Philadelphia: il paradosso del primo lazzaretto americano

by • 1 Aprile 2020 • Patrimonio981

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Edificio vincolato, dopo un tortuoso iter legato al trattamento della memoria, è stato convertito in sede amministrativa e immediatamente chiuso a causa dell’emergenza sanitaria

 

PHILADELPHIA. I nuovi uffici comunali di Tinicum, comunità di 4.000 abitanti nell’area metropolitana di Philadelphia, sono entrati in funzione il 3 marzo 2020. E subito richiusi, il 16 marzo, per l’insorgenza del Coronavirus in Pennsylvania.  Più che per un fatto di sperimentazione architettonica, la vicenda colpisce perché l’attuale pandemia ha bloccato sul nascere il rilancio del primo lazzaretto d’America (1801) dopo un intervento di restauro conservativo avviato nel 2016. La facies dell’austero edificio in mattoni è stata riportata alla configurazione di metà Ottocento, ripristinando il portico in legno di 55 m lungo la facciata, e ristabilendo la lunga sequenza cadenzata di finestrature classicheggianti. Oltre ai necessari elementi di rinforzo strutturale, negli interni sono stati restaurati caminetti, assiti, boiseries e decori lignei, e introdotti i necessari ammodernamenti per il funzionamento dei nuovi uffici amministrativi (servizi, scale antincendio, rampe, ascensori, impianti di climatizzazione). Il padiglione centrale cupolato e le ali sono stati resi internamente comunicanti, pur senza alterare l’originario impianto a enfilades.

L’intervento, ideato dallo studio Vitetta (una firm locale di architetti e ingegneri, attiva dal 1968 e specializzata appunto in patrimonio storico), scaturisce da quasi un ventennio di dibattiti sul destino dell’edificio: un vero e proprio monumento, sia in quanto vincolato dal 1972, sia per le sue dimensioni (1.400 mq). Lo stile georgiano adottato dalle istituzioni celebrava ufficialmente l’impopolare politica della quarantena, contribuendo allo status della prima capitale del Congresso. Il sito prescelto era dei più pittoreschi: un’isoletta in un’ansa frondosa del fiume Delaware. Così, una volta abbandonata la funzione originaria, a fine Ottocento, la struttura ha conosciuto nuovi utilizzi legati alla vocazione del luogo (da country club a base di idrovolanti), poi l’abbandono. Nel 2001 l’area fu comprata da una società intenzionata a ricavarne parcheggi per l’aeroporto internazionale di Philadelphia; uno scenario che sembrò scongiurato nel 2005, con l’acquisizione pubblica. La Municipalità, però, prevedeva in loco una nuova caserma dei Vigili del fuoco di 38.500 mq, sollevando forti opposizioni. Scartata la destinazione museale, nel 2007 il fronte conservazionista è riuscito a rinegoziare la via dell’adaptive reuse e, grazie a un investimento di 8 milioni di dollari tra finanziamenti locali e statali, si è giunti alla configurazione attuale. Esito poi paradossalmente congelato da un’imprevedibile congiuntura planetaria, che sembra di nuovo azzerare il contatore della storia, non solo per questa comunità.

 

I lazzaretti, “macchine” per la segregazione

Siamo abituati a identificare Ellis Island con l’icona delle pratiche di segregazione esercitate a fine Ottocento sulle grandi ondate migratorie, a scopo (anche) di contenimento del contagio. Ma la costruzione dei lazzaretti Oltreoceano risale ad almeno un secolo prima. Dal 1793 Philadelphia fu colpita ripetutamente dalla febbre gialla, importata dalle navi che risalivano il fiume con centinaia di migliaia di coloni europei (anche italiani) e di schiavi africani a bordo. Epidemie analoghe flagellarono il Nord America per tutto l’Ottocento, le maggiori in Georgia (1856) e in Florida (1888). Anche colera e vaiolo dilagarono oltre la soglia del 1900.

La detenzione in strutture di quarantena si era imposta a fine Settecento come alternativa all’approccio tradizionale, quello di confinare alla rada le navi con equipaggio, passeggeri e carico – pericolosi focolai, potenzialmente fuori controllo, per la terraferma. Si trattava invece di costruire luoghi attrezzati dove isolare – più che curare – i malati, in località blindate ma confortevoli, combattendo il male con l’esposizione all’aria pura, al sole, il buon cibo.

Il prototipo quattrocentesco, veneziano, che ancora oggi dà nome internazionalmente alla tipologia architettonica, aveva generato una lunga scia di realizzazioni illustri: dal lazzaretto mediceo di Livorno, a quelli progettati da Michele Sanmicheli a Verona o da Luigi Vanvitelli ad Ancona. Nel Settecento, ogni grande porto del Mediterraneo – Genova, Marsiglia, Malta, Minorca, Smirne – disponeva di una propria stazione di quarantena, con varietà di forme e impianti planimetrici che superarono i primi recinti quadrangolari porticati. Negli Stati Uniti, in Canada e in Australia, a causa dei crescenti flussi dall’Europa, i lazzaretti otto-novecenteschi conobbero un ulteriore salto di scala, divenendo vere e proprie enclaves attrezzate con alberghi, depositi merci, alloggi del personale, cimitero, e amenities varie – dai campi da gioco ai parchi. Vigeva, ovviamente, una rigida separazione tra classi sociali.

Tale patrimonio storico, quando ancora esistente, costituisce un lascito simbolico e materiale che ha offerto occasioni di rifunzionalizzazione, spesso legate (diversamente dal caso di Philadelphia) al turismo. Questi progetti di riconversione sembrano tuttavia accomunati da percorsi decisionali tortuosi, frenati da dibattiti divisivi sull’uso della memoria o sull’impatto ambientale delle nuove funzioni. Un duro risveglio alla modernità, per siti rimasti sospesi nel tempo, marginali, a lungo inviolati.

 

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