A Siracusa, completato il restauro del Castello Maniace dopo oltre 25 anni

by • 8 agosto 2017 • Patrimonio10306

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Visita all’intervento di restauro della costruzione federiciana del XIII secolo, sull’estremo lembo di Ortigia

 

SIRACUSA. C’è voluto oltre un quarto di secolo per vedere ultimato il restauro di una tra le più enigmatiche costruzioni federiciane, macchina da guerra o residenza, sull’estremo lembo di Ortigia. Costruito per volontà di Federico II tra il 1232 e il 1240, dopo quello di Augusta (1232) e prima di Castello Ursino a Catania (1239-1250), in obbedienza a precise regole di razionalità, geometria, simmetria, Castello Maniace presenta una pianta quadrata di 51 metri per lato, chiuso da un possente muro perimetrale con quattro torri cilindriche agli angoli. «L’intervento avviato a fine anni ’90», ricorda l’architetto Aldo Spataro, progettista e direttore lavori, «si era incentrato sulla rimozione delle superfetazioni (soppalchi, archi, muri) dovute al rimaneggiamento del castello, rimasto dopo l’unificazione d’Italia una struttura militare e utilizzato fino alla seconda guerra mondiale come deposito di materiale bellico».

Spataro, oggi al Polo regionale per i siti e i musei archeologici, aveva redatto il progetto quando dirigeva l’Architettonica della Soprintendenza di Siracusa ed è noto alle cronache nazionali per essere uno dei tre dirigenti «scomodi» (gli altri sono Rosa Lanteri e Alessandra Trigilia) per avere, tra l’altro, bloccato nel 2012 il progetto per il Porto Grande (porto storico vincolato dal 1988) e espresso pareri negativi a progetti di edificazione in aree e siti vincolati, come le 71 villette a due passi dal Castello Eurialo o il resort di lusso nella riserva della Pillirina (cfr. Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera e l’inchiesta di chi scrive su Il Giornale dell’Arte del 27 novembre 2014 e 3 novembre 2015).

«L’intervento precedente», ricorda ancora Spataro, «aveva interessato anche gli apparati lapidei, arricchendo notevolmente la conoscenza della tipologia delle sigle incise dai lapicidi sui conci, quasi totalmente abrase, ad esempio, nei restauri dei castelli di Lucera o Del Monte; mentre saggi di tipo archeologico, volti sostanzialmente a individuare il pavimento originario, hanno rivelato invece, al di là dell’accertamento di diverse stratificazioni pavimentali successive, le fondazioni di un tempio». Il nuovo progetto del 2009 (2,2 milioni, fondi legge 433/91 per la ricostruzione dei comuni colpiti dal sisma del dicembre 1990), avviato nel 2013 e concluso nel giugno scorso, ha riguardato principalmente il restauro e miglioramento sismico della Sala Ipòstila, due navate coperte da volte a crociera, ossia solo i tre quinti della sala originaria, sopravvissuti a un’esplosione causata da un fulmine nel 1704. Si trattava, infatti, di un unico grandioso salone scandito da 16 colonne libere, 4 semicolonne angolari e 16 semicolonne perimetrali, che sorreggevano 25 campate, coperte da volte a crociera costolonate. I lavori hanno interessato anche lo smantellamento della struttura di puntellamento realizzata nel 2001 per contrastare la spinta delle volte in caso di evento sismico, sostituita «rafforzando», spiega sempre Spataro, «l’azione dei contrafforti sapientemente costruiti dagli ingegneri borbonici, mediante la realizzazione di una “macchina” poggiata sulla sommità e vincolata con tiranti metallici al terreno di fondazione, che imprimendo una leggera compressione dei contrafforti ne aumenta la resistenza alle azioni orizzontali». Restaurati anche gli elementi lapidei, come i costoloni delle volte, i raffinati capitelli a crochét con scene agresti, figure umane, serpenti intrecciati e il superbo portale in marmi policromi, archiacuto e strombato, ai cui lati, su mensole, si trovavano i due arieti bronzei di età ellenistica, di cui se ne conserva solo uno al Museo Salinas di Palermo (l’altro andò perduto nel 1848). Lavori aggiuntivi non previsti nel progetto principale hanno resa necessaria una perizia di variante suppletiva e ancora, l’anno scorso, una seconda perizia (entrambe di circa 165.000 euro) per interventi urgenti sulle coperture a causa di gravi infiltrazioni d’acqua piovana che rischiavano di pregiudicare i lavori già eseguiti sul monumento. Si è inoltre deciso di realizzare un nuovo pavimento per la Sala Ipòstila, con la conseguente necessità di sistemare l’area del cortile e uniformare l’intero piano di calpestio.

Aperto al pubblico dal 2004 e trasferito nel 2011 dallo Stato alla Regione, nel 2009 il Castello ha ospitato il G8 Ambiente; oltre a essere museo di se stesso, ospita eventi culturali e mostre. Nel 2015 è stato inaugurato l’Antiquarium nei due corpi di fabbrica affacciati sul cortile, risalenti al XV-XVII secolo; vi sono esposte, secondo il progetto scientifico dell’ex soprintendente Beatrice Basile e la collaborazione della storica Liliane Dofour, le cartografie sulla storia del Castello e della Piazzaforte di Siracusa, oltre ai reperti architettonici e alla ricca serie di ceramiche e maioliche dal XIII al XIX secolo rinvenute negli scavi.

 

 

Il nuovo pavimento della Sala Ipòstila

La sala presentava vari piani di calpestio, spiega Spataro, «alcuni già preesistenti in acciottolato ed altri venutisi a creare a seguito dei lavori di copertura di scavi stratigrafici e archeologici, per cui si è ritenuto opportuno realizzare un’unica quota-pavimento. In prima istanza era stata preventivata la realizzazione di un piano continuo in cocciopesto», poi scartata in considerazione della «morfologia del substrato che avrebbe richiesto un pacchetto di preparazione con una sezione di scavo eccessiva, ma anche del dimensionamento dei campi da realizzare che non garantirebbe la tenuta nel tempo, c’era poi da non trascurare l’eccessivo impegno in caso di reversibilità». Un’attenta analisi e una serie di valutazioni sia storiche che filologiche hanno fatto, alla fine, preferire «la realizzazione di una pavimentazione in pietra calcarea, utilizzando lastre in pietra di Modica trattata con spazzolatura, con l’inserimento nella zone di accosto fra nuova pavimentazione ed elementi architettonici esistenti (basamenti colonne, aree da delimitare, trovanti e preesistenze) di rifasci in acciottolato, utilizzando materiale di recupero dalla rimozione dell’attuale pavimentazione». Una soluzione intesa a garantire un alto livello di compatibilità materica e cromatica, che tiene anche conto di aspetti come l’accessibilità, la percorribilità e la fruizione ma anche «la manutenzione, più immediata e risolutiva rispetto al cocciopesto».
Serve un occhio attento, perché di primo acchito non è affatto coglibile la particolarità del pavimento. L’architetto-restauratore ha scelto una soluzione raffinata e, appunto, non ostentata, in assenza di notizie storiche sul suo aspetto originario: un pavimento-specchio della copertura. Le lastre, infatti, sono disposte a spina di pesce come i conci nelle sovrastanti vele; esse disegnano la nervatura dei costoloni, scandendo il ritmo tra una campata e l’altra. È, di fatto, la proiezione della volta. Una soluzione non «neutra» ma che offre una proposta credibile, di pura astrazione geometrica in armonia con l’ambiente contrassegnato dal raro ed elegante equilibrio compositivo.


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