Il susseguirsi delle vicende territoriali responsabili del consumo di suolo in quello che si poteva definire il «paesaggio palladiano» sta subendo unincontrollata accelerazione su tutti i fronti, cioè in ognuna delle articolate tipologie morfologiche che lo compongono. Non passa giorno senza che sulle cronache locali non compaia una notizia relativa a procedure di cementificazione, a irregolarità e a reati ambientali, a progetti di espansione edilizia e della viabilità, a commenti entusiastici del fare, ma anche a lamenti accorati per il disagio di vivere in un paesaggio in frenetica e acritica trasformazione. Ciò che sta accadendo e che accadrà non era certo tra le aspettative che gli ingenui caldeggiavano allindomani dellemanazione della nuova legge urbanistica regionale (n. 11 del 2004), con il roboante seguito di consistenti declaratorie circa lurgenza di salvare il salvabile del bel paesaggio veneto. Si pensava davvero allavvio di un nuovo corso. Emblematico, a tal proposito, è il testo della cosiddetta Carta di Asiago, sorta di manifesto che delinea il contesto culturale e strategico entro cui si colloca la suddetta legge. Nella Carta si sottolineava la necessità di un nuovo atteggiamento, più attento alla qualità ambientale e alla crescente domanda di bellezza, tanto da rilevare che «la coscienza dei cittadini veneti è oggi maggiormente sensibile alla tutela dello scenario ambientale e alla salvaguardia dei contenuti culturali della civiltà veneta». E invece? I sogni si stanno affievolendo giorno dopo giorno, con la stesura di un piano regolatore dopo laltro, intrisi di varianti che esprimono la criptica narrazione dei tecnici a favore del solito e indisturbato prosieguo della rendita parassitaria; e quindi ancora ruspe e betoniere e scavi e fossati intubati e nuove strade e nuove rotatorie e nuovi lotti residenziali e per la logistica. La breve stagione della speranza ha lasciato il campo alla realtà del più greve utilitarismo, del più forsennato assalto al territorio, avviando una corsa ad accaparrarsi ciò che resta dei suoli edificabili, facilitati da un governo centrale del tutto immune alle più ovvie attenzioni per il suolo e il sedimentarsi geostorico del bene paesaggio.
Voci consapevoli e competenti si levano sempre più numerose per rammentare il rischio di un definitivo e irreparabile degrado, a causa dello straordinario intensificarsi di progetti di diverse tipologie, ma accomunati dal filo conduttore del consumo di suolo, della densificazione urbana, dellelevato impatto affaristico. La cornice normativa del Piano territoriale regionale viene definita da Edoardo Salzano una «bella confezione» con però allinterno una certa vaghezza e genericità, con notevoli picchi dimprecisione e banalità retoriche che non confortano le aspettative di una saggia e condivisa pianificazione. Ben più preoccupante è il tema dei grandi assi infrastrutturali e dei connessi progetti strategici incoraggiati dalla legge n. 443 del 21 dicembre 2001 (cosiddetta legge Obiettivo), anche alla luce dellintesa generale quadro del 6 novembre 2009 tra il governo centrale e la Regione. Tra le infrastrutture dinteresse nazionale e regionale sono previste centinaia di chilometri di nuova viabilità per traffico su gomma, che quasi sempre attivano il solito gioco delle plusvalenze sui terreni attorno agli svincoli, attorno ai caselli per il pedaggio, a ridosso anche di apparentemente innocue intersecazioni con la viabilità secondaria. Inoltre, come se i progetti strategici non bastassero, bisogna tener conto degli infiniti interventi a livello locale per adeguare la rete esistente alla proliferazione delle varianti urbanistiche, residenziali, produttive e commerciali, che necessitano di «più rapidi» collegamenti. Insomma, un brulicare di cantieri che nemmeno la crisi è riuscita a razionalizzare e a ridimensionare. Insomma, dobbiamo aspettarci di tutto nei prossimi anni e quindi bisognerà intensificare la vigilanza e stimolare la consapevolezza tra i più, disattenti e assopiti nelle vuote seduzioni del pensiero unico.
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