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Giacomo "Piraz" PirazzoliWritten by: Forum

Agricoltura urbana (verticale) come risarcimento

Agricoltura urbana (verticale) come risarcimento
A otto anni dall’esordio, riceviamo e pubblichiamo un bilancio del progetto GreenUP, a firma di uno dei suoi promotori (e nostro autore)

 

Spettabile redazione,

vorrei aggiungere qualche considerazione allo stimolante articolo Oltre il verde urbano: prove di agri-architettura in città anche in riferimento a GreenUP*, progetto collaborativo e multidisciplinare tuttora in corso (cfr. approfondimento in basso). In questo caso con intento sistemico-infrastrutturale abbiamo puntato sugli orti verticali, avendo chiara la differenza in utilitas tra “orto” e “giardino”, quindi “paesaggio”; gli ultimi due termini con una storia ed un’estetica “alta” (ovvero imposta, disegnata dall’uomo, e pure coloniale in formato esportazione). Di contro, al di là della narrazione mitologica, l’orto è funzionalità – forse perché l’insalata è meno poetica dei cespugli di ligustro e per niente tragica rispetto alle foglie d’acanto della fanciulla di Corinto di vitruviana memoria; né lattuga e prezzemolo son stati oggetto di dialoghi animistico-telepatici, sorte talvolta riservata a altre piante.

Con tal francescano intento abbiamo scelto di stare con i frati e zappare l’orto – anche perché almeno nell’orto, a differenza degli esteticissimi green del golf, di solito non si fa uso di pesticidi fino a percolare nelle falde acquifere. Del resto non è di orti ma di giardini l’aulica cronologia che da quelli pensili del tempio di Salomone giunge al visionario Highrise of Homes (1981) di James Wines, al pionieristico giardino verticale di Lina Bo Bardi per la prefettura di San Paolo (1990, non eseguito) all’Emilio Ambasz della verde copertura della prefettura di Fukuoka (1993) passando per l’inestimabile Patrick Blanc della maschera verde del parigino Musée du Quai Branly di Jean Nouvel e Jacques Chirac (2005), fino al Bosco verticale milanese (Boeri, Barreca, La Varra 2009-14), del quale va ormai di moda bollare come astronomici i costi di gestione, dimenticando piuttosto la non banale alternativa alla facciata vetrospecchio.

Avendo quindi preferito all’inesausta bellezza di codesti giardini o perfino paesaggi il fertile terreno dell’orto organico (verticale), ne segnaliamo la frequente riduzione al design della serra, che tale resta anche quando è opera di qualche architetto capace in architettura – essendo far l’orto altro mestiere, ché le piante son materiale vivo, diversamente da cemento, vetro, ferro etc. Sospettando che tale (mancato) risultato sia imputabile anche al vecchio schema architetto/committenza, in otto anni di GreenUP molti e felici sono stati gli incontri con irregolari, attivisti e gruppi di base. Vale citare Incredible Edible Todmorden, manipolo di donne formidabili che invade una cittadina inglese avendo deciso di coltivarne tutti i cmq di terra disponibili per poi organizzare raccolta e cena comunitaria; ovvero il Prinzessinengarten berlinese, con i celebrati succhi estratti dalle verdure cresciute su raised beds (in questo caso ex cassette di frutta); o ancora Carrot City della Ryerson University di Toronto, iniziativa diversamente accademica, al pari dell’orto con serra nel campus di Rural Studio a Newbern, Alabama; fino a Bill Pullman che, oltre ad aver messo la faccia sul cult-movie Independence Day (1996), coltiva appassionatamente frutta coi propri vicini di casa di Hollywood, come spiega in The Fruit Hunters (2012), lo stesso film in cui la botanica Isabella dalla Ragione racconta il suo lavoro su archeologia arborea e biodiversità. E mentre nel Bronx ormai oltre 10 anni fa Majora Carter implementava Greening the Ghetto, lo straordinario architetto, teorico (ed amico) Michael Sorkin insieme a Terreform produceva New York City (Steady) State (2010), giustamente estrema ricerca analitico-progettuale dedicata all’autosufficienza alimentare ed energetica di New York. Sintomatico che proprio Sorkin, in occasione della sua brillante conferenza-performance a San Paolo del Brasile nel 2019, proponesse l’attivismo come unico modo per rinnovare le città.

