Cohousing, se IKEA incontra Habraken

by • 17 Febbraio 2020 • Forum, Mosaico, Progetti2349

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Il punto sulla nuova intrapresa del colosso svedese dell’arredo nell’ambito del cohousing

 

L’eredità che il fondatore di IKEA, Ingvar Kamprad, ha lasciato alla sua morte nel gennaio 2018 è un impero economico capace di dividendi milionari, ma anche la proiezione dell’azienda oltre il settore degli arredi a basso costo. Non è nuovo alla cronaca l’impegno del colosso svedese nella progettazione di edifici prefabbricati, assemblabili come gli oggetti che produce in milioni di esemplari ed esporta in tutto il mondo.

La prima proposta risale al 1996: BoKlok, un’abitazione in legno destinata dapprima al mercato svedese, poi esportata anche nel resto della Scandinavia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Nel 2016, un secondo tentativo vede la Fondazione IKEA impegnata nello sviluppo di un modulo per emergenze abitative per l’UNHCR: “Better Shelter House” (Beazley Design of the Year Award 2016), una struttura in acciaio e polipropilene facilmente assemblabile secondo il principio del fai-da-te che, al costo di mille euro, può dare temporaneo riparo a 5 persone.

 

Abitare condiviso, ma quale?

Nel 2017, il discusso Kamprad fiuta un altro settore: l’abitare condiviso, una realtà in grande crescita in tutto il mondo, con rilevanti sfaccettature che vanno dal co-living al cohousing. Se il primo esempio ha trovato nella complessa e frenetica società nordamericana un terreno particolarmente fertile e in espansione, il secondo – come si sa – ha origine proprio nei paesi scandinavi, e di questa esperienza si avvale la multinazionale svedese.

È così che IKEA Concept Innovation, una branca del colosso dell’arredo, intraprende un progetto di ricerca per lo sviluppo di “Urban Village Project”, visione urbana fondata sulla condivisione di spazi e servizi. La base conoscitiva si struttura mediante la raccolta dati sui futuri modi di vivere, avvalendosi della collaborazione con Space10, think-tank danese specializzato nelle tematiche abitative. Lo strumento d’investigazione impiegato, “One Shared House 2030”, è un questionario on line diretto all’intero World Wide Web: un modo semplice, graficamente accattivante (opera dello studio newyorkese Anton & Irene, che vanta clienti come Apple, CNN, Sony e Google), per raccogliere e condividere informazioni sull’orientamento dei possibili co-residenti.

Alla base dell’indagine vi sono dati sociologici e statistici relativi allo sviluppo demografico e di urbanizzazione in proiezione al 2030, e una “infarinata” di testi più o meno “classici” relativi al cohousing. Ne emerge un quadro interessante, di utenti desiderosi di convivere in micro comunità di 4-10 individui, usufruendo di spazi privati e servizi collettivi (ma forniti dall’esterno): una soluzione forse quindi più vicina a un flessibile AirB&B che non a quello del cohousing tradizionale, ma che rivela la volontà di accrescere occasioni di socializzazione e di ottenere un risparmio economico.

Il contributo architettonico arriva dallo studio EFFEKT Architects, anch’esso danese, che per l’occasione sembra rispolverare gli intramontabili insegnamenti sull’autodeterminazione spaziale teorizzata da John Habraken (1928), in un più ampio discorso a favore della prefabbricazione e del “non finito”, nel quale l’architetto olandese sviluppa il concetto del “support”: una struttura in grado di consentire la realizzazione di qualsiasi soluzione personalizzata (sintetizzata nella celebre illustrazione delle roulotte inserite nel telaio strutturale).

Allo stesso modo, il gruppo EFFEKT-Space10 ha elaborato un sistema che prevede la fornitura di una struttura modulare prefabbricata in legno, da completare con finiture e tamponamenti mediante tecniche e materiali reperibili in loco, così da rispondere anche alle esigenze economiche e climatiche specifiche. Il progetto (in itinere, per il quale vengono accolti contributi e osservazioni di vario genere) è articolato, perfino sotto il profilo della fattibilità economica e finanziaria, lasciando intravvedere una possibile riuscita di questa soluzione abitativa, grazie anche alle politiche di economicità e di produzione seriale ampiamente collaudate da IKEA.

È interessante osservare, però, che questa volta l’azienda svedese sembra volersi dotare di una base culturale e sociale a sostegno del progetto, per consentirne un’ampia diffusione, confrontandosi con interlocutori differenti (amministrazioni pubbliche, privati cittadini, enti assicurativi e previdenziali, mondo cooperativo ecc.), ma anche adattandosi a configurazioni spaziali diverse per soddisfare le richieste della più vasta platea possibile di utenti mondiali (edifici a torre, complessi residenziali a sviluppo orizzontale, unità singole ecc.). Il tutto accompagnato dalla vendita di “pacchetti” di servizi alla persona e d’intrattenimento, dalla lavanderia fino all’abbonamento a Netflix, secondo il modello sempre più diffuso di sartorialità del prodotto.

Una visione, quella proposta da IKEA e dal suo gruppo di sviluppatori, certo interessante per uno studio sociologico (meno dal punto di vista urbano), ma che lascia perplessi per le possibili ricadute in termini di massificazione del prodotto abitativo; al pari delle famose librerie Billy, che ormai milioni di famiglie hanno nelle proprie case.

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