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Laura MilanScritto da: , Città e Territorio Progetti

Ri_visitati. Torino olimpica: 20 anni dopo, medaglia a due facce

Ri_visitati. Torino olimpica: 20 anni dopo, medaglia a due facce
Guardando a Milano Cortina 2026, bilancio dell’eredità urbana e architettonica dell’ultima Olimpiade invernale italiana. Acceleratore di trasformazioni nell’ex one-company-town, dagli esiti più controversi in montagna

 

TORINO. Dal 6 al 22 febbraio i Giochi olimpici invernali di Milano Cortina attireranno l’attenzione internazionale, a 20 anni esatti dall’ultima edizione ospitata dall’Italia, Torino 2006. Dal Piemonte è possibile guardare, con un po’ di giusta distanza, a un evento che ha trasformato la città, lasciando un’eredità complessa e sfaccettata.

Torino 2006 rappresenta, ancora oggi, un caso significativo di trasformazione urbana attraverso un grande evento sportivo, un’esperienza di investimenti infrastrutturali, nuove architetture, rifunzionalizzazioni e riscrittura dei luoghi di confine tra città e territorio alpino. A distanza di 20 anni, il bilancio è ambivalente. Alcune architetture hanno consolidato nuove centralità urbane e contribuito a ridefinire l’immagine internazionale di Torino; altre hanno invece mostrato fragilità funzionale e gestionale, rivelando dipendenza dall’eccezionalità dell’evento per il quale erano state concepite.

 

Acceleratore in un contesto in trasformazione

All’inizio degli anni Duemila Torino si trova in una fase di profonda ed esemplare riconversione del patrimonio ex industriale e di ripensamento del modello di sviluppo urbano, sostenuta dall’approvazione del Piano Regolatore e dall’elaborazione del Piano Strategico. La candidatura olimpica in questo quadro diventa un’opportunità strategica di rigenerazione per superare la monocultura produttiva e avviare la riconversione verso nuovi settori economici, culturali e di servizi.

È inscritta in un processo di trasformazione già in atto di cui rappresenta l’ultimo atto, accelerato da un grande evento che è riuscito a essere driver di modernizzazione per innovare infrastrutture obsolete, recuperare aree dismesse e migliorare la mobilità. L’evento è riuscito a rafforzare l’identità internazionale della città e proporre, sia agli occhi del mondo che a quelli dei suoi stessi abitanti, una Torino diversa, a misura d’uomo, ricca di patrimonio culturale e architettonico, allontanando per la prima volta la triste immagine di una grigia one-company-town.

La nuova narrazione urbana ha avuto una straordinaria risonanza mediatica, che ha mostrato nel panorama mondiale gli effetti di strategici lavori di pedonalizzazione di parte del centro storico, dei nuovi parcheggi sotterranei che hanno liberato dalle automobili le grandi piazze barocche e dell’opportuno e riuscito progetto di immagine coordinata dell’evento olimpico affidato allo studio di Ico Migliore e Mara Servetto, che si è esteso a una città tinta di rosso per 20 giorni festosa, vivace e realmente felice.

Questa spinta trasformativa si è accompagnata alla realizzazione di un ampio insieme di attrezzature sportive e architetture temporanee – stadi, palazzetti, piste di pattinaggio e impianti diversi per scala e funzione – distribuite tra la città di Torino e le località alpine e prealpine della provincia (Pinerolo, Sestriere, Bardonecchia, Pragelato, Sauze d’Oulx). L’estensione territoriale e l’eterogeneità degli interventi hanno dato luogo a un patrimonio infrastrutturale vasto e frammentato, passato, a fine evento, alla Fondazione 20 Marzo 2006, amministratrice del cosiddetto tesoretto olimpico costituito dai fondi residui dei Giochi (circa 100 milioni), che ha poi affidato a un privato la gestione trentennale in ottica commerciale di una parte rilevante degli impianti.

 

Dentro la città

Torino 2006 ha lasciato edifici di rilievo, aree rigenerate e infrastrutture per la mobilità nuove o potenziate. Gli interventi, concentrati in poli ma in un disegno complessivo poco unitario, hanno confermato vocazioni storiche e modificato funzioni, sono intervenuti su aree dismesse in continuità con un piano regolatore che stava agendo lungo i primi segmenti della Spina Centrale, hanno trasformato l’esistente e costruito nuovi edifici che oggi vivono esistenze variegate ma spesso vitali.

