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Christian De IuliisScritto da: Progetti

Ri_visitati. Kong sulla Torre (Branca)

Ri_visitati. Kong sulla Torre (Branca)
Una delle architetture più iconiche di Milano, firmata da Gio Ponti, ritorna popolare (quasi 100 anni dopo la costruzione) grazie alla televisione e al programma di Fabio Volo. Un po’ icona mediatica, un po’ (ritrovata) attrazione turistica

 

Ci voleva un programma televisivo (“Kong – Con la testa tra le nuvole” di Fabio Volo, in onda su Raitre) per ridare popolarità a una delle architetture più iconiche e al tempo stesso dimenticate di Milano: la Torre Branca.

 

Il passato

Costruita nel 1933, in occasione della V Esposizione Triennale, l’incarico fu conferito dal Comune di Milano direttamente a Gio Ponti affiancato dagli ingegneri Cesare Chiodi ed Ettore Ferrari, con lo scopo di realizzare una torre littoria che restasse a disposizione della città come belvedere anche al termine della mostra.

Seguendo l’ordine, giunto direttamente dal duce di non superare in altezza la Madonnina del Duomo, in soli tre mesi la torre si elevò fino a 108,3 metri, uno solo meno della coroncina della vergine Maria. Forse il duce avrebbe anche preferito una torre dall’aspetto severo, in solida pietra, travertino bianco come quella di Sabaudia, o rivestita in klinker come la sua omologa di Torino, ma quel gran genio di Ponti aveva idee diverse in quanto a solidità e leggerezza.

E così tirò fuori dal cilindro un’architettura senza precedenti (né susseguenti) in Italia, che pesca più probabilmente dall’ispirazione del costruttivismo russo che dalla tradizione italica. Dalla torre di Suchov a Mosca ad esempio (1922), a sua volta discendente diretta dell’immaginaria scultura di Tatlin. O meglio ancora, per uso e forma, dalla torre della radio di Berlino di Heinrich Straumer, senza scomodare naturalmente il capostipite Eiffel.

Invenzione ancor più sorprendente se si pensa che in quel momento a un paio di chilometri di distanza, Gio Ponti era impegnato nella costruzione di un altro edificio, molto più tradizionale, in compagnia di Emilio Lancia: la Torre Rasini, con la sua facciata in mattoni rossi stile Novecento, uno dei primi esempi di architettura residenziale verticale, che si arrampicò fino a 50 metri di altezza.

Quel gran genio di Gio, dicevamo, antesignano profeta del motto “dal cucchiaio alla città” (che venne coniato solo vent’anni dopo da Ernesto Nathan Rogers) per il progetto della Triennale, voltò le spalle all’avanguardia retrò tricolore, e si inventò un meccano in tubolari metallici Dalmine, incardinandolo su uno zatterone circolare cementizio di 6 metri di altezza dentro al quale vennero installati tutti gli impianti indispensabili. Tra cui quelli che consentivano e consentono tuttora ad un ascensore di arrampicarsi fino alla piattaforma a due livelli posta a 97 metri di altezza, dove in principio una piccola cucina sfornava risotti e ossobuco per i dodici tavoli di un ristorante.

Sistema rinchiuso a sua volta in una gabbia interna alla struttura principale, un esagono di 6 metri di base che si rastrema leggermente durante l’ascesa, mantenendo una sua silhouette, come un gentilissimo, seppur gigantesco oggetto di design. In rete si trovano persino i calcoli ai quali Cesare Chiodi sottopose ogni singolo telaio per verificare che nemmeno le più forti raffiche di favonio ne compromettessero la stabilità.

Tanto che al momento dell’inaugurazione, agosto 1933, la Torre Littoria al Parco Sempione di Milano “così vicino all’Europa” costituiva l’esempio più eloquente delle capacità ingegneristiche italiane applicate all’architettura.

Nel 1939, proprio come a Berlino, fu proprio dalla sommità di quella torre, grazie all’altezza e alla relative antenne, che l’EIAR iniziò le sperimentazioni televisive e dieci anni dopo, proprio da là nacquero le moderne trasmissioni radio in modulazioni di frequenza (FM). Seguirono molti anni di oblio causato anche dalla pesante eredità del suo nome di battesimo, finché, nel 1972, fu l’accelerazione dell’ascensore, ritenuta eccessiva, a consigliare la definitiva chiusura della struttura dopo anni.

