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Arianna PanarellaScritto da: Reviews

Max Bill, la bellezza concreta del colore

Max Bill, la bellezza concreta del colore
Mostra al m.a.x. museo di Chiasso, poco oltre il confine, dedicata all’artista “universale”: architetto svizzero, ha praticato diversi campi artistici, dalla pittura alla grafica. L’esposizione è un percorso tra i nodi della cultura progettuale del Novecento, tra Zurigo, Canton Ticino e Milano

 

CHIASSO (Svizzera). Un olio su tela dipinto 60 anni fa – un metro e mezzo per lato – accoglie i visitatori al piano terra del m.a.x. museo: verde, rosso, bianco, blu, giallo, nero; quadrati ruotati di 45 gradi.

Suggestionano con il colore raccontando una rigorosa disciplina artistica. Una grammatica, come dice il titolo della mostra, applicata alla bellezza. Che, non a caso, è (nella parola latina, pulchritudo) il tema annuale del programma di eventi del Centro Culturale di Chiasso.

 

In scena uno dei maestri dell’arte concreta

Nulla a che fare con il Max (Huber) a cui era dedicata questa piccola ed elegante struttura nel centro della cittadina ticinese sul confine italiano (costruita 20 anni fa dalla Fondazione Max Huber-Kono su progetto dello studio luganese di Pia Durisch e Aldo Nolli).

Max (Bill) è un artista eclettico, architetto di formazione ma più noto come pittore, scultore, designer e grafico. Un “artista universale“, come raccontano nell’introduzione le curatrici, Nicoletta Ossanna Cavadini (storica dell’architettura e dell’arte, è anche la direttrice del m.a.x. museo) e Karin Gimmi. Ha attraversato tutto il Novecento (nasce nel 1908, muore nel 1994), lavorando soprattutto sull’asse Zurigo-Canton Ticino-Milano. Proponendosi, proprio grazie a questa localizzazione, come artista capace di sviluppare relazioni e ponti attraverso le Alpi. In questo senso, la mostra a poche decine di metri dalla frontiera ha un carattere emblematico, quasi simbolico.

Proprio Milano – con le sue Triennali – è nella biografia di Bill un luogo fondamentale. Per l’edizione del 1936 disegna il padiglione della sezione svizzera. Presente anche nel 1951, è tra i protagonisti del  convegno “De divina proportione” in cui si confronta direttamente con Le Corbusier, Ernesto Nathan Rogers e Giuseppe Samonà. È questa la fase più architettonica della sua carriera, quella in cui discute (anche grazie ai confronti con Gillo Dorfles) di “arte concreta”: “La pittura e la scultura concrete non sono che la realizzazione di quanto è otticamente percepibile. Il mezzo creativo è dato da colore, spazio, luce e movimento e con la composizione di questi elementi si originano nuove realtà“.

Le parole, scritte giusto 90 anni fa da Bill, segnano una linea di demarcazione netta tra astrazione (che parte dalla natura) e arte concreta, che nasce dai principi logico-matematici e permettono di comprendere questa mostra (visitabile fino a metà luglio), composta da circa 150 pezzi provenienti da varie collezioni, soprattutto svizzere. Ben organizzati per epoche e temi sviluppano un percorso coinvolgente che si svolge sui 2 piani e nelle 4 stanze espositive, non disdegnando però incursioni lungo scale, corridoi e zone di distribuzione.

 

Sulla frontiera, un museo a cielo aperto

I pannelli colorati di Max Bill (di varie forme e dimensioni ), appesi alle pareti, hanno la forza di costruire una mappa alternativa, dinamica e cangiante, di uno spazio architettonico che fa del bianco – quasi accecante degli intonaci e traslucido dei rivestimenti di facciata – il tratto distintivo. Un piccolo scrigno, con uno sbalzo ardito in corrispondenza dell’entrata, l’edificio di Durisch+Nolli è ancora oggi, con 20 anni ottimamente tenuti sulle spalle, una traduzione del concetto di white-box: organismo edilizio composto e misurato, offre le migliori condizioni per le mostre d’arte.

Dal punto di vista morfologico è una sorta di lanterna orizzontale nel centro della cittadina ticinese. Eppure, ad eccezione del piano terra, le relazioni interno-esterno sono limitatissime, tutto si gioca sulla capacità dell’architettura di diventare piattaforma e infrastruttura, di costruire relazioni tra elementi, anche a distanza. Una dimensione che la stessa evoluzione di questo luogo ha reso concreta: dal 2010 la proprietà passa al Comune di Chiasso che ne fa il perno di uno spazio culturale integrato. Anche il nome legge, con eleganza e misura, questa transizione: il Max Museo diventa m.a.x. museo: lettere minuscole, e un acronimo in cui la “m” sta per “museo”, la “a” per “arte”, mentre la “x” evoca dimensioni e incognite.

Incognite, e divagazioni, provocati dai programmi culturali, intensi e ben diretti, anno dopo anno. Per il resto la struttura urbana di questo luogo trasmette ordine, precisione, rigore. Tutto è sui toni del bianco e del grigio (come quello scuro, dello Spazio Officina, anche questo progetto Durisch+Nolli), lievemente intaccato dall’ocra del Cinema Teatro (edificio del 1935, progetto di Americo Marazzi). Gli edifici appoggiano su piastre in cemento, come in cemento è, alle spalle del Museo, un altro edificio di significativa qualità architettonica, la Doppia Palestra, disegnata da Nicola Baserga e Christian Mozzetti, aperta del 2010.

Sono le forme di un luogo collettivo identitario, neutro ma non omologante. Capace di adattarsi ad usi molteplici. E di diventare, come in questi mesi, una grande installazione urbana in cui opere d’arte e colori, pur temporaneamente, invadono lo spazio pubblico, definendo sfalsamenti e contrasti, necessari.

 

Immagine di copertina: mostra “Max Bill (1908 – 1994): la grammatica della bellezza”, m.a.x. museo Chiasso

 

“Max Bill (1908 – 1994): la grammatica della bellezza”
m.a.x. museo

A cura di: Karin Gimmi e Nicoletta Ossanna Cavadini
29 marzo – 12 luglio 2026
Via Dante Alighieri 6, Chiasso, Svizzera
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