Sergio Poretti (1944-2017)

by • 8 agosto 2017 • Professione e Formazione3811

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Il fondatore del Giornale Carlo Olmo ricorda la cura e passione che hanno accompagnato Poretti lungo tutta la sua vita di docente e studioso a cavallo tra architettura e ingegneria civile

 

Con Sergio Poretti il 15 marzo 2010 abbiamo aperto al MAXXI una delle mostre più suggestive dedicate all’opera di Pier Luigi Nervi. Lui con Tullia Iori aveva in quella mostra ricostruito il sistema Nervi e l’occasione era stata restituire non solo ai romani il Palazzetto dello Sport e tradurre un mito in un’opera. L’aveva fatto con la cura con cui portava a termine ogni suo progetto di ricerca, ma anche con la passione che metteva nel comunicare – in questo caso a un grande pubblico, più di 80.000 visitatori – come funzionava una costruzione, smontandone e rimontandone ogni elemento.

Cura e passione che lo hanno accompagnato lungo tutta la sua vita di docente e studioso a cavallo si potrebbe dire tra architettura e ingegneria civile. Ma le parole tradirebbero e semplificherebbero il suo lavoro. In anni in cui progressivamente architettura e ingegneria civile prendevano strade davvero diverse, lui esigeva con rigore di riportare questi saperi esperti non solo alla loro comune tradizione, ma alla loro storia e dimostrarne le radici comuni che nascevano dal porre al centro il progetto, anche nella sua esecuzione o costruzione, per usare le sue parole.

Un’altra esperienza doveva dimostrarlo: la prima Valutazione della qualità della ricerca (VQR), in cui anche lui venne coinvolto. Un’esperienza difficile e piena di conflitti, perché i primi nove ICAR (i primi nove settori scientifici disciplinari, quelli appunto che costituivano l’ingegneria civile) praticavano ormai un sistema di valutazione e una forma di restituzione della ricerca, non solo diversi da quelli degli altri (dal 10, il suo, al 22), quelli dell’architettura, ma che andavano a cozzare con il modo di restituire il proprio lavoro e il sistema di valutazione che Poretti aveva scelto. È peraltro sufficiente leggere le sue opere – libri, non articoli – e su temi di grande respiro (dalla Casa del Fascio al Colosseo quadrato all’Eur) per capire come il rigore che Poretti chiedeva alla restituzione del lavoro scientifico, alla ricchezza dell’argomentazione, alla diacronia necessaria anche solo per misurare l’innovazione – ossessione è karma non solo dell’ingegneria civile – confliggevano con quella scrittura e valutazione.

Poretti pretendeva di portare la storia, la sua lunga durata, la sua narrazione dentro un mondo sempre più dedito alla sincronia, all’oggi, alla semplificazione della scrittura. E lo ha fatto dando anche una lezione importante a uno dei saperi portanti dell’architettura: la sua storia. A una storiografia che inseguiva personaggi, miti, formalismi spesso fine a se stessi, Poretti contrapponeva una storia dell’architettura come costruzione, con i suoi tanti eroi, le sue tecnologie lente a cambiare e capaci di strutturare mondi sociali, come ha saputo raccontare studiando. Basti pensare all’esperienza dell’Ina Casa, con i suoi cantieri moderni ma non meno ricchi di storie rispetto a quelli medievali; con avvenimenti, sorprese, imprevisti ma anche forme straordinarie di razionalità e serialità.

Poretti ha saputo restituire a un mondo in cui la tecnica è diventata insieme norma dell’esistenza quotidiana e ragione in sè del nostro vivere non più solo collettivo ma individuale, il fascino dell’imprecisione e della conquista: le ha tolto l’abito talare di una secolarizzazione senza speranze e le ha restituito la sua umanità, i suoi conflitti, persino le sue contraddizioni.

In un quasi eremo, certamente scelto come Tor Vergata, circondato da allievi che giustamente lo guardavano come chi sta portando avanti una missione, Poretti ha studiato, scritto, fatto crescere studiosi e persone, collaborato con pochi amici, perché la grande tradizione italiana dell’architettura tecnica stava spegnendosi.

Sergio, tu mancherai a Tullia come a quei tuoi amici, ma ancor più a quel mondo degli ICAR che ha persino preferito separarsi per non dialogare; quel mondo dove gli specialisti sono diventati tanti piccoli ortus clausus, senza chiostri in cui ritrovarsi. Mancherai a una cultura che si misura presuntuosamente sempre più sull’assenza della vera misura del cambiamento: la storia, il tempo, le eredità e le tradizioni. Proprio quelle su cui tu hai costruito la tua vicenda umana, non solo professionale.


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