Disinteresse che, specie dopo la sua scomparsa (nel 1979) colse anche Ponti, che nella sua lunga carriera ebbe il (de)merito di non legarsi a nessuno stile, di non accomodarsi mai, ma di attraversare i decenni reinventandosi ogni volta, mosso soltanto dal suo infinito talento. Intanto l’umano andava oltre il divino e Torre del parco e Madonnina venivano superate in altezza da altri campanili, tra cui il grattacielo Pirelli dello stesso Ponti.

Nel 1990 fu la famiglia Branca, dello storico amaro, a finanziarne il restauro, in cambio (anche) della nuova intitolazione, cancellando il marchio disdicevole del fascio e restituendola alla città.

 

Il presente

Oggi la torre è visitabile a gruppi di 5, ammesso che non ci sia troppo vento e non sia in corso il programma televisivo ovviamente.

Fabio Volo ha detto di aver scelto la Torre Branca perché “occorre elevarsi ad una certa altezza per affrontare temi quali l’amore, il destino, Dio. E così, nello spazio angusto della piattaforma sospesa, tra vinili e filmati delle teche rai, si sono finora alternati personaggi come Vito Mancuso, Walter Siti, Giordano Bruno Guerri, Umberto Galimberti e molti altri in cerca di risposte che chissà se l’audacia dell’architettura può aiutare a trovare.

Volo non è nuovo a questo tipo di televisione. In altre occasioni aveva scelto di trasmettere da luoghi d’architettura, specie se dotati di terrazze panoramiche. Nel 2006, da Barcellona, attrezzò il set di “Italo-Spagnolo” proprio dove aveva preso casa in affitto, ovvero all’ultimo piano di un palazzo storico dell’ottocento catalano, con vista su La Rambla. L’anno dopo, per “Italo-Francese”, da Parigi, fece riaprire, e da là andò in onda, la vecchia stazione della funicolare di Montmartre, una palazzina in art decò, dall’effervescente forma circolare e dall’attico completamente sfinestrato con vista sulla chiesa del Sacro Cuore da un lato e sulla Ville Lumiere dall’altro.

Mentre il cinema utilizza volentieri esempi (talvolta negativi) di architettura del novecento, è raro che la televisione si affidi all’estetica contemporanea, forse perché troppo poco rassicurante. Ma bastano pochi minuti di “Kong” per scoprire quanto la Torre Branca funzioni televisivamente sia nella sua austerità spaziale che come punto panoramico privilegiato sul tramonto della città.

Collaborano al fascino catodico senza dubbio anche i droni che svolazzandogli intorno consentono inquadrature inedite che all’architetto non sarebbero certo dispiaciute.

Curioso poi che, proprio a Milano, l’edificio da dove ancora oggi vengano trasmessi la maggior parte dei programmi Rai, il centro di produzione di Corso Sempione, sia proprio opera di Gio Ponti.

 

Il futuro

Nonostante l’accordo originario tra il Comune di Milano e la società dei fratelli Branca distillerie sia stato firmato nel 1988 prevedendo una durata di trent’anni, i lavori di restauro protraendosi fino al 2002, hanno fatto slittare il termine dell’accordo al 2032. In ogni caso affidatario ed ente pubblico, specie negli ultimi anni, hanno condiviso la strategia di gestione, puntando in particolare sulla sua valorizzazione mediatica e culturale e sulla riqualificazione dell’area circostante.

Recentemente il Comune di Milano in accordo con la Triennale ha così completato alcuni interventi di riqualificazione del percorso pedonale di accesso, specie quello tra il Palazzo dell’Arte e la torre stessa, vittima del degrado nonostante l’ininterrotto fluire dei visitatori. L’obiettivo è di integrare la Torre Branca all’interno dei circuiti turistici che prevedono le visite ai simboli dell’architettura razionalista e del dopoguerra e ai punti panoramici più alti della città.

Chissà se il futuro della Torre Branca sarà quello di nuova icona mediatica o un obiettivo del nuovo turismo di massa (difficile: si sale a cinque alla volta, ascensorista escluso).

Tra grattacieli e torri, storte, curve, candide o luccicanti, simboli della nuova Milano “che ride e si diverte”, griffate Arata Isozaki, Zaha Hadid, Rem Koolhaas, troveremo ancora tempo e modo per celebrare il “Made in italy” del genio infedele, Giovanni Ponti, detto Gio?

 

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Tag: , , , , , , Last modified: 23 Maggio 2026