A partire da un libro recente, “Come fare casa”, proponiamo l’estratto di un testo di Cino Zucchi che riflette sui modi di abitare la città contemporanea
Il tema della casa alimenta il dibattito. Tra sguardi ampi, storie italiane, novità legislative, e rassegne di contributi, è necessario (anche) parlare di progetti e di tipologie residenziali. Lo fa, a partire dall’esperienza di un concorso ormai pluriennale (Architetti Cercasi), un libro pubblicato da Quodlibet, e presentato in queste settimane. Curato da Stefano Tropea presenta casi studio, immagini e pensieri. Elementi capaci di posizionare la disciplina all’interno di un necessario aggiornamento di modalità e tecniche che vadano oltre la dimensione esclusiva delle politiche. Tra gli articoli proponiamo l’estratto del saggio di Cino Zucchi (progettista che sui temi della casa e dell’abitare molto ha prodotto) dal titolo “Abitare la nuova città: permanenze e metamorfosi degli ambienti di vita”. Ringraziamo l’autore, il curatore e l’editore che ci hanno concesso la pubblicazione.
Quale sia lo scopo di una casa non può purtroppo essere esprimibile a parole. Non è fatta per cucinare, mangiare, lavorare e dormire, ma per abitare. Tra i concetti di cucinare, mangiare, lavorare, dormire e il concetto di abitare c’è di mezzo quello a cui diamo il nome di architettura (Josef Frank).
[…] Lo spazio tra le cose: la riscoperta dell’urbanità e l’emergenza ambientale
La risposta alle mutevoli esigenze e stili di vita contemporanei genera ogni giorno una serie di soluzioni progettuali che stanno rimodellando il nostro ambiente domestico. Mentre la città storica costruita nel tempo costituisce ancora lo sfondo amato della nostra vita quotidiana, le espansioni della città dell’ultimo secolo ci appaiono una semplice somma di “unità abitative” che raramente è in grado di produrre il comfort e il fascino degli spazi urbani tradizionali, dove le attività convivevano in una vivace miscela.
Se il secolo scorso è stato segnato dall’espansione della città, oggi assistiamo sempre più a una metamorfosi della struttura urbana per rispondere all’evoluzione del modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo. Tutta Europa è stata segnata dall’abbandono dei grandi recinti industriali o infrastrutturali della prima era industriale, la cui posizione e dimensione si offre come una delle più interessanti occasioni per dare forma allo sfondo al desiderio di nuovi luoghi collettivi capaci di unire la ricchezza e la varietà dell’esperienza urbana con le qualità ambientali dei quartieri suburbani. Nel frattempo, abbiamo riscoperto le qualità positive della densità urbana non solo per la ricchezza e la varietà della sua esperienza, ma anche in termini di sostenibilità: un abitante della periferia consuma il doppio dell’energia elettrica e il triplo della benzina di uno dei centri urbani consolidati.
Nel dare forma ai nuovi ambienti abitati possiamo fondere insieme tutte le qualità positive della sperimentazione modernista sull’abitazione – la ricerca di luce e aria, l’ottimizzazione dello spazio, le alte prestazioni tecniche – con il desiderio di privacy e qualità ambientale che ha portato le persone verso la periferia.
Per fare questo, uno dei punti cruciali è una progettazione ponderata degli spazi “intermedi”, delle soglie che mediano tra diverse scale. Il passaggio dalla dimensione interamente pubblica della strada a quella interamente privata della stanza può avvenire a molti livelli; queste articolazioni possono non solo generare interessanti spazi collettivi alla scala del quartiere, ma anche una ricchezza complessiva che crea un’articolazione tra il chez soi delle singole unità abitative e la ricchezza della forma urbana e degli spazi verdi comuni.
