Cristiano Toraldo di Francia (1941-2019)

by • 2 Settembre 2019 • Professione e Formazione1278

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Adolfo Natalini, amico e compagno di avventure in Superstudio, traccia un ritratto sentimentale dello sperimentatore, promotore di cultura, architetto e docente fiorentino

 

Un architetto in esilio

Cristano Toraldo di Francia (CTF) portava con leggerezza un nome illustre. Nato nel 1941 a Firenze, figlio di Giuliano, scienziato e filosofo della scienza, era cresciuto in una casa piena di libri e amicizie intellettuali. Nella carta da lettere che usava nei suoi vasti rapporti internazionali si qualificava come “Architect – Cofounder of Superstudio – Senior professor University of Camerino – School of Architecture and Design”.

Tra questi due estremi, un gruppo di avanguardia (tra gli iniziatori della cosiddetta Architettura Radicale nel 1966) e l’insegnamento universitario, CTF fu molte altre cose. Iniziando giovanissimo come fotografo, divenne architetto e designer firmando alcuni raffinatissimi interni fiorentini, mentre nell’ambito del Superstudio creava collegamenti inediti tra scienza e architettura.

Il Superstudio tra il 1966 e il 1978 ha svolto una ricerca paziente sugli oggetti, l’architettura e l’ambiente nel tentativo di una rifondazione antropologica della disciplina. Ha svolto un lavoro critico sotto il segno della distopia con progetti come “Il Monumento Continuo”, “Le Dodici Città Ideali” e “Gli Atti Fondamentali”, presenti in musei, mostre e pubblicazioni tra le quali la retrospettiva “Superstudio 50” al MAXXI a Roma nel 2016 e alla Power Art Station a Shanghai nel 2018.

La sua città, Firenze, non fu generosa con lui e dal 1994 si trasferì nelle Marche dove continuò il suo lavoro di architetto e partecipò alla fondazione della Facoltà di Architettura dell’Università di Camerino nella sede di Ascoli Piceno. Si dedicò all’insegnamento con sapienza ed entusiasmo, tra architettura, design ed ecologia (ne rimangono bellissime mostre e pubblicazioni sul riciclo del vestiario), formando generazioni di studenti entusiasti.

Autore di pezzi di design presenti nelle collezioni di numerosi musei e di architetture per lo spazio pubblico e i trasporti (stazione “il Serraglio” a Prato, stazione bus a Macerata, riassetto della stazione di Ancona), ha pubblicato libri, diretto riviste, promosso attività culturali. Ha insegnato e tenuto conferenze in università in tutto il mondo mettendo in luce i rapporti tra classicità e modernità.

CTF era una persona elegante e gentile a cui non si poteva non voler bene, anche se a volte manteneva una certa distanza dal mondo. Ha amato moltissime persone e moltissime lo hanno amato. A tutti coloro che lo hanno avuto vicino lascia il rimpianto di non averlo più come familiare, amico, compagno di strada. Fernando Pessoa (cito a memoria) ha scritto che la morte è solo l’angolo della strada e morire è solo non essere visti. Noi continueremo a vederlo, con la sua figura magra e il suo grande sorriso.

 

Una nota personale

Ho incontrato CTF nella Facoltà di Architettura nei primi anni ’60. Era un eccellente fotografo e viveva in una casa sulla collina di Bellosguardo, davanti al più bel panorama di Firenze. Io volevo fare il pittore e mi muovevo tra Pistoia e Firenze. Nel 1966 con amici neolaureati organizzammo la mostra “Superarchitettura” a Pistoia, inaugurata il 4 dicembre. Nel frattempo, il 4 novembre l’alluvione aveva sconvolto Firenze e l’acqua era arrivata al mio studio: CTF mi suggerì di dividere con lui uno studio in piazza di Bellosguardo, al riparo dall’acqua e dalla bruttezza. Iniziò così una lunga amicizia e una lunga avventura: eravamo un gruppo di cinque (e per due anni di sei) e i nostri figli giocavano insieme. Dopo il 1978 ognuno prese la sua strada, ma l’amicizia rimase. CTF dovette abbandonare Firenze e andò in esilio nelle Marche: Firenze non è mai stata grata ai suoi figli migliori. Rimanemmo in contatto e agli inizi del 2000 cominciarono una serie di mostre sul Superstudio, dopo anni di amnesie: furono l’occasione per ritrovarci scoprendo che i figli erano cresciuti come l’amicizia, anche se coltivata a distanza. A Londra, a New York, a Los Angeles e a Middelburg ci ritrovavamo a guardare antichi disegni. A breve distanza Roberto Magris e Alessandro Magris scomparvero. Gian Piero Frassinelli scrisse: “cadiamo ad uno ad uno come i petali di un fiore”. In seguito, nelle grandi mostre retrospettive e in tante altre, mettevamo a confronto gli anni rivoluzionari, gli anni di grandi speranze, con l’attualità, col nostro lavoro e la nostra vita. Non volevamo che i ricordi fossero troppi e volevamo guardare avanti. CTF, con la sua figura alta e magrissima, era quello che guardava più in avanti: adesso aspettiamo che ci racconti qualcosa dal suo nuovo viaggio.

