Adolfo Natalini: chi sposa lo zeitgeist resta presto vedovo

by • 17 Settembre 2019 • Interviste, Mosaico1471

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Dialogo con il protagonista del sesto appuntamento di «Paradigma – Il Tavolo dell’Architetto», le mostre al Museo Novecento di Firenze

 

FIRENZE. Nell’ideazione di Sergio Risaliti, «Paradigma – Il Tavolo dell’Architetto» suggerisce un’incursione dentro il pensiero in divenire, la visione, la cultura del progetto che prevale sull’esito finale, sulla fenomenologia del costruito. Questo l’obiettivo che, nel sesto appuntamento della rassegna, a cura di Laura Andreini presso il Museo Novecento (fino al 10 ottobre), rimette al centro il valore della progettazione che Adolfo Natalini esprime attraverso i quadri e i disegni dei suoi “quaderni Rowney” dalla copertina nera dove architettura, arte e vita si fondono in un unico diario d’immagini. L’interesse per il rapporto tra architettura e città è preponderante: un dialogo evidente nello spartito delle cortine urbane che rispondono al contesto delle città storiche dove s’inseriscono le opere, tra cui si ricordano: Waagstraat a Groningen, Dorotheenhof a Lipsia, Muzenplein a l’Aja, Boscotondo a Helmond, Het Eiland a Zwolle, Haverlej a Den Bosch, i poli universitari di Firenze-Novoli e Siena, il Museo dell’Opera del Duomo, il Museo dell’Opificio delle pietre dure e i Nuovi Uffizi a FirenzeDel valore del disegno come strumento d’indagine, ma anche del ruolo dell’architettura e del significato di modernità, parliamo con il protagonista della mostra.

 

Architetto Natalini, la mostra è un sorprendente percorso introspettivo dove arte e architettura s’incontrano in una personale ricerca interiore. Lei stesso dichiara che «di mestiere faccio il professore all’Università, la mia professione è quella dell’architetto, ma la mia vocazione è quella dell’artista». Può parlarci di questa vocazione e di come i suoi quadri e la sua arte si relazionano con la sua architettura?

Nel 1964 ho lavorato alla mostra di Le Corbusier a Palazzo Strozzi a Firenze, dove lui metteva in crisi gli allestitori togliendo disegni e modelli di architetture per sostituirli coi suoi dipinti e sculture: sosteneva che le sue architetture traevano origine dalla sua opera plastica. Non riesco ad affermare lo stesso perché il mio lavoro è in gran parte generato dalla memoria, dai luoghi, dalle persone e dalle occasioni. Da giovane volevo fare il pittore e per anni con Roberto Barni, Gianni Ruffi e Umberto Buscioni, ho fatto parte di un gruppo che il critico Cesare Vivaldi aveva battezzato “Scuola di Pistoia”. Abbandonata la pittura per l’architettura, ho continuato a praticarla “per interposta persona”: i miei amici e mia figlia Arabella Solange, curatrice di arte contemporanea. Tra queste due attività non c’è una relazione diretta, ma solo il tentativo di usare la bellezza come catalizzatore per ogni trasformazione.

 

 «Fatica, solitudine e passione sono la condizione quotidiana del mio lavoro». Come si declina questa sua affermazione con la crescente necessità del “lavoro di squadra” che richiede oggi la progettazione di opere complesse?

Ho lavorato con amici e collaboratori carissimi. Fabrizio Natalini (il mio alter ego dei Natalini Architetti), definito nei curriculum come “omonimo ma non parente”, è diventato come un fratello e i miei collaboratori storici hanno formato la mia seconda famiglia. Il lavoro con gruppi multidisciplinari ha reso possibili le mie costruzioni in Italia, Germania e Olanda. Adesso mi ritrovo a lavorare con gruppi sempre più numerosi e con specialisti. Cerco di agire come uno sceneggiatore, adattando le storie agli attori, come un regista che cerca di ottenere il meglio da ogni componente della troupe. Ma in fondo continuo a sentirmi solo davanti alla responsabilità del corretto costruire.

Tra le molte opere che ha costruito negli anni, quale ricorda con maggior passione e soddisfazione?

Le opere del Superstudio legate agli anni eroici dell’avanguardia, il progetto per il Romerberg a Francoforte e la banca di Alzate Brianza (il mio primo edificio), il polo universitario a Siena, la Waagstraat a Groningen (la prima costruzione olandese), il Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore a Firenze. Ma non chiedetemi perchè ho scelto solo queste opere…

 

Lei parla spesso contro la «modernità», quasi fosse un principio antistorico, perché l’architettura deve appartenere ad un’umanità senza tempo. La modernità è però anche “innovazione”, “spirito del proprio tempo”. Non riconosce queste qualità nella sua architettura?

