Canton Ticino, le ragioni della modernità

by • 18 Gennaio 2019 • Mosaico, Progetti2446

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Un rapporto sull’architettura attuale, richiamando le ragioni della modernità ticinese, attraverso il confronto di tre opere di altrettanti progettisti di generazioni differenti: Edy Quaglia, Baserga e Mozzetti, Pessina e Tocchetti

 

CANTON TICINO (SVIZZERA). La ragione per la quale, negli anni ’70 del secolo scorso, le opere degli architetti ticinesi hanno incontrato un immediato successo internazionale – e per la quale ancora oggi riscuotono curiosità e interesse – sta nel carattere singolare della loro modernità. Negli altri paesi europei, soprattutto in Italia e in Germania, negli stessi anni si diffondeva il cosiddetto Stile Internazionale, la ripetizione esausta di un linguaggio moderno banalizzato, e successivamente – con le avventure cosiddette postmoderne – si sarebbero messi in discussione i principi stessi del Movimento Moderno, sostenendo che avessero esaurito la forza progressiva che aveva rivoluzionato l’architettura occidentale. Il Ticino ha scoperto la modernità soltanto nel dopoguerra ed ha recuperato l’importante ritardo attraverso il riferimento esplicito ai concetti e guardando ai linguaggi dei maestri fondatori del Moderno. Per introdurre la modernità in un contesto culturale arretrato, hanno riproposto forme simili a quelle che i maestri hanno utilizzato al loro tempo per lo stesso scopo.

Chi scrive è tra quelli che sono convinti che la forza progressiva del Movimento Moderno – composto da mille pensieri e linguaggi diversi, uniti da una distanza critica costantemente esercitata nei confronti della realtà sociale e culturale – non solo non si sia esaurita ma, soprattutto in Italia, non sia stata culturalmente metabolizzata, non sia diventata patrimonio del pensiero architettonico diffuso. La Svizzera è certamente un caso a parte nella scena architettonica europea, e il Ticino a sua volta è un’eccezione, per la straordinaria permanenza nelle opere dei migliori architetti dei concetti fondanti della modernità, pur in un contesto (l’attuale paesaggio edilizio) compromesso da uno sviluppo urbanistico non dissimile da quello lombardo.

Tra gli anni 60’ e gli anni ‘80, due generazioni di architetti hanno guardato alle opere dei maestri. Prima la generazione di Brivio, Jäggli, Camenzind, Tami e Ponti, poi quella di Snozzi, Vacchini, Galfetti, Botta – e degli altri numerosi che negli anni ’70 hanno fatto conoscere il Ticino nel mondo – hanno aggiornato i concetti dei maestri adeguandoli alla misura del territorio ticinese, mettendo a punto linguaggi diversi e didascalici. Il riferimento alle opere dei maestri raramente ha assunto la forma della vera e propria citazione, il riferimento esplicito è stato praticato soprattutto nelle opere giovanili e come veicolo, come artificio proprio della provocazione culturale. Con la molteplicità delle loro poetiche hanno costruito un’architettura regionale, dalla forte relazione con il contesto, che è diventata la cifra condivisa.

Due tendenze convergenti

Che cosa è successo nei decenni successivi? L’architettura ticinese non si è affatto “normalizzata”, anzi ha opposto, in modi diversi, resistenza alle tentazioni di rinunciare alla coerenza concettuale a favore degli effetti epidermici. Alcuni dei maestri sono tutt’ora vivacemente presenti sulla scena professionale, e gli architetti delle ultime generazioni hanno praticato il loro insegnamento in almeno due modi diversi. Alcuni hanno interpretato la medesima coerenza con un linguaggio costruttivamente ed espressivamente aggiornato, ma in dichiarata continuità ereditaria. Altri si sono impegnati in una ricerca aperta alle esperienze internazionali, inaugurando un atteggiamento linguisticamente più “eclettico” rispetto ai primi.

Senza pretendere di rappresentare la complessità di uno scenario molto composito, si può dire che la “semplicità” continua a caratterizzare l’architettura in entrambe le tendenze.

Per semplicità intendo la qualità derivante dall’uso intelligente e parsimonioso delle risorse, sia economiche che espressive. È la qualità necessaria per rendere l’esito architettonico immediatamente comprensibile a tutti, attraverso la riduzione delle mediazioni tra l’affermazione dei principi e la loro rappresentazione nella costruzione. Anche se l’iniziale condizione didascalica si è venuta riducendo, l’architettura attuale è ancora intellegibile, è possibile riconoscere, in filigrana, nelle forme i principi che continuano a sostenere l’impianto degli edifici.

Fare architettura nel nuovo secolo

Si può considerare la situazione contemporanea come un indebolimento del carattere precipuo della modernità ticinese, oppure la si può leggere come maturazione culturale necessaria, come uscita da una condizione di avanguardia. Fare architettura nel nuovo secolo ha comportato confrontarsi con un contesto diverso. La questione energetica ha imposto problematiche costruttive sostanzialmente diverse da quelle degli anni ’70, ed ha condizionato fortemente il repertorio formale. Ma il contesto che è mutato in modo più significativo è quello territoriale, sono i modelli abitativi. È la condizione territoriale il passaggio obbligato, attraverso il cui riscatto potranno aprirsi orizzonti decisamente diversi.

