 Settembre 2026
- Elia Zenghelis (1937-2026) 8 Settembre 2026
- Natura e clima: 800 anni di lezione francescana 8 Settembre 2026
- Quando si progettava il welfare: Pesaro ricorda Carlo Aymonino 7 Settembre 2026
- La montagna che non è più: un dramma senza fine 7 Settembre 2026
- Dall’idea al catalogo: come nasce una slot online e come arriva sui portali autorizzati 2 Settembre 2026
«Il Giornale dell’Architettura» è un marchio registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. all’associazione culturale The Architectural Post; ilgiornaledellarchitettura.com è un Domain Name registrato e concesso in licenza da Società Editrice Allemandi a r.l. a The Architectural Post, editore della testata digitale, derivata e di proprietà di «Il Giornale dell’Architettura» fondato nell’anno 2002 dalla casa editrice Umberto Allemandi & C. S.p.A., oggi Società Editrice Allemandi a r.l.
CONTATTI SOCIAL:
© 2026 Giornale dell'Architettura •
© 2026 TheArchitecturalPost - Privacy - Informativa Cookies - Developed by Studioata



















