Quo vadis architetto? La Cina è vicina

by • 20 Novembre 2020 • Forum705

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In Cina le fiction con gli architetti sono cosa recente: psicodrammi tra emancipazione professionale e urbanesimo fuori tempo massimo

 

Per il secondo appuntamento della rubrica rubo il titolo del film di Marco Bellocchio del 1967. Nessun riferimento alla storia narrata (che a sua volta aveva preso spunto dal libro di Enrico Emanuelli del 1957) e nessun architetto in scena. Ma la scritta “inquietante” (?) tracciata sul muro di una città di provincia italiana è rimasta nell’immaginario collettivo. Ma quanto è vicina la Cina? Quanto ci è vicina? Dai documentari di architettura che si vedono e si sono visti nelle sale, nei festival, in rete, sembra a noi lontanissima e fuori tempo massimo: nuove metropoli, demolizioni “storiche”, inurbamento forzato, copie “occidentali”, archistar a servizio, politiche immobiliari espansionistiche nel resto del mondo. Le fiction con gli architetti cominciano a essere girate anche in Cina solo negli ultimi dieci anni: prima la professione non era personalizzata. Sono tutti giovani e belli, tanti studenti. La libera professione come la intende l’Occidente per loro è una novità. Non, però, per la vicina e contestante Hong Kong. Ma questa è un’altra storia.

 

Architect, 建筑师 (Ding Wenjian) – 2019 CN – Han Li

Un architetto/regista/produttore/sceneggiatore racconta il ritorno tormentato alla natia Taizhou di Wen Xin, un architetto emigrato a Singapore, per il funerale della madre. Una dolorosa vicenda famigliare e professionale che porta il protagonista ad esplorare il labirinto dei rapporti tra persone e architettura, tra persone e persone, tra vecchi e nuovi edifici nel contesto della trasformazione urbana. «La protezione delle vecchie città, lo sviluppo urbano incontrollato, l’impatto sulla vita delle persone comuni con la demolizione del vecchio e la costruzione del nuovo sono sempre stati l’oggetto dei miei scritti. L’unità dell’uomo e della natura è la vera connotazione del Feng Shui. Yin e Yang, la vita e la morte, sono leggi naturali e inarrestabili». Le città, e le sue architetture, a volte muoiono. A volte rinascono, si trasformano, come i loro abitanti. Aveva già raccontato tutto Italo Calvino: la città della memoria, che rimanda all’infanzia e al passato, finisce con la città nascosta, e cioè l’archetipo della città futura, dove c’è posto per la morte e la speranza.

 

Wall on Heart, 垂直 (Zhang Weiping) – 2018 CN

Dal delta del fiume Jiaojiang sulla costa del Mar Cinese Orientale ci spostiamo verso l’interno nella provincia di Wuhan, alla Jiangcheng University School of Architecture. Una tipica storia “universitaria”, docenti e studenti protagonisti con relativi status sociali, sentimentali, psicologici. Il regista conosce perfettamente questo mondo, avendo studiato architettura in Europa e insegnato come ricercatore in Cina dopo la laurea e la formazione professionale alla Beijing Film Academy. Insegnanti e studenti interagiscono come i grandi dell’architettura. E quindi ecco Caucy diventare Le Corbusier, Wen Li pensare come Robert Venturi, He Shi imitare Kezuyo Sejima, Misi atteggiarsi a Mies van der Rohe. «Dietro la tragicommedia della vita c’è il processo attraverso il quale ognuno capisce l’edificio a modo suo e s’impegna nel dialogo con il suo subconscio. Il film cerca di sovrapporre i tre spazi della realtà, del sogno e del testo, combina le tecniche dell’arte contemporanea e rivela la sottile psicologia e le emozioni tra i personaggi. Esprime il dilemma degli architetti idealisti nel caos materialistico ed estetico di oggi». Il titolo cinese tradotto in italiano, Verticale, nasconde in sé l’essenza del labirinto in cui si trovano le nuove generazione di studenti cinesi. Come ci hanno insegnato Parasite e Inception, la sfida al labirinto si gioca nello spazio fra l’alto e il basso.

 

Dead Pigs, 海上浮城 (Cathy Yan) – 2018 CN/USA – David Rysdahl

La città galleggiante sul mare. Un allevatore, la proprietaria di un salone di bellezza, un cameriere, un architetto e una ragazza s’incontrano mentre migliaia di maiali morti galleggiano sul fiume che porta a Shanghai. L’allevatore perde il proprio sostentamento quando i maiali muoiono misteriosamente in tutto il paese. La sorella combatte per salvare la casa di famiglia dalla gentrificazione imperante, mentre un architetto americano, Sean Landry, guida lo stesso progetto per farsi un nome. In realtà agisce come tanti altri progettisti occidentali allettati dal boom edilizio legato al violento inurbamento “governativo” di 300 milioni di cinesi e dalla chimera di fama e facili guadagni. Il gioco del mercato internazionale della progettazione lo porterà a credere di avere qualche speranza, ma l’effetto “scatole cinesi” si dimostrerà ancora una volta ipnotico, truffaldino, manipolatore. La sua figura umana si riabilita nel finale quando lui ferma i bulldozer che stanno per radere al suolo la casa. Nonostante il finale in musica, stile Bollywood, la casa verrà abbattuta. E sul fiume, al posto dei maiali, ora galleggiano anatre morte. Divinatorio.

 

NdA: «Nel 1960 Monicelli propone a Cristaldi di ripercorrere la rotta di Marco Polo da Venezia a Pechino, passando per lo stesso itinerario e vedendo cosa è rimasto e cosa è cambiato. Quale narratore italiano potrebbe mettere insieme la traccia di un film così difficile, sospeso tra documento e affabulazione? Chiediamolo a Calvino, suggerisce Suso Cecchi d’Amico. Qualche settimana dopo lo scrittore consegna un centinaio di pagine straordinarie come arazzi persiani che testimoniano il suo coinvolgimento nel progetto di un film da fare che, come capita spesso nel mondo del cinema, non si farà. Il testo è bellissimo. Comincia e finisce con il rientro a Venezia dei Polo a cui nessuno crede, mentre Marco gesticola, racconta, insiste. Sfilano in mezzo i mesi di navigazione in alto mare, l’arrivo a Baghdad che si apre su un mondo di sogni, la carovana che avanza nel deserto, l’incontro con il vecchio della montagna e via via fino al lungo soggiorno alla corte del Gran Kan. Come non pensare a quello che saranno più tardi Le città invisibili? Scritte e riscritte, asciugate, quintessenziate, le avventure di Marco Polo, l’ambasciatore prediletto dall’imperatore dei Tartari, perdono per strada l’estro picaresco della grande avventura per diventare la mappa delle città che il veneziano ha visitato e rievoca al Kublai Kan, undici città che finiscono con l’essere cinquantacinque perché ognuna torna in scena cinque volte attraverso altrettanti sopralluoghi». (Orio Caldiron)

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