 

CTF, dai giornali

In Italia i necrologi non hanno mai avuto uno stile letterario come nei paesi anglosassoni (Obituaries), affidati frettolosamente a un cronista di turno o a qualche amico addolorato. Sui giornali fiorentini CTF è stato sempre citato come l’architetto “che fece la pensilina”, come se questa fosse la sua unica opera e la sua storia. La pensilina, orrido termine a volte trasformato in “pinsillina”, era il terminal di via Valfonda, costruito nel 1990 sul lato della stazione di Santa Maria Novella. Era un’opera pubblica, finanziata coi fondi per i mondiali di calcio, voluta dall’amministrazione pubblica che non aveva altri progetti per impegnare i fondi rimasti dopo una discutibilissima ristrutturazione dello stadio di Pier Luigi Nervi. CTF sottopose il progetto a tutti gli enti e persino a Giovanni Michelucci, ottenendo un’entusiastica approvazione: “Finalmente qualcosa di moderno a Firenze!”.

Il Superstudio, oltre a produrre distopie, scritti, immagini e film, aveva un’attività professionale nei campi della ricerca, del design e dell’architettura. CTF aveva progettato oggetti e interni raffinatissimi e dopo il 1978 aveva firmato alcuni dei più bei negozi e allestimenti fiorentini. Era capace di accoppiamenti inediti di materiali, forme e colori. Sotto l’influenza di Giovanni Klaus Koenig si era dedicato all’arredo urbano, così vide il progetto del terminal come un’occasione unica di combinare le sue diverse attività in un’opera pubblica in un contesto delicato. Della vicenda progettuale rimane uno splendido libro, Il Terminal di via Valfonda a Firenze (Alinea 1990), ricco di disegni e fotografie. CTF era elegante e generoso e il Terminal era troppo elegante e generoso per il contesto urbano. Dopo una trionfale inaugurazione qualcuno cominciò a dire: “a me non mi piace”. Erano gli stessi fiorentini che alla mostra dei progetti per la stazione di Santa Maria Novella, davanti al plastico della stazione del Gruppo Toscano, dissero che gli architetti avevano esposto il cassone che lo conteneva. A questo punto le critiche divennero una valanga, un pò come “Gli è tutto sbagliato, tutto da rifare” di Bartali. Da opera pubblica e collettiva (tutti l’avevano voluta e approvata), divenne lo sfizio di un architetto megalomane: tutte le colpe erano di CTF, lasciato solo davanti alle critiche e agli insulti. La manutenzione venne trascurata, il manufatto degradò e nel 2010 fu demolito dal sindaco Matteo Renzi (il rottamatore), incurante del danno erariale procurato. CTF aveva sofferto così tremendamente per questa vicenda che nel 1993 aveva abbandonato Firenze, studio e famiglia per trasferirsi nelle Marche. Firenze lo aveva esiliato come quel ghibellin fuggiasco di cui adesso la città che lo aveva mandato in esilio, rivorrebbe le ossa.

A Firenze CTF aveva costruito la stazione Statuto, ma di quella nessuno parlava. Come nessuno parlava di altre sue opere toscane: la stazione del Serraglio a Prato, la Banca del Chianti a San Casciano, la Banca Toscana a Pistoia e dei suoi tanti fantastici allestimenti per la moda.

Poi CTF iniziò una nuova stagione progettuale nelle Marche. Le nostre strade si divisero, lui sull’Adriatico e io a giro in Italia, Germania e Olanda. Solo dopo molti anni ho avuto occasione di conoscere dalle fotografie dei suoi bellissimi lavori, come la stazione bus a Macerata o il riassetto della stazione di Ancona. I fiorentini, di tutti questi venticinque anni di lavoro nelle Marche o del suo insegnamento appassionante nella scuola di Architettura di Ascoli Piceno, non sapevano nulla: sarebbe bastato ai cronisti dar un’occhiata al suo sito e forse avrebbero evitato di identificarlo con l’architetto della pensilina.

Ma nel nostro paese, e non solo a Firenze, nessuno ama l’architettura e gli architetti, rei di cementificazione e distruzione del paesaggio. I giornali riportano solo i disastri dell’architettura, mai i successi… Con una sola eccezione, che è la venerazione per Renzo Piano.

Avrei voluto che sui giornali fosse ricordato Cristiano e la sua personalità cosmopolita di sperimentatore, architetto, docente e promotore di cultura… Ma non ci sono riuscito neanche io che lo conoscevo da quasi sessant’anni.

 

In copertina: disegno di Adolfo Natalini per ricordare Cristiano Toraldo di Francia

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