PARIGI. Si può visitare dal 24 aprile sino all8 settembre alla Cité de lArchitecture et du patrimoine la mostra “Architecture en Uniforme”, davvero costruita su ricerche che risalgono al 1999. Versione francese, ormai due anni e mezzo dopo l’allestimento presso il CCA di Montréal, la mostra vale il viaggio. E, una volta almeno, per le domande e i problemi che pone, per la ricchezza dei punti di vista che le 17 sezioni in cui è divisa ci offrono, dallinquietante incipit, il bombardamento tedesco di Guernica del 26 aprile 1937 allancor più inquietante termine ad quem, il bombardamento di Hiroshima del 6 agosto 1945.
La mostra coltiva e articola una tesi: è la seconda guerra mondiale a compiere davvero la modernità architettonica, elaborata tra Europa e Stati Uniti negli anni venti e trenta; è la seconda guerra mondiale a segnare anche le forme della ricostruzione postbellica. E la mostra lo fa toccando capitoli più attesi – come gli stabilimenti di guerra e le città operaie costruite in loro prossimità – e altri molto meno attesi – come il tema del camouflage o quello della comunicazione visiva dei campi di battaglia. Ma lo fa anche ponendo un tema importante e rappresentato in mostra con equilibrio: quello della scala. Quattro casi studio – il Pentagono, Auschwitz, Oak Ridge e Penemunde – consentono di misurare i cambiamenti tecnologici, costruttivi, distributivi, su scale urbane che chiariscono non solo che cosa significhi davvero accelerazione dei modi e tempi di realizzazione, ma anche il complesso intreccio tra innovazione e tradizione, tra modelli fordisti e nostalgie vernacolari.
Una mostra complessa che va letta, forse vista e poi meditata; e che è accompagnata da un libro-catalogo (molto più libro che catalogo), pieno di ulteriori approfondimenti. Jean Louis Cohen, curatore di entrambi, ha dato forse la miglior prova di sé di questi ultimi dieci anni. E Béatrice Julien lo ha assecondato con un allestimento non invasivo che accompagna il visitatore senza forzare con scelte retoriche o enfatiche il percorso, il quale rimane meditativo, sospeso tra stupore per la capacità innovativa dei singoli e delle strutture soprattutto pubbliche e disagio profondo, nel vedere tanti architetti coinvolti anche in vere tragedie umane. La mostra è anche, se non soprattutto, una rassegna sugli architetti e i loro ruoli, davvero inattesi per numero e qualità, durante il conflitto, sul modificarsi della professione, come organizzazione ma anche come scelte etiche e politiche. Una riflessione che la galleria iniziale di ritratti raccoglie e propone a una lettura senza indulgenze.
La seconda guerra mondiale e la (compiuta) modernità architettonica
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