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Scritto da: Professione e Formazione

A proposito di fatturati

1994: la legge Merloni provocava nell’antica gestione dei lavori pubblici un terremoto sostanziale poi perfezionato dalle successive versioni della legge e dei suoi regolamenti applicativi fino all’attuale Codice dei contratti pubblici in linea con le normative europee. Questa rievocazione è stata innescata dall’editoriale di Francesco Cellini pubblicato a marzo su queste stesse pagine, che ha evidenziato il disagio e la delusione di chi ha perseguito per alcuni decenni una certa idea di Architettura, con la A maiuscola. La Merloni aveva comunque avuto qualche merito; ad esempio ha adeguato le procedure italiane a quelle internazionali, ridotto la criminogena tradizione delle perizie di variante, utilissima per far lievitare in modo siderale gli importi dei lavori, messo un po’ d’ordine nella giungla selvaggia dei lavori pubblici. Buone le intenzioni, che però si fanno pagare a caro prezzo, in questo caso costituito dal cinismo alla base di un’altra idea di architettura. Molto semplicemente all’ideale di «qualità» veniva preferito quello molto più fattivo di «quantità». Qualità e quantità sono due costanti storiche, che trovarono nella nuova regolamentazione un suggello finale.
La mia generazione, la stessa di Cellini e di tanti altri che, sia pure nelle innumerevoli e spesso litigiose posizioni ideologiche e culturali, credevano nella qualità dell’Architettura, fu di fatto spiazzata e ghettizzata ancora più di quanto non lo fosse già. Negli anni della nostra formazione la «professione» era considerata per lo meno sospetta: a Roma «professionista» era sinonimo di «palazzinaro», che negli anni della macelleria edilizia e urbanistica della speculazione non suonava certo come un complimento. Questo equivoco linguistico coprì a lungo una strana schizofrenia del sistema: da una parte c’era il dominio della «Cultura», gestita nell’ambito sempre più blindato dell’Università, delle riviste e del club accademico in tutte le sue sfumature; dall’altra parte il mondo reale, con la professione, i lavori pubblici, il territorio sempre più occupato da metri cubi di cose progettate da tecnici vari e solo raramente da architetti che, nella maggior parte dei casi, avevano perso ogni contatto con la cultura dell’Architettura dieci minuti dopo il brindisi di laurea.
Tra i due mondi così separati esistevano comunque alcuni collegamenti: apollinei, solari e portatori di speranze come le opere di Franco Albini, Ignazio Gardella, Carlo Scarpa o i più giovani Carlo Aymonino, Guido Canella, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Gabetti & Isola, Gino Valle, Eduardo Vittoria che, nella molteplicità dei linguaggi, operavano a tutto campo muovendosi tra didattica e dibattito culturale, orgogliosi di essere dei professionisti. Poi c’erano altri collegamenti «dionisiaci», più oscuri e misteriosi, come quello spietatamente gestito dalle società concessionarie, presenti nel ricco mercato delle opere pubbliche con il ruolo di società di servizi per supportare le amministrazioni di ogni livello in progetti complessi e soprattutto ricchi: mani pulite e la prematura morte della prima repubblica e poi la nuova regolamentazione decretarono formalmente la fine di questi collegamenti, il cui vero ruolo era stato di mantenere saldi i rapporti tra partiti e grandi appalti. Tra i più giovani, ancora incerti tra la dimensione «pura» dell’Architettura, fatta di elaborazioni teoriche o di exploit grafici, e l’insoddisfatta voglia di affermarsi come progettisti, qualcuno lanciò la formula quasi eroica dell’«è arrivato il momento di sporcarsi con la polvere del cantiere e con la calcina, di recuperare il mestiere». «Mestiere», non ancora professione, fu la parola d’ordine, come se il contesto fosse ancora quello della bottega artigiana o del cantiere descritto dal Manuale del 1946. Sono corsi gli anni sessanta, settanta, ottanta e poi gli altri fino a oggi: per partecipare a un concorso di progettazione, come dice Cellini, bisogna mendicare fatturati e organizzazione dalle società di progettazione o d’ingegneria, forse le stesse che avevano ispirato la legge Merloni, mentre il dibattito culturale naviga troppo lontano per mettere in pericolo i traffici del mercato. Ma forse questo riguarda soltanto la nostra generazione o poco più. Il mondo in cui viviamo è diverso da quello in cui siamo cresciuti: la trasformazione del contesto, la dimensione per lo meno europea in cui operare e le norme che regolano i concorsi hanno costretto, anche in Italia, i professionisti più attenti e colti ad adeguarsi per sostenere il confronto. E poi anche le archistar fanno parte del sistema, sebbene in Italia ci sia voluto molto tempo per capirne ruolo e ragioni del successo. Mentre corre l’anno 2010, alla luce delle cronache e di una grave crisi, la domanda potrebbe essere: perché? Perché indignarsi per un sistema che è gelatinoso, o molto più semplicemente corrotto? Perché meravigliarsi dello sfascio dell’Università, cominciato da molti anni, perfezionato dagli inutili diplomi, dalle incomprensibili lauree triennali e propagandato, come in una televendita, dallo slogan dell’eccellenza? Perché piuttosto, nei pochi anni che ci dividono dalla pensione, non sederci sulla riva del fiume e goderci lo spettacolo?

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Last modified: 16 Luglio 2015