Il cuore delle Olimpiadi in città, l’area che dal 1933 ospita lo stadio municipale e la piscina monumentale, ha confermato il ruolo di frequentato polo sportivo, con lo stadio che, oggi Stadio Olimpico Grande Torino, dopo avere accolto le cerimonie di apertura e chiusura ospita le partite del Torino FC e un frequentato centro di medicina dello sport. Accanto, il netto e lucido volume del palasport olimpico di Arata Isozaki è un flessibile impianto polifunzionale in grado di ospitare concerti, manifestazioni ed eventi sportivi: da 4 anni, grazie al progetto di trasformazione temporanea di Benedetto Camerana, è lo sfondo delle ATP Finals. All’esterno, la storica piazza d’Armi a servizio delle molte caserme che sorgevano in questo quadrante urbano è stata completamente trasformata, con specchio d’acqua, scultura di Tony Cragg e felice pedonalizzazione.

A sud, attorno all’ex stabilimento del Lingotto, la tenuta dell’Oval, passato dalle gare di pattinaggio di velocità alle fiere e destinato a ospitare nuovamente le gare di pattinaggio di velocità per le Olimpiadi invernali del 2030 assegnate alle Alpi Francesi, e l’ottimo presente dell’accoppiata arco olimpico di Benedetto Camerana e Hugh Dutton e passerella pedonale si accompagnano a destini non altrettanto fortunati.

Le suggestive arcate in cemento armato dell’ex MOI, il Mercato Ortofrutticolo all’ingrosso che ospitava il villaggio media, sono ancora tristemente abbandonate in attesa di una rinascita che dovrebbe vedere nuovi impianti sportivi. Accanto, le 7 palazzine posizionate dal masterplan di Otto Steidle con Benedetto Camerana,  che ospitavano gli atleti hanno attraversato fasi alterne, passando da un’occupazione abusiva le cui dimensioni l’hanno resa la più grande d’Europa a moderno student housing grazie al Fondo Abitare Sostenibile Piemonte e al recente progetto di PICCO architetti. Altri 5 villaggi media erano distribuiti in città al campus Onu di Corso Unità d’Italia (le cui palazzine progettate per Italia’61 da Nello Renacco e restaurate per le Olimpiadi, ospitano nuovamente i borsisti dell’Agenzia delle Nazioni Unite), all’ex area Italgas (trasformato in collegio studentesco accanto al campus Einaudi inaugurato nel 2012), nelle zone di Spina 2 e Spina 3 (riconverti efficacemente in residenze) e nell’ex ospedale militare Riberi.

Il fil rouge del ghiaccio porta all’ex Palazzo a Vela, sede espositiva di Italia ’61 goffamente e completamente trasformata da un progetto di Gae Aulenti per il pattinaggio di figura e lo short track, continua a essere utilizzata come venue sportiva, principale palazzo del ghiaccio della città insieme al Palazzo del Ghiaccio Tazzoli. Costruito accanto agli stabilimenti Fiat Mirafiori in sostituzione di un impianto all’aperto su progetto di Claudio Lucchin e Cesare Roluti con studio De Ferrari e studio Lee, oggi continua a ospitare le partite di hockey su ghiaccio, al tempo olimpico condivise con un temporaneamente rifunzionalizzato complesso di Torino Esposizioni che oggi sta finalmente rinascendo, grazie al tesoretto olimpico e ai fondi PNRR. Dopo anni di incuria, abbandono e usi saltuari, rappresenta uno dei progetti più attesi e importanti in corso oggi in città: al suo interno entro l’anno aprirà la nuova biblioteca civica centrale, mentre sono in corso i lavori dei nuovi spazi per gli studenti di architettura del Politecnico.

