Una ricognizione anche veloce dellarco alpino (con le Dolomiti inserite nella World Heritage List dellUnesco) evidenzia un recente proliferare di tanti grandi interventi turistico-ricettivi spesso al centro delle cronache locali per le proteste delle associazioni ambientaliste e per il ricorso a procedure di approvazione spesso contraddittorie.
Dopo la stagnazione del tradizionale modello di turismo legato alla pratica dello sci, sembrano ora configurarsi nuove forme di ricettività, indirizzate a unutenza più diversificata, per le quali la pratica degli sport invernali non costituisce più lunico fine ma solo una parte dellofferta possibile: i resort alpini di oggi sono quindi grandi complessi dotati di ogni tipo di servizio, con un particolare riguardo alle strutture per il relax, il benessere e la cura del corpo. Ma anche se il ritorno del modello delloperatore unico (una sola impresa che gestisce tutta loperazione con capitali esterni) potrebbe ricordare i grandi progetti delle stazioni integrate francesi degli anni settanta, le strutture di oggi riprendono i vecchi villaggi di montagna in cui abitazioni e camere di lusso sono disposte come in unidilliaca borgata costruita però ex-novo. Stanno riscuotendo un discreto successo, soprattutto sul versante tedesco delle Alpi, anche progetti che puntano sulla spettacolarità e sulluso di tecnologie innovative ed ecocompatibili. Sempre più numerosi sono i casi di edifici a torre progettati da importanti firme dellarchitettura mondiale che ridisegnano lo skyline montano. Che si tratti di un grattacielo «vero» o di un villaggio «finto», luso acritico di materiali locali come il legno o la pietra è talvolta sufficiente per dare la rassicurante impressione di continuità con la tradizione, cavalcando londa della facile retorica della sostenibilità ambientale. Ma queste strutture cosa portano di veramente innovativo tra le montagne? Non sono forse dannose, oltre che per limpatto ambientale, anche per i grandi disequilibri economici e sociali che producono allinterno delle già fragili comunità alpine? In netta controtendenza con le forme di turismo «morbido» che stanno prendendo piede in alcune valli (agriturismi, percorsi escursionistici, ricettività diffusa, ecc.), i nuovi resort la cui realizzazione è spesso legata alla speculazione – sono portatori di un modello turistico obsoleto e incapace di attivare processi di sviluppo locale e sembrano essere più che altro dei buchi neri per le comunità locali. Nonostante la situazione, si è recentemente verificato anche lincremento di altre tipologie di interventi, che hanno prodotto nuovi impianti a fune per comprensori sciistici intervallivi o il potenziamento di alcune stazioni invernali. Le vallate alpine stanno inoltre facendo ancora i conti con limbarazzante eredità dei decenni passati: lenorme patrimonio di seconde case (nelle sole Alpi italiane le statistiche parlano di 590.000 «gusci vuoti» per la maggior parte dellanno, pari a circa il 75 % dellintera capacità ricettiva) e gli innumerevoli impianti di risalita ora abbandonati disseminati in località minori che non hanno retto la concorrenza dei centri più rinomati.
Riguardo a questi temi, un grande sforzo di sensibilizzazione è stato fatto da numerose associazioni ambientaliste, come le «Bandiere Nere» di Legambiente, il Wwf o Mountain Wilderness e CIPRA ( Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi), tra i cui risultati si attendono non solo la responsabilizzazione delle amministrazioni locali ma soprattutto lacquisizione di una maggiore consapevolezza culturale, sia da parte dei cittadini che dei montanari, che consenta di guardare alla montagna come a un territorio da abitare nella complessità dei suoi valori e non come mero scenario a uso e consumo di un turismo arrogante e distratto.
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