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Architetti lontani dalle mode (e poco spocchiosi) ma dentro i problemi dell’agire sociale

Architetti lontani dalle mode (e poco spocchiosi) ma dentro i problemi dell’agire sociale

VIENNA. Con un denso simposio e uno specifico taglio espositivo, il 12 marzo si è aperta all’AzW-Architekturzentrum Wien la mostra «Think Global – Build Social! Architectures For A Better World» presentata in altra edizione lo scorso anno al DAM-Deutsche Architekturmuseum di Francoforte sul Meno. È particolarmente rilevante notare come, dal punto di vista curatoriale, si tratti in effetti di due mostre omogenee e conseguenti – nate dalla collaborazione tra due istituzioni di livello internazionale quali AzW e DAM – e non già di un semplice riallestimento/rimontaggio. Da evidenziare come faccia da sfondo all’esposizione viennese il peculiare e virtuoso incontro tra la serie di iniziative sull’argomento promosse nel tempo dall’AzW diretto da Dietmar Steiner (vale ricordare: «Just build it! The Buildings of the Rural Studio», 2003; «Jo’burg Now! Construction Site South Africa», 2004; «Bottom up. Building for a Better World», 2006) e i ragionamenti proposti da Andres Lepik – già curatore al MoMa di «Small Scale, Big Change» (3 ottobre 2010 – 3 gennaio 2011) nonchè recentemente di «Afritecture – Building Social Change» ?(14 settembre 2013 – 2 febbraio 2014, Pinakothek der Moderne, Architekturmuseum TU München) – qui curatore con Sonja Pisarik, a sua volta responsabile dell’inedito focus austriaco. Il quale tributo site specific serve ad esempio a capire che c’è per l’architetto un agire “social” che, a cominciare da un ragionevole lavoro sul progetto, non ha necessità assoluta dell’altrove – cioè di realizzarsi in contesti diversi e lontani – ma può svilupparsi anche nella città europea, sia in aree storiche (a Vienna, appunto: Hagner & Schartner/Gaupenraub) che di periferia (a Parigi: Druot, Lacaton e Vassal).
Altro fattore evidente è il ruolo delle donne architette, ottimamente rappresentate con opere chiare e assai ricche di tensione e complessità (da Anna Heringer & Martin Rauch, a Hollmén, Reuter, Sandman) ovvero che incrociano ruoli non-tradizionali (Rine Lamstad/Gyaw Gyaw). Non ultimo, quanto di significativo svolgono alcune Scuole di architettura che attraverso programmi formativi integrati dal progetto alla costruzione realizzano con gli studenti e le comunità locali i progetti discussi ed elaborati, anche in questo caso sia in sede (Rural Studio/Auburn University, e talvolta design.build Studio/TU Vienna) che in luoghi remoti (Baupiloten/TU Berlin, Bauen für Orange Farm/HM München, BASEhabitat/Kunstuniversität Linz, RWTH Aachen, di nuovo design.build Studio/TU Vienna ed anche ETH Zurich per il legame di fatto con Urban Think-Tank); prassi questa di indubbia sensatezza – per intendersi una di quelle mosse che se per caso qualcuno prova a farla in Italia finisce in galera per questioni di polizze, responsabilità e perfino concorrenza sleale, mantenendo così anche ben vivo il distacco tra formazione e realtà.
Il variabile spessore di innovazione che i lavori discussi al convegno o presentati in mostra contengono – il cui raggio appunto comprende il ruolo dell’architetto che diventa fund-raiser o social entrepreneur all’interno o per conto di Ong committenti o di gruppi di comunità locali etc. – stimola, nel dibattito, quella franchezza e quel tipo di confronto pragmatico del quale l’assenza pare aver contribuito significativamente a ridurre in generale l’architettura a una discussione un po’ spocchiosa se non vecchiotta e da bar sulle forme o sull’immagine; una discussione alla quale gagliardamente sfuggono sia Tamassociati (presente ad «Afritecture» a Monaco) che Caravatti (anche a Vienna), tra i pochi studi italiani che da tempo – assieme ai loro committenti – percorrono prevalemente altrove sentieri di responsabilità e condivisione.
Se un tratto comune e al di là delle generalizzazioni è possibile scorgere nei lavori in mostra, questo pare soprattutto un approccio di strategia che conduce – con variazioni significative – a un’architettura “elementare” ma non “minimale” che l’idea stessa di sostenibilità sembra suggerire; in un quadro di complessità che tiene assieme tecnologia, ambiente e aspetti di natura umana e sociale, i risultati sono nella maggior parte non-convenzionali rispetto alla produzione corrente. In qualche caso, l’uso dell’architettura come inclusivo strumento di dialogo interculturale sembra aggiungere senso a opere e azioni nate per incontrare l’altro (e, spesso, anche l’altrove).
Rispetto al “social” di tipo anglosassone quale ad esempio Architecture for Humanity, che nell’indubbia valenza dei risultati tende talvolta a ricadere in una qualche personalizzazione mediatica, il filtro teutonico introduce forse serenità. A ben guardare però, la monotonia rivistaiola e sempre più alla frutta dell’ArchiStar System Global&Glamour è giusto dietro l’angolo: basta pensare alla Die Angewandte, l’Università di Arti Applicate di Vienna che fu dei Radicals etc. e che è da tempo presidiata da Queen Zaha Hadid; della quale il recente «Non è mia responsabilità» dichiarato a «the Guardian» che la intervistava sulla morte di centinaia di lavoratori migranti nel cantiere del suo stadio a Doha, Qatar, esclude brutalmente qualsiasi tensione “social”, anche la meno dichiarata.
Dopodichè, senza apparente snobismo ma dopo aver pagato 28 euro per l’ingresso, il pubblico presente al simposio viennese ha infine potuto capire dai relatori anche qualcosa sui soldi (risorse, ma anche onorari), cioè quanto pochi ne restino in tasca anche in questi casi eccellenti agli architetti che felicemente scelgono l’impegno del lavoro “social”.

a.gor.a Architekten: dormitori temporanei a Mae Sot, Tailandia, 2012 (© Franc Pallarès-López)

a.gor.a Architekten: dormitori temporanei a Mae Sot, Tailandia, 2012 (© Franc Pallarès-López)

Al Borde Arquitectos: Esperanza Dos School, Manabí, Ecuador, 2011 (© Esteban Cadena)

Al Borde Arquitectos: Esperanza Dos School, Manabí, Ecuador, 2011 (© Esteban Cadena)

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Last modified: 7 Luglio 2015