Le Olimpiadi piemontesi, inaugurate l’11 febbraio, sono coincise anche con un significativo passo fatto nell’ambito della mobilità e delle infrastrutture, troppo a lungo rimandato. Qualche giorno prima, il 4 febbraio, è stato inaugurato il primo tratto della linea 1 della metropolitana (è previsto il 6 febbraio di quest’anno l’annuncio del vincitore del concorso per la linea 2).

Su per le valli

Se per la città i Giochi hanno rappresentato nel complesso un’eredità positiva, per le montagne il bilancio è più controverso. Accanto a benefici reali, diversi sono i segni più problematici, soprattutto dove gli interventi si sono rivelati sovradimensionati rispetto alle reali esigenze del territorio.

Da un lato, l’evento ha lasciato un’impronta positiva su infrastrutture, accessibilità e visibilità internazionale delle valli; dall’altro, alcune opere di grande impatto tecnico e simbolico, ma caratterizzate da costi di gestione elevatissimi e un utilizzo post-olimpico minimo, sono diventate nel tempo emblemi di una pianificazione che ha privilegiato l’evento rispetto alla sostenibilità di lungo periodo.

Tra i lasciti più discussi spicca la pista di bob, slittino e skeleton di Cesana Pariol: un’infrastruttura d’eccellenza tecnica ma estremamente onerosa, utilizzata solo per pochi anni e poi progressivamente abbandonata. I costi di gestione, uniti alla mancanza di un calendario internazionale stabile, ne hanno decretato la chiusura e infine l’avvio dello smantellamento, trasformandola da simbolo olimpico a problema ambientale e finanziario e impedendo la sua riattivazione per le Olimpiadi 2026.

Parabola simile per i trampolini di salto di Pragelato, rimasti a lungo inutilizzati e oggi oggetto solo di interventi di messa in sicurezza. Lo stadio del biathlon, nella vicina frazione di Sansicario, è stato smantellato nel 2016 dopo anni di inutilizzo, così come quello del freestyle a Sauze d’Oulx.

Diverso il destino di altre strutture. A Sestriere e Bardonecchia, i villaggi olimpici, il primo progettato ex novo da Giuliano Spinelli, Paola Tagliabue, Stefano Trucco e Fabrizio Vallero (PTFV Architetti) e il secondo frutto del recupero della Colonia Medail, edificio razionalista progettato negli anni trenta da Gino Levi Montalcini, sono stati in larga parte riconvertiti in residenze turistiche, seconde case e alloggi per stagionali.

A Sestriere, l’eredità olimpica si è tradotta anche in un incremento dell’urbanizzazione e del carico edilizio, con nuove strutture ricettive e residenziali che hanno modificato in modo significativo l’equilibrio del centro storico e dell’altopiano. È di pochi mesi fa la notizia che il Villaggio Olimpico di Sestriere, con una capacità ricettiva di 313 unità abitative e una capienza di 1.182 posti letto, sia andato all’asta.

A Pinerolo, il palaghiaccio (Claudio Lucchin con studio De Ferrari) è stato riconvertito con successo e continua a ospitare attività sportive ed eventi, dimostrando come gli impianti multifunzionali abbiano avuto una ricaduta più solida sul territorio. Criticità meno appariscenti ma diffuse riguardano anche i numerosi impianti di risalita rifatti o potenziati, le infrastrutture come l’autostrada per Pinerolo, spesso senza un reale aumento della domanda.

Un ulteriore capitolo controverso riguarda i bacini artificiali realizzati per l’innevamento programmato, come quelli della Serra Garnet e del Colle Bercia. Costruiti per garantire condizioni di neve affidabili durante i Giochi e nelle stagioni successive, questi invasi hanno inciso in modo significativo sul paesaggio alpino. Hanno contribuito a rendere più competitivi i comprensori sollevando negli anni critiche sull’impatto ambientale e sulla reale sostenibilità nel lungo periodo. Anche in questo caso, l’Olimpiade ha lasciato infrastrutture pensate per un modello di montagna fortemente legato allo sci alpino, oggi sempre più messo in discussione dai cambiamenti climatici e dalla necessità di diversificare l’offerta turistica.

Immagine ci copertina: composizione con Inalpi Arena (ex Palaisozaki) di Torino e trampolini di salto di Pragelato

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Tag: , , , , , Last modified: 4 Febbraio 2026