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Scritto da: Progetti

A Venezia, possiamo di nuovo gustare una chicca di Scarpa

Venezia. Molti ricorderanno come si presentava fino a vent’anni fa lo spazio espositivo dell’Olivetti in piazza San Marco, prima che le macchine da calcolo prodotte dalla fabbrica di Ivrea lasciassero il posto a un’esposizione di oggetti d’arte che lo resero simile alle tante botteghe che popolano le calli della città lagunare.
In questo spazio Carlo Scarpa aveva interpretato in modo straordinario il modulo regolare delle arcate che scandiscono le Procuratie vecchie della piazza, trasformando in un ambiente unitario i due livelli sovrapposti della fabbrica cinquecentesca. Il risultato era uno spazio espositivo di circa 6×20 m con un ballatoio, nitido nella sua configurazione tridimensionale e straordinariamente ricco nelle soluzioni di dettaglio. L’incarico a Scarpa da parte di Adriano Olivetti, ricevuto nel 1957, aveva coinciso con l’assegnazione del Premio In/Arch patrocinato dallo stesso industriale. La rilevanza della committenza e l’unicità del luogo facevano da presupposto all’inserimento di un progetto nel difficile contesto della platea marciana: un intervento che, pur nelle sue contenute dimensioni, era subito apparso come una prova magistrale, soprattutto per la straordinaria disinvoltura con cui soluzioni innovative erano accostate a tecniche costruttive che interpretavano la tradizione lagunare. Superfici in calce rasata, a stucco e in pietra si alternano al legno, delimitate da nitide cornici di metallo. La sorprendente intuizione d’inserire tessere di pasta di vetro in una pavimentazione realizzata con la tradizionale tecnica del terrazzo alla veneziana rimane emblematica e fa di Scarpa forse l’ultimo grande interprete di una tecnica millenaria. Queste superfici, realizzate solo con i colori primari, trovano così un contrappunto nella sottile calibratura dei toni chiari delle pareti in spatolato lucido.
L’ambiente, dedicato all’esposizione della massima industria italiana per le macchine da scrivere e i calcolatori, ospitava pochi «modernissimi» oggetti collocati lungo le vetrine e poggiati su esili supporti a sbalzo. La strategia percettiva di Scarpa faceva evidentemente leva sull’isolamento dei pochi oggetti in uno spazio relativamente vuoto: l’occhio del visitatore poteva penetrarlo, comprendendone il carattere unitario e perdendosi in un labirinto di raffinate soluzioni architettoniche. Così, mentre l’Olivetti si sforzava invano di seguire il mercato delle macchine da calcolo elettroniche, l’ambiente di Scarpa resisteva immobile, salvo qualche manutenzione, ospitando nei primi anni novanta gli ingombranti volumi dei primi elaboratori. Infine lo spazio fu destinato a mostra mercato d’arte, omologandosi alla congestionata esposizione di oggetti. L’architettura non subì gravi cambiamenti, ma la rarefatta purezza dello spazio scarpiano risultò del tutto compromessa.
Da allora la cronaca locale e la critica architettonica si unirono nel sollecitare un recupero dell’assetto originario, che oggi a distanza di quasi vent’anni sembra essersi compiuto grazie a un restauro promosso, gestito e finanziato dalle Assicurazioni Generali che detengono la proprietà dell’immobile e che hanno affidato la progettazione e la direzione lavori all’architetto Gretchen Alexander.
Il manufatto, oggetto di un rilievo scientifico finanziato dalla Regione Veneto, ha imposto circa un anno di lavoro soprattutto per il recupero delle tonalità cromatiche originarie e ha visto coinvolta la Soprintendente ai beni architettonici di Venezia, Renata Codello, da anni impegnata a confrontarsi con la tutela delle opere di Scarpa.
Dal 20 aprile le Assicurazioni Generali affidano lo spazio al Fondo ambiente italiano che ne curerà la tutela garantendone la fruibilità. Così la forza espressiva dell’opera, il valore intrinseco di materiali e lavorazioni, insieme alla fama crescente dell’autore hanno contribuito a far conservare questo spazio, che con le sue dimensioni contenute consente una delle più intense esperienze architettoniche nel pur ramificato lavoro di Scarpa, e mette in luce una delle sue intuizioni più importanti: dimostrare che è ancora oggi possibile guardare al passato senza alcun residuo di nostalgia.

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Last modified: 10 Luglio 2015