Biennale 2016: per la Francia il fronte è l’architettura ordinaria

by • 2 Febbraio 2016 • Biennale di Venezia2885

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Scelta su concorso con giuria presieduta da Dominique Perrault, la curatela del padiglione transalpino è affidata un’équipe che, con “Nouvelle du front – Nouvelles richesses”, va oltre le commesse pubbliche alla ricerca di un’architettura forte, con pochi investimenti ma tanti legami con le persone

 

Se Aravena chiede un rapporto dal fronte dell’architettura impegnata, la Francia risponde portando a Venezia le sue ricchezze nascoste. Questo infatti è il tema che guida il contributo transalpino alla 15ma Biennale; un contributo che intende scovare, all’interno di contesti marginali, valori e qualità ottenuti non con l’impiego di grandi forze economiche bensì attraverso l’incontro tra le persone e il progetto. Una ricchezza trovata nella qualità dei processi piuttosto che nell’azione di un architetto demiurgo o di una grande commessa pubblica. Una novità, proprio in termini di processo, è stata introdotta dall’Institut Français che, in luogo della nomina d’un commissario, ha scelto di indire un concorso per la curatela del padiglione. La giuria presieduta da Dominique Perrault ha decretato all’unanimità l’assegnazione della curatela ad un’équipe variegata che si presenta con una promettente prospettiva di ricerca.

Ne abbiamo parlato con Frédéric Bonnet, architetto, urbanista e curatore, insieme al giovane collettivo Ajap 14, della partecipazione francese. Alla curatela del padiglione francese collaborano anche Collectif France(s) Territoire Liquide, Collectif MYOP, Fourre-Tout, ENSA Nancy con Lorenzo Diez.

 

Il titolo scelto per il vostro lavoro è “Nouvelle du front – Nouvelles richesses”. Come verrà declinato il tema proposto da Aravena e quali sono le ricchezze dal fronte che intendete proporre all’esame del pubblico?

Il titolo della ricerca è solo un indizio per riaffermare l’impegno politico, sociale e territoriale dell’architettura in Francia. Negli ultimi anni il modo con cui si parla dell’architettura al grande pubblico e attraverso i mezzi di comunicazione sembra essere molto lontano dagli aspetti sociali. Tuttavia non è stato sempre così. In passato il legame tra architettura e questioni sociali è stato molto più esplicito; basti pensare alla questione dell’abitare che esplode in Francia durante gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.  Anche nella storia dell’architettura recente troviamo architetti chiaramente impegnati tra i quali Giancarlo de Carlo, l’Atelier de Montrouge e Edith Girard che sono stati per noi un riferimento e la cui eredità oggi si è dimostrata di molto indebolita.

In risposta a questa situazione abbiamo deciso di sottolineare la presenza di un’architettura militante in situazioni e territori che sono ai margini della grade commessa pubblica prestigiosa dei Grands Programmes della città e dello Stato ma anche ai margini degli interessi dei fondi di investimento privato. Ne risulta la fotografia di una Francia a due velocità. Da una parte c’è un territorio che si è sviluppato grazie dell’intervento pubblico specialmente all’interno delle grandi città. Noi vogliamo parlare di tutto il resto. La presenza dell’architettura è forte anche dove ci sono pochi investimenti, e questa condizione spinge l’architettura stessa a influire direttamente sulle condizioni economiche e di vita degli abitanti, creando legami, riaffermando spazi pubblici in maniera molto più ordinaria ma non per questo meno interessante. Quella che abbiamo trovato “al fronte” è una ricchezza non convenzionale, difficile da quantificare e per questo interessante da esplorare.

 

Per indagare le architetture dei margini la vostra equipe, tramite la rete delle Maisons de l’Architecture, ha chiamato gli architetti francesi a sottoporre i loro progetti che contribuiscono a questa ricchezza alternativa. Come avete selezionato i lavori che faranno parte dell’esposizione?

Abbiamo voluto procedere mostrando volontariamente una certa eterogeneità. Per questo non ci siamo concentrati su un tema specifico come l’abitare sociale, l’emergenza abitativa dei senzatetto o il degrado dei grands ensembles. Molti dei casi che mostreremo nel dettaglio erano già stati selezionati prima di aprire il bando per la selezione dei progetti. Ciascuno parla di temi molto differenti: per esempio come gli abitanti siano intervenuti nel processo, come sia stato realizzato un villaggio mobilitando le imprese locali, come un gruppo di persone possa sviluppare un’attività turistica a partire da un’architettura, come un casermone degli anni sessanta possa tornare ad offrire qualità dell’abitare ai suoi occupanti.

