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Scritto da: Città e Territorio Interviste Professione e Formazione

Barcellona Capitale, è un 2026 tra eredità e futuro

Barcellona Capitale, è un 2026 tra eredità e futuro
Il ruolo riconosciuto a livello internazionale dall’Unesco si sovrappone al Congresso dell’International Union of Architects, tra giugno e luglio. E molte ricorrenze pongono la città catalana al centro dell’attenzione per tutto l’anno. Intervista a Maria Buhigas

 

BARCELLONA. Il 2026 per Barcellona sarà un anno di celebrazioni: Capitale mondiale dell’Architettura e sede del Congresso UIA (dal 28 giugno al 3 luglio 2026) a cui si aggiunge la ricorrenza del centenario della morte di Antoni Gaudí, che coincide con il momento simbolico della finalizzazione dell’ultima torre della Sagrada Familia.

Altro anniversario significativo, il 2026 coincide con i 150 anni dalla scomparsa dell’urbanista Ildefons Cerdà. Oltre ad essere l’epicentro mondiale dell’architettura, Barcellona affronterà un anno decisivo dal punto di vista politico, in vista delle elezioni del sindaco nel 2027, quando è probabile che si assisterà a un’accelerazione dei grandi cantieri infrastrutturali aperti (la Stazione intermodale della Sagrera, la ristrutturazione della stazione di Sants, il collegamento ferroviario con l’aeroporto, il nuovo assetto viario delle Ramblas, ma anche la realizzazione di nuovi alloggi sociali).

In una città che negli ultimi anni è stata messa a dura prova dalla massificazione del turismo, dalla gentrificazione e dall’emergenza abitativa, il 2026 si presenta come un anno di bilanci: non tanto per ribadire l’eredità riconosciuta della capitale catalana, quanto per misurarne la capacità di trasformarsi. 

 

Tre anni dopo Copenaghen

Barcellona raccoglie il testimone di Copenaghen, World Capital of Architecture nel 2023, condividendone l’attenzione per la sostenibilità, il welfare urbano e il rapporto tra architettura e qualità della vita, ma differenziandosi per un approccio più esplicitamente politico e culturale, che concepisce la città come spazio di sperimentazione sociale e l’architettura come esperienza collettiva accessibile a tutti.

Barcellona, infatti, si prepara ad ospitare una moltitudine di eventi con l’intenzione dichiarata di raggiungere tutti gli strati e tutte le età della popolazione residente, con una presenza capillare su tutto il territorio cittadino, coinvolgendo i dieci distretti, da quelli centrali a quelli periferici. 

Se Copenaghen aveva proposto un modello fortemente orientato alla performance ambientale e alla governance nordica, Barcellona rilancia la capitalità come piattaforma critica, dove il progetto è strumento di equità, memoria e trasformazione collettiva. Il ruolo secondo Barcellona cavalca quell’idea democratica di una città di tutti e per tutti che l’ha resa un modello a cui guardare, e che non punta su una celebrazione autoreferenziale, né sull’architettura d’autore.

 

L’architettura come pratica collettiva. Intervista a Maria Buhigas

Come sottolinea Maria Buhigas (architetta e urbanista, dal 2023 ricopre il ruolo di Architetta responsabile del Comune di Barcellona) “vogliamo tradurre la Capitalità in un gesto concreto, quotidiano, che rimanga impresso nello stile di Barcellona”. Un approccio che ricorda, nelle intenzioni, le Olimpiadi del 1992: non tanto l’evento in sé, quanto l’occasione di lasciare un’eredità culturale duratura alla città. “Vogliamo che tutti si sentano partecipi di questo momento, che non sia un evento elitario. Vogliamo che sia una programmazione corale e aperta”.

Perché Barcellona è stata scelta come Capitale mondiale dell’Architettura?

Il prestigio di Barcellona si è costruito sul fatto che, dall’inizio della democrazia, l’Amministrazione pubblica ha capito che l’architettura e l’urbanistica sono politiche pubbliche centrali, indipendentemente dal colore politico. Il 2026 coincide anche con anniversari significativi: i 100 anni dalla morte di Antoni Gaudí e i 150 anni dalla scomparsa di Ildefons Cerdà. È questa integrazione tra passato e futuro ciò che vogliamo proiettare.

 

Come si struttura questo ruolo rispetto al Congresso UIA?

Barcellona sarà la prima città al mondo a ospitare il Congresso UIA per la seconda volta, dopo l’edizione del 1996, a 30 anni di distanza. Quando ho assunto questo incarico, Barcellona era già stata designata. La prima decisione è stata quella di separare i due ambiti: il Congresso concentra il dibattito professionale in pochi giorni; il ruolo di Capitale lo dilata nel tempo e nello spazio, portando quei temi nei quartieri, nelle scuole, negli spazi pubblici, aprendoli a un pubblico non specialistico. Ci è sembrato naturale sfruttare questa opportunità unica per promuovere una grande azione di divulgazione dell’architettura in senso ampio. 

 

Quali attori sono coinvolti nell’organizzazione?

Il riconoscimento di Capitale dell’Architettura è il risultato di una governance condivisa. Il Comune di Barcellona lavora insieme al Collegio Superiore degli Architetti CSCAE, al Collegio degli Architetti della Catalogna COAC, alla Generalitat della Catalogna e al Governo centrale, in dialogo con UNESCO e UIA. C’è un comitato scientifico e a livello operativo è stato istituito un Ufficio tecnico dedicato che coordina il programma, ma il cuore del progetto è corale: istituzioni culturali, università, associazioni, professionisti e cittadini sono chiamati a contribuire. È un modello che riflette l’idea di architettura come pratica collettiva, non come produzione autoreferenziale. Il budget complessivo di 11 milioni di euro è sostenuto in parti uguali da Comune, Generalitat e Governo centrale.