Le tre opere di seguito presentate sono state progettate da architetti la cui poetica è da far risalire alla prima delle due tendenze che ho sopra richiamato, quella della piena assunzione del pensiero moderno e della sua “continuità” nella pratica professionale. Si tratta di architetti di tre generazioni diverse. Edy Quaglia ha superato i 70 anni, e fa parte di quel folto gruppo di professionisti che ha vissuto la vicenda di rottura rispetto alla tradizione regionalista e l’avventura del nuovo. Nicola Baserga e Christian Mozzetti sono quasi cinquantenni e sono la prima generazione degli “allievi”, anche se rivendicano piena autonomia dai maestri. Luca Pessina e Simone Tocchetti hanno 35/40 anni e rappresentano la generazione che ha appena conquistato i primi mandati di rilievo.

Le loro tre opere sono l’esito di concorsi, come quasi tutti i lavori dei migliori architetti ticinesi. I “migliori” architetti è una definizione che comprende i professionisti che partecipano ai concorsi per le opere pubbliche, la cui realizzazione comporta sempre, quindi, una selezione per merito. (Tra parentesi, è opportuno sottolineare che la selezione avviene, in quasi tutti i casi, soltanto “per merito” progettuale, non per fatturato o per numero di opere già realizzate, come avviene, invece, a sud del confine). Succede, invece, che le iniziative immobiliari di dimensione rilevante si servano di altri architetti, selezionati per grado di adesione alle strategie commerciali.

Masseria Cuntitt, Castel San Pietro. Progetto di Edy Quaglia 

Quaglia si dedica soprattutto ai lavori di scala minore, è un architetto-artigiano dalla grande sapienza costruttiva, spesso alla prova con interventi di ristrutturazione di edifici dei nuclei storici. La masseria Cuntitt – a Castel San Pietro, sopra Mendrisio – è un’antica cascina a corte, che versava in condizioni di avanzato degrado. Il programma prevedeva il suo recupero e la trasformazione in alloggi per anziani e altri spazi pubblici. Il concetto di conservazione e recupero di Quaglia è basato sulla ricerca delle ragioni della permanenza fisica del manufatto, sull’individuazione delle sue qualità spaziali, e quindi sulla sua restituzione all’uso a cominciare dalle risorse formali e tipologiche preesistenti, che hanno resistito al logorio del tempo. Non è conservazione tout-court, ma trasformazione in un manufatto del tutto nuovo, composto da spazi e da materiali antichi ridotati di significato. In questo senso, è un’attività più intellettualmente interessante rispetto alla nuova costruzione. La corte è diventata una piazza del villaggio, parte dei vecchi muri sono stati consolidati e parte sostituiti per realizzare un insieme architettonico denso di urbanità.

Casa anziani, Giornico. Progetto di Nicola Baserga e Christian Mozzetti 

La casa anziani di Baserga e Mozzetti è un padiglione situato nell’area verde appena fuori dal nucleo antico di Giornico, in Leventina, l’alta valle del Ticino. I quattro fronti delle camere si equivalgono e delimitano lo spazio centrale dei servizi ai piani, mentre lo zoccolo degli spazi comuni si adatta alla topografia. Cemento armato e legno caratterizzano l’edificio sia all’esterno che all’interno, senza eccezioni. Entrambi i materiali hanno finiture che valorizzano le loro proprietà. Il cemento armato ha la superficie irregolare, prodotta da casseri di tavole scalibrate, come nelle opere del dopoguerra di Le Corbusier. Il forte spessore del legno dei serramenti delimita le stanze degli anziani e stabilisce la loro relazione con il paesaggio. Nel lavoro di Baserga e Mozzetti è importante il rapporto tra forma e struttura portante, che tendono a coincidere, come nell’opera di Livio Vacchini. Il loro sodalizio con gli ingegneri Pedrazzini e Guidotti ha prodotto numerose opere, la cui forza espressiva è determinata proprio dalla necessità di questa relazione fondante.

Centrale di allarme, Bellinzona. Progetto di Luca Pessina e Simone Tocchetti 

La centrale di allarme di Bellinzona, costruita da Pessina e Tocchetti, è situata nella periferia del capoluogo ticinese, nell’area golenale del Ticino, tra le propaggini dei quartieri abitativi e il bosco fluviale. La centrale raccoglie i segnali delle emergenze e coordina l’intervento delle forze di sicurezza. Gli autori hanno diviso gli spazi amministrativi per dimensione, collocando lungo i fronti, progressivamente, in basso quelli di larghezza minore e in alto quelli di larghezza maggiore, in modo da formare una sezione interna scalare. Lo spazio centrale, riempito di locali di servizio, rivela l’effetto dell’invenzione spaziale nel vuoto delle scale. Esse si elevano da uno spazio generoso che si riduce di piano in piano, mettendo in mostra la scolarità della struttura. I fronti spogli e rigorosamente modulari contribuiscono a determinare la pacata chiarezza di quest’opera, la cui forma coesa lascia riconoscere gli elementi che compongono la sua complessità.

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