La vicenda di Johan Otto von Spreckelsen, firma (dimenticata) del Cubo de la Défense a Parigi, è ricostruita in un film di Stéphane Demoustier
Dopo questo biopic (biographical picture) Johan Otto von Spreckelsen non sarà più tanto sconosciuto.
Non era bastato il libro della scrittrice francese Laurence Cossé, del 2016, a riportare in auge l’architetto danese che aveva progettato il Grande Arco de la Défense a Parigi, o come preferiva chiamarlo lui il Cubo. Siamo nel 1983, quando lo sconosciuto e solitario architetto vince il concorso internazionale voluto dal Presidente della Repubblica François Mitterrand per dare alla capitale un nuovo segno, un’icona, della trasformazione urbanistica in atto.
Un percorso lineare ideale che unisca i Campi Elisi e il grande Arco di Trionfo napoleonico, con il nuovo centro direzionale e i grattacieli della Défense. Il terminale ideato è un edificio svuotato al centro che non chiude e conclude, ma che è una sorta di portale verso altri mondi, verso il futuro.
Il film, così come il libro, racconta le disavventure del protagonista, dal momento della sua nomina alla rinuncia a terminare il lavoro. Il perché è storia per gli amanti delle vicende, tra intransigenze, grandeur nazionale, interessi economico-politici e burocrazia, tutto messo in scena dal regista Stéphane Demoustier, che ha ricevuto elogi, ma non premi, al Festival di Cannes nel 2025, nella sezione “Un Certain Regard”.
Storia e memoria
Un anno dopo “The Brutalist“, un altro architetto raccontato dal cinema. In questo film mancano il dramma della guerra, della Shoah, del falso sogno americano che caratterizzano la pellicola di Brady Corbet. Qui il protagonista è la vittima di una storia vera, simile a quella del suo connazionale Jørn Utzon che aveva vinto nel 1957 il concorso per l’Opera di Sydney in Australia e fu costretto ad abbandonare il progetto nel 1966.
Un comune destino: una terra, una cultura, una formazione, quella danese, che hanno dato tanto all’architettura moderna e al design. Una nazione che guarda caso è oggi al centro dell’attenzione del mondo insieme ad un Presidente che sta costruendo un enorme arco, di trionfo, nella sua capitale. La storia è una spirale.
Scene cult del film: nella prima Mitterrand si deve inginocchiare davanti al plastico per ammirare lo stargate dell’architetto ad altezza strada. Richiama alla mente quella in cui Albert Speer nel film “Speer und er. The Devil’s Architect” (Heinrich Breloer, 2005), mostra a Hitler il grande plastico della nuova Berlino. La seconda: l’architetto von Spreckelsen visita in Italia le cave per scegliere il marmo del rivestimento del “cubo”. Quasi la stessa scena nel sopracitato “The Brutalist”, ma senza stupro.
Centoquattro minuti in formato 4:3, ineccepibili nella ricostruzione scenografica delle strade di Parigi, del cantiere, degli studi di architettura, delle residenze, degli arredi. Le auto e i computer sono quelli; i colori e il clima sono gli stessi che personalmente ricordo all’inaugurazione dell’Arco, il 14 luglio 1989, in occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese. Come ricordo in quegli anni la grande esposizione “Cités Cinés” a la Grande Hall della Villette: l’architetto scenografo François Confino realizza per la prima volta uno spazio immersivo che indaga e riflette sull’esperienza cinematografica e su quella urbana in parallelo convergente. Il catalogo è il primo libro che esplora la storia di questo incontro e ne cataloga i fatti, le problematiche e i momenti chiave.
Il cinema come memoria collettiva, ma anche progetto per le città.
Immagine di copertina: L’Inconnu de la Grande Arche, 2025 (© Julien Panie, AGAT FILMS, LE PACTE)
“L’Inconnu de la Grande Arche”, di Stéphane Demoustier, 2025, Francia/Danimarca, 106 minuti
Distribuito in Italia da Movies Inspired
1982. François Mitterrand lancia un concorso architettonico anonimo, senza precedenti, per la costruzione di un edificio iconico lungo l’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. Con sorpresa generale, vince un architetto danese di 53 anni, sconosciuto in Francia. Da un giorno all’altro, Johan Otto von Spreckelsen si ritrova al timone del più grande progetto edilizio dell’epoca. E mentre intende costruire il suo Grande Arco come l’aveva immaginato, le sue idee si scontrano rapidamente con la complessità della realtà e i capricci della politica.
“The Brutalist”, di Brady Corbet, 2024, USA, 215 minuti
Distribuito in Italia da Universal Pictures
Terminata la Seconda guerra mondiale, l’ebreo ungherese László Tóth, architetto della Bauhaus scampato a Buchenwald, emigra negli Stati Uniti. Nell’attesa che sua moglie Erzsébet ottenga il visto per raggiungerlo, si cimenta in piccoli progetti di design d’interni e ristrutturazioni, dando prova delle sue nuove sensibilità brutaliste nate dall’esperienza dell’Olocausto: attira così l’attenzione del ricco mecenate Harrison Lee Van Buren che gli commissiona un ambizioso progetto architettonico.
“Speer und er: The Devil’s Architect”, di Heinrich Breloer, 2005, Germania, miniserie di 3 episodi
Il film è incentrato sulla figura di Albert Speer (Mannheim 1905 – Londra 1981), architetto noto per aver progettato molti degli edifici del Terzo Reich e per essere stato il ministro di Hitler per la produzione bellica.





























