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Scritto da: Professione e Formazione

Attenzione: quei numeri sono persone

La crisi morde. È vero! Forse anche i dati degli iscritti ai test di ammissione registrano i suoi effetti. Anche la confusione, tuttavia, regna sovrana nel nostro mondo e ha forse influito non meno dei gravi problemi dell’economia e della società, globale o locale.
D’altra parte, i numeri sono «sacri» ma non parlano né spiegano direttamente ciò di cui sono riflesso. Per comprenderli, dovremmo sapere quali anime, storie e aspirazioni, oltre a quali provenienze, condizioni economiche e sociali o, non ultime, di effettiva preparazione scolastica, essi nascondano. Ogni ragionamento sulla contestata validità che i test d’ingresso rivestono nel valutare le effettive doti e potenzialità dei candidati è destinato a infrangersi sulla diffusa «ignoranza» di ciò cha sta dietro quei numeri. Lo stesso può dirsi per l’annoso problema dell’assente o ridotta mobilità degli studenti o del cruciale, ma assai «sdrucciolevole», problema del rapporto tra offerta didattica e possibilità d’impiego.
Su tutto ciò dovremo riflettere, anche riprendendo antiche discussioni troppo frettolosamente interrotte. Si tratta, infatti, di questioni delicate che coinvolgono, a monte o a valle dei processi formativi, le scelte che politici, docenti e organi gestionali delle Università compiono ogni anno e che incidono su persone e non su numeri e, attraverso esse, sulla società di domani e sui suoi valori.
Sembra in ogni caso emergere, dai dati riportati in tabella, una generale, seppur contenuta, diminuzione dei numeri di test valutati. Ciò non presuppone automaticamente una diminuzione degli iscritti ma dice che l’attrattività dei nostri corsi ha «tenuto meno» di quanto fu nel 2010 o nel 2009 (cfr. «Il Giornale dell’Architettura» n.ri 77 e 88). Ancor più, essi nulla dicono del numero effettivo d’iscritti che verrà, stante anche la soglia minima di 20 punti che per la prima volta inibisce a chi non l’ha superata l’iscrizione ai corsi a numero programmato nazionale. Detto per inciso, ciò potrebbe rimescolare le carte, addirittura incrementando la lamentata bassa mobilità tra le sedi, poiché potrebbe dare la possibilità di ripescaggio in sedi non saturate da candidati locali.
Ogni sede rifletterà, dunque, sui propri numeri ma dovremo aprire insieme un serio confronto sul dato generale e su alcune evidenti eccezioni al trend in atto. Certo, su tutto ha pesato il dato di partenza costituito dalla programmazione locale e soprattutto nazionale (dai 9.535 posti del 2002 agli 8.760 del 2011, secondo i dm dei due anni), che è da sempre l’esito della mera somma dei posti messi a concorso nelle singole sedi (influenzate da accidenti esterni e interni, da decreti ministeriali che come tsunami irrompono sulla scena, dai pensionamenti naturali o assistiti che talvolta falcidiano, in modi casuali, intere aree di competenze) e che è arduo considerare fondata su analisi di contesto, valutazioni dei mutamenti del mercato del lavoro e delle prevedibili richieste della società al momento teorico in cui chi si iscrive ora uscirà dai nostri corsi.
Nessuno ha peraltro mai posseduto la sfera di cristallo. Si apre, così, un altro cruciale argomento di discussione e confronto, più spesso di contrapposizione, comune a tutta l’Europa (basta scorrere i molti documenti e atti di convegni promossi dalla Eaae – European Association for Architectural Education). Da noi il problema è tuttavia assai più pressante, visti i numeri che l’Europa e il mondo ci «rimproverano», per quanto riguarda gli studenti iscritti, quello di laureati per anno o di appartenenti all’Ordine professionale. Lo dimostrano anche le posizioni dell’Ace (Architects Council of Europe), che chiede l’istituzione universale del tirocinio obbligatorio. Nuovamente, i numeri sono cruciali ma non dicono tutto. Salutare con favore la diminuzione dei potenziali iscritti può anche essere comprensibile. Che dire, però, se questa tendenza diviene generale, in un’Europa che è tale anche per il progressivo espandersi dell’accesso all’istruzione e alla cultura e che, a Lisbona, decise di fondare la propria competitività sulla conoscenza? Che democrazie avremo, domani, se diminuiscono drasticamente i cittadini «istruiti»? Il non troppo sottile distinguo tra l’«educare all’architettura» (ritenuto compito nobile e utile per una società in equilibrio con l’ambiente) e il «formare un architetto» capace di operare in vari modi e in diversi settori non è, d’altra parte, mai stato risolto altrove, e tantomeno lo è da noi. Ai sostenitori della prima visione si contrappone l’obiezione secondo cui non possiamo più permetterci di «pagare» per formare persone in un settore che non consentirà loro di lavorare coerentemente con la preparazione ricevuta. Ma non dimentichiamoci che la domanda «chi serve davvero alla collettività e per quali nuovi bisogni si dovrà lavorare in futuro?» è assai impegnativa, e dovrebbe stimolare ricerche, serie e mirate, riguardo a come il mondo sta cambiando. Se tali ricerche mancheranno, qualsiasi risposta potrà rivelarsi sbagliata. Sarà allora troppo tardi per rimediare e i prezzi dei nostri errori saranno pagati dai giovani che iniziano oggi il loro percorso, insieme a tutti i cittadini di domani.

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Last modified: 10 Luglio 2015