Con GreenUP la scelta di fare prosaici orti invece che giardini è derivata anche da altre questioni, quali ad esempio il contesto di cambiamento climatico, ovvero gli obiettivi di sviluppo sostenibile di Agenda 2030 ONU; perciò riportare la natura (anzi l’agricoltura) in città è sembrata la soluzione da sviluppare, la biodiversità corollario necessario insieme alla buona salute. La mancanza, nelle aree urbane, di superfici orizzontali coltivabili ha quindi forzato alla coltivazione in verticale ed in piccoli spazi. Quindi, tra i fondamentali ragionamenti di Dickson Despommier sul vertical farming, i casi applicati di Singapore con tutti i relativi pro e contro, alcuni progetti high tech non arrivati ad esito – come le facciate ad alghe di Ratti e Griffa per EXPO 2015 – abbiamo potuto fruire di una ricca serie di criticità. Da ciò, due questioni green più facili da superare con software di render che nella realtà. La prima: la quantità di terra che serve perché una pianta possa vivere è spesso in rapporto 1:1 con la parte emersa della pianta (chioma, nel caso di un albero); se è minore, la pianta va in stress e deve essere trattata o muore. La seconda: le radici seguono la legge di gravità, per cui tendono a crescere in verticale e non in orizzontale; fare verde verticale disponendo vasi di piante in orizzontale non funziona. Utile anche precisare che delle migliaia di tutorial sul vertical farming, una percentuale rilevantissima non è stata testata per un periodo superiore a qualche giorno.

Condividendo un pensiero maturato con i colleghi medici-nutrizionisti, vale pensare come avremmo affrontato la pandemia immersi in “città verdi” ed in condizioni di autoproduzione alimentare su base familiare. Infine, consiglio l’appello al mondo per riparare al disastro dell’agricoltura industriale che è in Omelia contadina di Alice Rohrwacher e JR.

 

L’immagine di copertina, “Prima e dopo GreenUP”, è stata elaborata su iPhone da un bambino di 9 anni durante la presentazione di “Cidades comestiveis” [Città commestibili] da parte Giacomo Pirazzoli (Italian Design Ambassador 2020)

 

* GreenUP è cominciato presso il laboratorio CrossingLab DiDA-Università di Firenze nel 2012 con coordinamento di Giacomo Pirazzoli e Paolo Grossoni (cfr. GreenUP – a Smart City, Allemandi International 2013, con video). Ad oggi vi hanno partecipato circa 200 tra studenti, ricercatori, professionisti etc. Questo breve testo anticipa la pubblicazione del libro GreenUP Tropical, che a sua volta include la ricerca PPGAU-CAPES 2017-19 svolta da Giacomo Pirazzoli presso la Università Mackenzie di San Paolo (Brasile) insieme ai colleghi Maria Augusta Justi Pisani e Valter Caldana (direttore LPP-Laboratorio Projetos e Politicas publicas) ed il lavoro in partnership con EMBRAPA-Hortaliças

Autore

  • Giacomo "Piraz" Pirazzoli

    Nato nel 1965, laureato in architettura a Firenze, PhD Roma-Sapienza e post-doc FAU-Universidade Mackenzie São Paulo. Dopo aver realizzato in Italia alcune architetture in collaborazione con Paolo Zermani, Fabrizio Rossi Prodi e Francesco Collotti, lavora in ambito interculturale tra musei, mostre e sostenibilità applicando le ricerche Site-Specific Museums e GreenUP - A Smart City che ha diretto, essendo dal 2000 professore associato presso il Dipartimento di Architettura dell’Università di Firenze. Già presidente dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, è stato consulente presso ACE-CAE (Architects Council of Europe, Bruxelles), UN-UNOPS etc. Oltre che per mezzo di progetti, opere e relative conferenze, svolge attività internazionale anche come visiting professor e vanta oltre duecento pubblicazioni. Vive tra Firenze, l’Umbria e Rio de Janeiro.

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Last modified: 5 Gennaio 2021