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Ilaria La CorteScritto da: Reviews

Libri (esigenti e provocatori) per capire l’Italia

Libri (esigenti e provocatori) per capire l’Italia
La cronaca critica di Luigi Prestinenza Puglisi, la storia teorica di Marco Biraghi. Percorsi necessari per leggere quello che sta accadendo intorno all’architettura, tra nomi illustri e snodi ineludibili, tra frammentazioni e urgenze, tra simboli e principi

 

Nel panorama dei libri di storia e teoria dell’architettura, due pubblicazioni recenti si interrogano, da prospettive diverse, sul significato dell’architettura oggi. “Storia dell’architettura italiana dal 2000 a oggi” (2025, 245 pagine, 10,50 €) di Luigi Prestinenza Puglisi ricostruisce gli ultimi 25 anni attraverso eventi, protagonisti e contesti nazionali; “Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico” (Einaudi, 2025, 192 pagine, 21 €) di Marco Biraghi ne mette in discussione i presupposti, domandandosi cosa significhi oggi essere architetti e fare architettura, sia nella pratica storica che nella riflessione teorica.

 

Oscillazioni e intermittenze

Quando si parla di architettura italiana recente, l’equivoco ricorrente è raccontarla come una tradizione del passato. Luigi Prestinenza Puglisi sceglie la strada opposta, trasformando il presente in materia storica. “Storia dell’architettura italiana dal 2000 a oggi” non è un manuale né un saggio accademico, ma una cronaca critica lunga 25 anni, raccontata con la libertà di chi la storia l’ha frequentata dall’interno. Prestinenza Puglisi non cerca imparzialità; al contrario, prende posizione, attribuisce responsabilità, individua passaggi decisivi e, soprattutto, fa ciò che la storiografia italiana dell’architettura spesso evita: raccontare fallimenti, illusioni collettive, promesse mancate.

Il punto di avvio è la Biennale di Venezia del 2000 diretta da Massimiliano Fuksas. Il titolo, “Less Aesthetics, More Ethics”, segna una rottura: l’architettura non può più limitarsi al linguaggio formale, mentre le questioni urbane cambiano scala e complessità. Il racconto procede attraverso la descrizione di condizioni culturali più che di opere architettoniche. Tanto quanto i progetti contano l’impatto di internet e dei voli low cost, la formazione all’estero con il programma Erasmus, la diffusione delle riviste internazionali e la rete, che consente agli studi emergenti di organizzarsi al di fuori delle accademie. L’architettura italiana degli anni Duemila appare come una generazione in movimento che si forma all’estero, torna, riparte, si frammenta.

In questo scenario Prestinenza Puglisi costruisce una contrapposizione narrativa tra Renzo Piano e Massimiliano Fuksas che non è solo stilistica, ma culturale: il primo rappresenta una modernità umanizzata; il secondo un’architettura gestuale e mediatica. Nel mezzo, l’Italia contemporanea che, oscillando tra questi due poli, fatica a costruire una linea riconoscibile. La prima metà del decennio è raccontata come una stagione di aspettative. La nascita della Direzione generale per l’architettura e l’arte contemporanea, la Medaglia d’oro della Triennale, il Maxxi sembrano indicare un possibile ritorno dell’architettura come tema pubblico nazionale. Il museo di Zaha Hadid diventa il simbolo di un possibile cambio di paradigma istituzionale.

Poi il ritmo rallenta. Le istituzioni mediano, l’accademia riassorbe, le energie si disperdono. Mostre e festival si moltiplicano, ma incidono poco, funzionando più come dispositivi di comunicazione che come strumenti di trasformazione. In questo contesto, l’architettura italiana sembra produrre più dibattito che opere, mentre la critica, che occupa riviste, webzine, festival e reti informali, finisce per rendere l’ambiente culturale quasi più rilevante delle realizzazioni stesse.

Il risultato è un libro provocatorio che fa discutere e, proprio per questo, risulta utile. In un panorama editoriale spesso prudente, Prestinenza Puglisi restituisce all’architettura italiana una dimensione che negli ultimi anni si era attenuata: quella del conflitto interpretativo. Alla fine della lettura resta una percezione chiara. L’architettura italiana contemporanea non è né in crisi né in rinascita, ma intermittente: capace di singoli episodi significativi, meno di processi duraturi. E, sullo sfondo, un problema che non riguarda soltanto l’architettura, ma il paese che la produce.

 

Significati e identità

Partendo da una domanda solo in apparenza retorica, Marco Biraghi costruisce in “Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico” una riflessione che non è né consolatoria né nostalgica. La fa con la lucidità di chi ha studiato la storia della disciplina e ne coglie il riflesso nel presente, quello di un’architettura che cresce velocemente e si moltiplica, ma che rischia di perdere la sua stessa identità.

Lontano dal saggio storico nel senso convenzionale, Biraghi costruisce un percorso teorico che invita il lettore a tornare alla radice del concetto stesso di architettura, al senso originario dell’arché, come condizione per capire ciò che è ancora possibile intendere come progetto, senza ridurlo a mera applicazione tecnica. La questione che attraversa il libro è esplicita: se l’architettura è ormai legata alle logiche di mercato, esiste ancora una dimensione critica e progettuale autonoma? Oppure è destinata a convergere in un’estetica del consenso, come la definiva Vittorio Gregotti, in cui la disciplina si piega alle esigenze delle tecnoscienze e al pragmatismo?

La riflessione, lungi dal rimpiangere un passato mitico e perduto, si fa lucida e argomentata: occorre ripensare l’architettura nella sua dimensione storica, culturale e filosofica. In un contesto dominato da crescita urbana, proliferazione di edifici e tecnologie emergenti, Biraghi rivendica una dimensione del progetto che vada oltre l’oggetto e l’effetto visivo, riaffermando l’architettura come costruzione di significato, non come semplice prodotto. Nel libro, il confronto con la tradizione critica, da Vittorio Gregotti a Manfredo Tafuri, è costante ma sempre orientato al presente in cui l’architettura rischia di lasciarsi definire più dalle dinamiche di mercato e dalle logiche della tecnologia che dalla propria specificità culturale.

“Quel che resta dell’architettura” è un testo esigente che richiede attenzione. Biraghi non offre risposte, ma rilancia la questione, riportando al centro il progetto come atto culturale. In questo senso, la crescita urbana, l’Intelligenza Artificiale e la proliferazione degli edifici non costituiscono semplici contesti, ma fattori che mettono in crisi l’identità disciplinare, rendendo quella domanda non solo pertinente, ma oggi più urgente che mai.

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Tag: , , , , , , , Last modified: 6 Aprile 2026