Visit Sponsor

Scritto da: Inchieste

La città è scivolata in uno strano «anonimato eccellente»

La città è scivolata in uno strano «anonimato eccellente»

Difficile narrare Bologna portando il discorso al di fuori dello scrigno del centro storico che Louis Khan definiva il migliore fra i tanti italiani dopo quello veneziano. Vien voglia di farlo approfittando dei mutamenti di scenario e dell’accavallarsi generazionale, chiedendosi quali siano le tracce di un possibile mutamento e, soprattutto, se ve ne sia uno. Consuntivi generici ma forse necessari.
La recente scomparsa dell’architetto Ferdinando Forlay pone definitivamente i sigilli a un’epoca: quella degli epigoni locali. Quella dei grandi professionisti che hanno fatto da tramite con la storia del Moderno, di cui la città aveva percepito notevoli «bagliori» antebellici, rimasti poi tali o poco diffusi anche quando di qualità. Come l’opera di un Giuseppe Vaccaro mai totalmente compreso, bollato dallo stesso Bruno Zevi come autore di un barocchetto passato a un modernism giunto ad ammaliare gli stessi Venturi (Robert e Denise), in studio con lui a Roma proprio come lo fu Forlay, anni prima, a Bologna. Il dopoguerra bolognese ebbe i suoi protagonisti. Aveva, fra gli altri, Leone Pancaldi e il suo rigore alla Le Corbusier, Enzo Zacchiroli e la sua passione aaltiana e Forlay appunto, in sintonia con il naturalismo wrightiano fin dagli esordi della casa in collina. Era un mondo aperto alla grande eredità di chi si affacciava alla professione consentendo di metter a segno progetti significativi, mentre la città andava definendosi anche urbanisticamente. C’era il Piano della collina e c’era anche Carlo Scarpa con il negozio per Dino Gavina. Chi più chi meno, fra costoro, tutti avrebbero costruito anche all’interno del centro storico: grandi professionisti raramente emersi nel panorama nazionale nonostante pedigree eccellenti e frequentazioni internazionali. Quelle con Kenzo Tange, sempre di Forlay, tanto per citarne qualcuna. Un Tange il cui progetto per il Fiera District si è trascinato fino ai nostri giorni e di cui rimane quel brandello di spazio la cui staticità avrebbe sorpreso un Richard Meier errabondo fra le metafore di portici e torri cilindriche. Brandelli di modernism, sì, ma di architettura «alta». Come quelli caparbiamente riportati all’attualità dal gruppo della rivista «Parametro», nel tentativo di recuperare la dimensione eroica ed elettrizzante di una città apparentemente predisposta, dalla fiera al piano del centro storico, a un vero utilizzo dell’architettura come strumento operativo.
C’era profumo di moderno a Bologna, e di riscatto dalla condizione «periferica», intermedia alle capitali italiane. Si poteva persino allargare i tour architettonici al contemporaneo: dal padiglione dell’«Esprit Nouveau» ricostruito da Giuliano Gresleri, all’opera di Alvar Aalto a Riola, allo stesso Fiera District. Le coeve indagini fatte dagli americani su Le Corbusier e Giuseppe Terragni ponevano tuttavia le basi per altre evoluzioni. Di lì a poco il modernism sarebbe stato alle corde oltre atlantico. Il dibattito sarebbe imploso in un falso post e a Bologna si sarebbe affievolito, mentre le aree d’intervento dei bolognesi si sarebbero allargate a Toscana, Piemonte, Veneto. Forlay a Bologna progettava la sede del Monte dei Paschi di Siena, e Zacchiroli, a Siena, quella della Banca d’Italia.
Negli anni a seguire Bologna sarebbe lentamente scivolata nel circuito di uno strano «anonimato eccellente» riflettendo un altrettanto strano estraniamento dai primati acquisiti a livello sociale e quasi trovando nelle sue attrezzature eccellenti una sorta di ostacolo gestionale e blocco psicologico-politico. Una stazione dell’Alta velocità piantata nel cuore dei viali, un’altalenante indecisione sulla sua forma, un aeroporto pieno di traffico dal terminal fasciato di guardrail e una costante sovrapposizione di programmi non risolti e concorsi reiterati (sarà anche Arata Isozaki, come Ricardo Bofill, una meteora?) secondo un mix in cui i mancati indirizzi si riflettono sul senso del costruito, portato oramai ben oltre il perimetro dei viali.
Dagli anni novanta Bologna riscopre un’omogeneità a un panorama non esaltante a scala nazionale mentre l’opera di Forlay cade in un isolamento intellettuale e gli ori di Dino Gavina sbiadiscono fra i graffiti di un centro in cui si dibatte sulla tenuta delle torri al traffico (sic) e si tamponano i vuoti urbani ed extra dimenticando quanto sia difficile farlo dall’esperienza delle Halles parigine fino all’ultima, non meno penosa, di Ground Zero a New York. La mancanza di «maestri» amplifica il vuoto e le suggestioni formali. Davanti all’architettura silenziosa di Forlay, Bologna aspetta chiarezza di obiettivi nell’epoca della costante incertezza.
IMG20120104182730675

Autore

(Visited 596 times, 1 visits today)

About Author

Share
Last modified: 22 Luglio 2015