L’espressione “architettura moderna” è un ossimoro, ossia una contraddizione in termini poiché l’architettura si riferisce a tempi lunghi e il moderno a tempi corti. Con l’esperienza del Superstudio mi sono vaccinato contro il virus dell’avanguardia e della modernità. Il mio lavoro nasce nel mio tempo, ma come un grande albero affonda radici nel passato per poter sperare di allungare i rami nel futuro. Il presente non mi basta e so bene che chi sposa lo zeitgeist (lo spirito del tempo per i tedeschi) resta presto vedovo. Naturalmente nel mio lavoro è presente l’innovazione, ma solo quella necessaria e sufficiente. La novità è spesso dimenticanza (“Novelty is but oblivion”, secondo John Donne) e dimenticare in un mondo così scarso di conoscenza e memoria è criminale. Non m’interessa l’originalità ma l’originarietà. Le tecniche sono un mezzo e non un fine; così, nei miei lavori, utilizzo tecniche artigianali e tecniche più sofisticate, cercando di ottenere il massimo col minimo sforzo. Pratico un’ecologia della mente e una sostenibilità della ragione.

 

I suoi disegni sono un diario della sua vita, oltre che uno strumento d’indagine progettuale. Può parlarci del valore della pratica del disegno?

Ho scritto e disegnato ogni giorno, mescolando i fatti di ogni giorno, i pensieri, le paure e le speranze, cose paesaggi e architetture, progetti e costruzioni. I quaderni neri registrano la mia vita come fosse stata un’unica ininterrotta giornata di lavoro. Ho usato il disegno come il pescatore la rete: la gettavo e aspettavo che le idee (pesci guizzanti e imprevedibili) vi restassero impigliate. Poi ho capito che erano queste maniacali attività dello scrivere e disegnare che generavano le idee e le rendevano visibili.

 

Nei suoi disegni indaga spesso il rapporto tra architettura e città, forse anche sollecitato dai contesti urbani storici in cui s’inserisce il suo lavoro. È questo un concept che, possiamo dire, distingue la sua cultura del progetto?

«La città – diceva un poeta- è la faccia pietrosa di un dio». Ho imparato più dalle città che dai libri. Ho avuto la fortuna di lavorare in città meravigliose (Firenze, Siena, Ferrara, Leipzig, Groningen) o in centri storici minori. In Olanda ho lavorato anche fuori dalle città, ma in luoghi trasformati dall’uomo, terre nuove che aspiravano a diventare storiche. Lavorare in città vuol dire lavorare in un contesto, così alla triade vitruviana firmitas, utilitas, venustas dobbiamo aggiungere propinquitas. Dobbiamo costruire un’architettura appropriata al luogo, aggiungere la nostra scrittura su un palinsesto dove tante mani hanno già scritto. La città, con la sua storia di pietra, ci insegna come costruire.

 

Qual è secondo lei il principale “salto epocale” tra l’architettura del Novecento e quella del terzo millennio?

Se la natura non fa salti (natura non facit saltus) neanche l’architettura deve farne. Ho cercato di costruire in continuità, all’interno dello scorrere del tempo e della storia. Il “salto epocale” nella maggior parte dei casi è stato un lapsus, uno scivolone o una caduta rovinosa. Mi manca la distanza critica per dare un giudizio: posso solo registrare un aumento di consapevolezza per i problemi ambientali e insieme un quasi totale disinteresse per quelli che sono stati e sono i valori dell’architettura. Quasi tutte le architetture sostenibili sono insopportabili.

 

Volgendo lo sguardo all’architettura italiana contemporanea, come la giudica nel contesto internazionale?

Purtroppo devo rispondere come sopra: non sono un critico ma un architetto, un muratore che sa un poco di latino, come diceva Adolf Loos. O, come diceva Palladio, sono un dilettante di architettura…

 

Chi è Adolfo Natalini

(foto di Mario Ciampi)

Nato a Pistoia nel 1941, dopo un’esperienza pittorica si laurea in architettura a Firenze nel 1966 e fonda il Superstudio, iniziatore della cosiddetta “architettura radicale”. I progetti del Superstudio sono apparsi in pubblicazioni e mostre in tutto il mondo e sue opere fanno ora parte delle collezioni di musei come il Museum of Modern Art New York, Centre Pompidou Paris, Maxxi Roma. Dal 1979 ha lavorato a progetti per i centri storici in Italia e in Europa. Dal 1991 con Natalini Architetti (Adolfo e Fabrizio Natalini) ha ricostruito parti di città in Italia, Germania e Olanda. In Olanda è stato l’iniziatore di un movimento definito “contemporary traditionalism” indicando un’alternativa al “supermodernismo” della globalizzazione. Tra le loro opere: la ricostruzione della Waagstraat a Groningen, la Muzenplein a l’Aja, il Polo Universitario a Novoli, Firenze, Boscotondo a Helmond, il Polo Universitario a Porta Tufi a Siena, il Museo dell’Opera del Duomo e il progetto per i Nuovi Uffizi a Firenze. Professore ordinario presso la Facoltà di Architettura di Firenze, membro onorario del Bund Deutscher Architekten e dell’American Institute of Architects.

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