Allo stesso tempo volevamo mostrare che le scelte da noi operate non sono eccezioni ma fanno parte di un movimento generale che investe la pratica quotidiana con ricchezza e diversità. Il nostro appello è servito quindi a completare questa ricerca con un serie di esempi, consultando direttamente chi si trova sul fronte: le scuole di architettura, le piccole istituzioni, i piccoli professionisti e tutti quei soggetti che intervengo in contesti poveri e spesso periurbani. Abbiamo scelto progetti, non solo culturali, che hanno portato a un miglioramento delle condizioni sociali, alla creazione di ricchezza di un contesto grazie all’architettura; storie che si costruiscono tramite l’incontro tra persone fra le quali l’architetto è solo un attore tra tanti altri.

Spesso gli stessi francesi pensano che in Francia non si faccia ricerca, che gli svizzeri, gli olandesi, gli spagnoli facciano molto meglio. Il nostro gruppo ha tentato di dire che, nonostante i limiti, sul nostro territorio succede qualcosa di interessante che nasce da incontri, invenzioni e piccole risorse.

 

La vostra è una squadra numerosa in cui si intrecciano competenze diverse: dai giovani architetti di Ajap14 ai collettivi di fotografi orientati verso un’analisi sociale del territorio. Come saranno integrati questi contributi? Proporrete una visione militante dell’architettura ordinaria, in contrasto con le grandi operazioni di trasformazione urbana?

Il nostro non è un punto di vista antagonista rispetto ai grandi interventi pubblici e privati, non vogliamo affermare che non ci interessano o che sono processi disastrosi. Vogliamo mostrare che il fronte è dove ci sono scarsi mezzi economici e pochi interessi politici, è nell’architettura ordinaria nella quale le attenzioni legate al processo apportano una qualità che va al di là dell’edificio stesso.

Tra i miei colleghi e me c’è una differenza di età di circa quindici anni. Io ho terminato i miei studi a Paris Belleville dove era vivo l’insegnamento sulla città di Bernard Huet, mentre i più giovani vivono una stagione in cui è necessario essere capaci di andare a cercare dove c’è bisogno di architettura. Pur con percorsi differenti siamo tutti impegnati professionalmente sul territorio ai margini, sociali o urbani.

Oggi rispetto agli studi sulla città degli anni settanta e ottanta, bisogna porre attenzione a situazioni meno urbane. Oggi abbiamo edifici che si accavallano con le infrastrutture, abbiamo costruzioni sparse dappertutto, ci sono difficoltà in rapporto al paesaggio, tutti temi aperti al di fuori del contesto della città tradizionale. I progetti che abbiamo considerato operano in queste situazioni non urbane, basti pensare che il più “cittadino” si trova nei pressi della Défense. Per questo abbiamo lavorato con fotografi militanti, capaci di andare a parlare con le persone; insieme a loro abbiamo realizzato video reportage con abitanti, costruttori, istituzioni locali implicati nella storia delle architetture che saranno esposte.

 

 

Per_approfondire

Il co-curatore

Frédéric Bonnet (Copy Obras)Frédéric Bonnet (Firminy, 1965). Architetto e urbanista, è fondatore insieme a Marc Bigarnet dello studio OBRAS con sede a Parigi e Lione. Ha lavorato a moltissimi progetti urbani nelle maggiori città francesi e allo stesso tempo svolge attività ricerca in campo urbano che sfocia anche nell’insegnamento alla scuola di architettura di Marne-la-Vallée e a Mendrisio. È consulente dello Stato francese per i territori in trasformazione e sottoposti a rischi. Nel 2014 ha ricevuto il Grand Prix d’Urbanisme.

Ajap 14

Fondato nel 2014, Ajap 14 è un collettivo di professionisti selezionati nello stesso anno dal Ministero della Cultura francese per far parte dell’Album des architectes et paysagistes che raccoglie le giovani promesse. L’attività del collettivo è variegata e spazia dall’architettura al paesaggio, dalla scenografia al design.

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