Questi spazi di relazione, sia ai piedi dell’edificio – con una funzione condivisa più forte e il compito di definire il confine tra spazi aperti privati e pubblici – che ai vari piani fino al tetto possono oggi acquisire un carattere abitabile, e rispondere alle crescenti richieste di attenzione ai cambiamenti climatici e al risparmio energetico, divenendo sofisticati filtri ambientali. La crescente attenzione alla sostenibilità e il desiderio di “stanze all’aperto” private che estendano lo spazio interno verso l’esterno sta generando nuovi temi progettuali capaci di rispondere al desiderio di una diversa qualità della vita. Se un cauto sperimentalismo contraddistingue le “città di fondazione” dei nuovi docklands o dei polder nordeuropei come Ijburg ad Amsterdam o Wasserstadt ad Amburgo, in Italia la trasformazione in quartieri residenziali di grandi aree dismesse si è perlopiù basata su pochi e deludenti modelli immobiliari. Anche se il felice periodo successivo alla seconda guerra mondiale può ancora offrire utili insegnamenti sul “vivere moderno” in ambito urbano, non è possibile risolvere i problemi posti dalle metamorfosi della metropoli multietnica contemporanea con i modelli funzionalisti e igienisti del secolo scorso.
Ma l’esperienza utile per riformare gli automatismi ereditati dal progetto abitativo è forse un’altra: una lezione di umiltà e serietà in un’epoca che privilegia l’iperbole formale anche in assenza di senso. Essa richiede uno sguardo attento e affettuoso, che sappia procedere per piccoli spostamenti piuttosto che per grandi proclami, inseguendo una serie coerente di piccole variazioni che possono condurre a inaspettate scoperte. Della nuova casa, della nuova città vorremmo questo: il fatto di essere insieme rassicurante e inaspettata, capace di articolare lo spazio di relazione e di proteggere quella dimensione privata che Christopher Alexander vedeva come una necessità primaria a difesa dell’omogeneizzazione contemporanea.
Oggi la questione della forma dello spazio comune tra le unità abitative appare sospesa tra obiettivi diversi. Se la politica del “quartiere satellite” della tradizione moderna ha cercato di
ricreare la solidarietà sociale del villaggio all’interno della nuova classe urbanizzata, non è chiaro quale dovrebbe essere il paradigma formale dello spazio connettivo capace di tenere insieme i tessuti residenziali contemporanei e i loro nuovi abitanti. […]
Immagine di copertina: rendering del progetto primo classificato del concorso AAA architetticercasi™ 2023-24, sito Padova. Progetto “BACk Bassanello Abitare Condiviso”, di Massimo Addamiano (capogruppo), Michele Cortinovis, Federico Messa (progettisti)
Ideato in occasione della sesta edizione del concorso AAA architetticercasiTM e del settantesimo anniversario di Confcooperative Habitat il volume “Come fare casa. Abitare cooperativo e architettura dei luoghi domestici” (a cura di Stefano Tropea, Quodlibet Studio, 2025, 160 pagine, 20 euro) indaga, attraverso diversi contributi, il rapporto inquieto tra modelli consolidati e innovazione, tra permanenza e metamorfosi, tra forme e usi. Si tratta di un racconto in forma aperta che ha l’ambizione di porre domande e spunti sulle sfide attuali dell’abitare collettivo. Confcooperative Habitat riunisce le imprese cooperative di abitazione, i consorzi attivi nell’ambito dei servizi alla casa e le cooperative di comunità all’interno di Confcooperative, la Confederazione delle Cooperative Italiane, e ne rappresenta gli interessi nei confronti di istituzioni, enti e organismi comunitari, garantendo assistenza e servizi.
Il libro comprende i testi introduttivi di Alessandro Maggioni, Stefano Tropea e Gaspare Caliri. I saggi sono firmati da Aljoša Dekleva e Tina Gregorič, Salvatore Di Dio e Luciana Mastrolonardo, Mónica Alberola, Massimo Bricocoli e Marco Peverini, Marta Peris e Cino Zucchi (che ha fatto parte della giuria del concorso). Il percorso fotografico è di Simone Marcolin. Prima della rassegna dei progetti di Architetti Cercasi ci sono conversazioni con Renata Codello (a cura di Diletta Trinari e Stefano Tropea), Andreas Hofer (Carla Ferrer e Marco Jacomella) e Pierluigi Nicolin (Giampiero Sanguigni).