 

Esiste un filo conduttore di questo posizionamento e quali obiettivi vi siete posti?

Né un tema né uno slogan. Vogliamo parlare di città, di qualità della vita, di come urbanistica, architettura e paesaggio influenzano il nostro quotidiano. E per farlo abbiamo tre obiettivi chiari. Il primo è culturale: rendere l’architettura comprensibile, discutibile e condivisa. Non si tratta solo di raccontare l’architettura di Barcellona, ma di spiegare che architettura, urbanistica e paesaggismo sono discipline che configurano lo spazio che ci circonda quotidianamente, anche se non ne siamo consapevoli. Il secondo è politico, nel senso più alto del termine: vogliamo che la città sia un laboratorio in cui si possa mettere in relazione l’architettura con le sfide globali odierne. Infine, c’è un obiettivo di lungo periodo: lasciare un’eredità fatta di consapevolezza, strumenti e nuove alleanze tra disciplina e società. Vogliamo che tutti si sentano partecipi.

 

Come si prepara concretamente la città ad accogliere questo evento?

Senz’altro non come a un grande evento isolato, ma come a un processo lungo e diffuso. Una costruzione progressiva del programma insieme alla città. L’obiettivo non è vestire Barcellona per il 2026, ma rendere visibile ciò che già accade: pratiche, conflitti, politiche e sperimentazioni che fanno dell’architettura uno strumento quotidiano di trasformazione urbana. Abbiamo organizzato una call aperta a tutte le entità, collettivi e professionisti legati all’architettura e alla città, e la risposta è stata impressionante: più di 250 proposte da oltre 170 entità, con più di 1500 attività distribuite in oltre 300 giorni, nei 10 distretti della città.

 

Come viene garantita la partecipazione dei quartieri e della cittadinanza?

Uno dei pilastri è la decentralizzazione. Vogliamo che la programmazione arrivi dappertutto e sia visibile in ogni angolo della città. A partire da febbraio per 10 mesi il programma si distribuisce nei 10 distretti, usufruendo degli spazi quotidiani – biblioteche, mercati, centri civici, impianti sportivi – oltre ai luoghi canonici della cultura. Inoltre, lanceremo un programma di volontariato intergenerazionale, con giovani e anziani, per coinvolgere tutta la comunità. A partire da gennaio partirà una grande campagna di comunicazione che sarà capillare: nelle scuole, mercati, centri civici, impianti sportivi. La comunicazione non sarà solo promozionale, ma pedagogica: raccontare perché l’architettura riguarda la vita quotidiana, dall’abitare alla mobilità, dal clima allo spazio pubblico. Il nostro motto è semplice: Vieni a scoprire il tuo quartiere.

 

Cosa resterà di questo dopo il 2026?

Aspiriamo a un’eredità sia materiale che immateriale. Ma quella principale è immateriale: una nuova relazione tra architettura e cittadinanza. Come eredità materiale, sarà realizzato un plastico a grande scala di Barcellona, collocato permanentemente nell’edificio razionalista dell’antica casa editrice Gustavo Gili, insieme a due mostre permanenti: “Diversa, intensa e complessa”, e “BCN 2035”, che mostrerà i grandi progetti cittadini in corso. La terza sarà la più incisiva, quella che lascerà un segno tangibile nella città: la realizzazione dei progetti vincitori del concorso indetto dal Comune per ridisegnare 10 fronti ciechi di edifici, uno per ogni distretto della città. Un concorso internazionale rivolto ad architetti under 35, i cui esiti e progetti sono stati presentati e messi in mostra lo scorso dicembre.

 

Qual è lo spirito profondo che ispira questo progetto?

Nel 2006 Barcellona ha ricevuto la Medaglia d’Oro dell’Architettura e quella targa è appesa nel mio ufficio. Ci ricorda la necessità di essere degni di quella distinzione, consapevoli sempre della vocazione pubblica dell’architettura. Essere Capitale dell’Architettura è un’opportunità per spiegare alla cittadinanza che l’architettura non è solo una disciplina tecnica, ma una vera politica pubblica. Non si tratta di celebrare l’architettura, ma di usarla per immaginare futuri urbani più giusti. L’architettura è molto di più che costruire edifici.

Immagine di copertina: immagine simbolo del Congresso UIA a Barcellona (dal sito web dedicato https://uia2026bcn.org/)

 

Per approfondire

Premio Mies van der Rohe 2026. Tra le 410 proposte pervenute per questa edizione, la giuria del Premio Europeo ha selezionato i 40 progetti finalisti che concorrono per il Premio di Architettura Contemporanea, che sarà aggiudicato a metà maggio a Barcellona, in un evento inserito nell’ambito di Barcellona Capitale mondiale dell’Architettura 2026. Con una grande diversità di scale e contesti, le opere selezionate si estendono su 36 città, 30 regioni e 18 paesi, con la Francia in testa in quanto a quantità di progetti (9) a cui segue la Spagna (7 di cui 2 a Barcellona).
I progetti italiani selezionati sono due: il Bicocca Superlab di Balance Architettura e il restauro della chiesa di San Barbaziano a Bologna dello Studio Poggioli.
La giuria internazionale è composta da Carl Bäckstrand, Chris Briffa, Zaiga Gaile, Tina Gregorič, Nikolaus Hirsch e Rosa Rull e presieduta da Smiljan Radić.

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Tag: , , , , , , , , , , , Last modified: 28 Gennaio 2026