L’architettura era la donna di cui eravamo innamorati

by • 29 Gennaio 2020 • Mosaico, Professione e Formazione2219

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Un ritratto intimo di Adolfo Natalini, dalle esperienze delle neoavanguardie all’opzione di campo per il progetto del costruito

 

Ritrovarsi in facoltà, nei primissimi anni ’60 a vent’anni… e scambiarsi visioni, accennare critiche, ma anche sposare visioni di docenti; dopo tutto c’erano Adalberto Libera, Ludovico Quaroni, Leonardo Benevolo, Riccardo Morandi e Leonardo Ricci e Leonardo Savioli (allievi di Giovanni Michelucci, ormai a Bologna). E, poco dopo, Gillo Dorfles, Umberto Eco prima e dopo il fatidico ’68. La facoltà era spesso occupata, e ciò provocava anche partecipazioni ad assemblee, produzioni di documenti non solo di carattere politico: un clima effervescente di stimoli e scambi teorici, concettuali, linguistici. C’erano stati momenti di grande intensità di scambi e crescita individuale. E poi la Biennale di Venezia del ’64, che influenzò linguaggi di progetto e tesi di futuri membri di Archizoom, Superstudio e UFO… Io uscivo spesso dal clima di facoltà anche vagando per gallerie come Sperone a Torino e Milano, La Salita e L’Attico a Roma e a Firenze la Galleria Flori e poi Schema.

I lavori di Archizoom (Andrea Branzi, Massimo Morozzi, etc.), Superstudio (Adolfo Natalini, Cristiano Toraldo di Francia, etc.), UFO (Lapo Binazzi, Riccardo Foresi, etc.) partirono dall’influenza della Pop Art inglese e americana; io mi riferivo a ciò che veniva dibattuto da “Conceptual Art”, Arte povera, Land Art. Noi architetti leggevamo «Casabella», «Domus», «L’Architettura» di Bruno Zevi, riviste inglesi e americane; io leggevo anche «Art Forum», «Studio International» e in Italia «B’t», «Data», «Flash Art»… Insomma, anche tutto ciò che potesse riguardare cinema e teatro sperimentale, dove spesso anche artisti e architetti della nostra generazione intervenivano (in assenza, com’eravamo, di confini disciplinari).

La Galleria Schema, disegnata da Superstudio, ospitò nel 1970 la prima mostra fiorentina del gruppo. Due anni dopo anch’io mostrai lì i miei lavori prodotti negli Stati Uniti. Avevamo un dialogo che evidenziava anche le nostre differenze: il Superstudio che produceva già le piattaforme anche concettuali che avrebbero portato Natalini e Toraldo alla svolta verso la professione del costruire, io invece a preferire, anche nei miei primi lavori (sin dal 1966) installazioni temporanee in scala e dialogo con il luogo città e non. Insomma, c’erano le scelte di Adolfo & Co. d’immaginare architetture planetarie e interplanetarie comunicandole visivamente con i fotomontaggi (spettacolari anche prima di photoshop) e le mie installazioni/architetture temporanee costruite nei contesti e nella scala del mondo reale prescelto.

Con Adolfo e Superstudio ci vedevamo spesso, visitandoci e unendoci per strategie di mostre e pubblicazioni. Con Adolfo ci confrontavamo scambiandoci anche le ultime pubblicazioni e le passioni travolgenti di cui eravamo preda: l’architettura era la donna di cui eravamo innamorati, il nostro modo d’amare era sempre più diverso ma sempre più reciprocamente apprezzato. Io mi ero messo pure a scrivere e insegnare su tutto ciò che il clima pre e post sessantottesco aveva trasferito anche nelle nostre idee d’architettura. Ettore Sottsass ci aveva indicato, col suo lavoro, che si poteva parlare d’architettura anche disegnando un mobile o un interno, anche filmando o fotografando… Adolfo era anche un bravissimo scrittore e critico, aveva cominciato a insegnare ad architettura e io stesso un paio di anni dopo cominciai a insegnare, sempre a Firenze su temi di architettura contemporanea: ecco perché incominciai anche a lavorare come critico facendo mostre su Superstudio, Richard Meier, Robert Venturi…

Adolfo finì piano piano col privilegiare il progetto inteso per essere costruito, tralasciando i suoi scritti di carattere critico (come fece anche Hans Hollein). E così, cominciando con l’Osteria di fronte alla Poltronova e proseguendo con la casa in Saalgasse e la banca di Alzate Brianza, Adolfo inizia la sua attività di produzione architettonica sempre più complessa e attenta alla citazione di concettualità contemporanee e storiche: privilegiando questo lavoro e abbandonando (come successe anche a Toraldo) l’attività di carattere teorico sperimentale del Superstudio. I due percorsi, quello di Adolfo e il mio, divennero quindi diversi: anche se costantemente e reciprocamente comunicati, discussi e compresi. Tante avventure ci occorsero ancora insieme, soprattutto nelle mostre che anch’io organizzavo, fino alla mostra Radicals alla Biennale di Venezia (1996).

Il nostro amore per l’architettura, anche se espresso nei modi più diversi, è stato sicuramente ciò che ci ha accompagnato fino ad oggi. Non troverò mai più un interlocutore così intenso nel definire e illustrare il proprio pensiero e nel comprendere le altrui ragioni.

 

«Adolfo Natalini (1941-2020): l’architettura è debito»: il ricordo di Claudia Conforti

 

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