Un nuovo libro curato da Fulvio Irace e due anniversari (i 50 anni della Casa de Retiro Espiritual e i 30 dell’Asian CrossRoad Over the Sea) consentono di leggere in modo nuovo il lavoro del progettista argentino
Nel 2025, Emilio Ambasz ha festeggiato due anniversari importanti, legati a due architetture molto diverse tra loro, unite però da un sottile filo verde. Cinquant’anni fa, nel 1975, sulle colline a nord di Siviglia, in Spagna, fu realizzato il progetto di una straordinaria casa a patio, pensata per i fine settimana e battezzata Casa de Retiro Espiritual. Vent’anni dopo, nell’aprile 1995, a Fukuoka, in Giappone, fu inaugurato l’Asian CrossRoad Over the Sea (ACROS), colossale edificio polifunzionale dotato, a mezzogiorno, di una straordinaria facciata scandita da terrazze a giardino pensile.
Il contributo di Ambasz alla cultura architettonica degli ultimi cinquant’anni è stato eccezionale, anche se assai difficile da storicizzare poiché affatto estraneo alle classificazioni abituali. Archistar, senza mai aver voluto diventare una star, professionista prolifico senza mai essersi piegato alle ragioni del mercato più becero, costruttore sapiente perché fantasioso inventore (e viceversa), la sua figura è per molti versi inafferrabile. Pur con la consapevolezza di una carriera iniziata all’inizio degli anni Settanta, è solo di recente che la storiografia si è resa conto del rilievo assoluto della sua opera, tentandone ricostruzioni complessive.
Così, al volume pubblicato da Lars Müller, che nel 2017 ha raccolto diversi contributi sotto il titolo “Emerging Nature“, e alla monografia di Barry Bergdoll, pubblicata nel 2022 da Rizzoli, si aggiunge “Natura & Architettura. La visione di Ambasz” (Electa, 2025, 248 pagine, 49 €), il volume di Fulvio Irace appena pubblicato.
Un viaggio appassionato
Studioso da tempo dell’opera di Ambasz – è stato curatore di un’imperdibile raccolta dei suoi scritti, pubblicata da Corraini nel 2021 – Irace ha scelto una forma non convenzionale per questa nuova monografia. Non è un catalogo generale delle opere, anche se ne passa in rassegna la maggior parte, ma non è nemmeno una biografia personale e professionale, anche se ricostruisce vicende pubbliche e private di una vita che, per molti versi, è unica nel panorama dell’architettura contemporanea. Piuttosto, il volume potrebbe essere considerato una sorta di appassionato invito al viaggio nel continente Ambasz, nato dalla convinzione che, dietro all’apparente semplicità e persino alla ripetitività dell’opera del maestro, si nasconda una complessità che sfida ogni luogo comune.
In particolare, un’interpretazione altrove ricorrente sembra messa in discussione: l’idea che Emilio Ambasz sia un precursore di quelle posizioni culturali, articolate quando non confuse, che parlano di architettura sostenibile. L’idea che percorre le pagine nonché le numerosissime illustrazioni, spesso a tutta pagina, del volume di Irace è che, di certo, opere come la stessa Casa de Retiro abbiano anticipato di qualche decennio il dibattito sui rapporti conflittuali tra architettura e natura, ma che, al tempo stesso, siano rimaste estranee al chiacchiericcio spesso insopportabile che avvolge il termine sostenibilità – al proposito l’intervento implacabile di Carlo Olmo ha messo in chiaro principi ineludibili, molto utili anche per avviarsi alla lettura del lavoro di Ambasz.
È una semplificazione troppo banale interpretare il green over gray, di cui l’architetto argentino s’è fatto portavoce, come una soluzione tecnologicamente avanzata per integrare meglio il costruito nell’ambiente naturale. O meglio, tra i suoi obiettivi c’è spesso anche questo, ma non è certo l’unico. Gli 8 capitoli del volume di Irace, chiusi da un epilogo di grande chiarezza, aiutano a comprendere quanto l’architetto abbia messo a punto un progetto culturale ben più ampio e come, negli anni, abbia costruito una poetica progettuale e costruttiva assai originale, che nasce dal primato dell’immaginazione figurativa sulla retorica discorsiva.
Pianeti di green over gray
Dopo un primo capitolo, con felice intuizione intitolato “Il talento di Mr. Ambasz” per dar conto della difficoltà di scindere i fatti dagli artefatti nella (auto)biografia del maestro, Irace segue le vicende di una lunga carriera professionale dove “il pragmatico e il poetico, il realistico e il mitico, il razionale e il surreale si tengono indissolubilmente insieme nel loro carattere atemporale“.
Così, si ripercorre un itinerario che dall’Argentina – terra natale abbandonata a 20 anni per migrare verso gli Stati Uniti, ma in seguito spesso ricorrente in forma di paesaggio quasi mitologico – porta prima alle esperienze di infaticabile animatore culturale, tra Princeton e New York, e poi alla costruzione di una straordinaria carriera professionale, che ha visto Ambasz progettare e/o costruire in quasi ogni parte del mondo edifici a scale assai diverse, dalla casa privata al gigantesco complesso culturale, museale, ospedaliero.
In ognuna di queste architetture, pur diversissime tra loro, l’intento dell’architetto pare essere solo uno: “trovare la radice del problema, la sua essenza”, senza lasciarsi condizionare da falsi miti o da committenti senza scrupoli. Come scrive Irace, le sue opere ripensano “daccapo i meccanismi del metabolismo urbano” grazie a “nuovi ecosistemi complessi, dove l’acqua, il verde, la terra, la biodiversità, ecc. siano al centro e non ai margini della prospettiva”. L’intento finale, nelle parole dello stesso Ambasz, è sempre e solo “concepire un’architettura che si elevi al di sopra dell’intrusione, che si ponga come atto di riconciliazione”.
Tecnologo sapiente e sofisticato, che tuttavia non ritiene l’espressione tecnologica il fine dell’architettura, Ambasz ha costruito organismi dotati di vita propria, nel senso letterale che, al proprio interno, scorre la vita. Le grandi serre che caratterizzano molte sue architetture – Irace definisce la sua esperienza come una sorta di “Paxton reloaded” – non sono altro che scrigni per sconfinati giardini, veri e propri pianeti di verde sul grigio, dove natura e architettura non soltanto convivono, ma si nutrono letteralmente l’una dell’altra, grazie all’intreccio di vegetazione, acque e luce.
Così, contro la prosa di tanta architettura, la visione di Emilio Ambasz finisce per farsi poesia.
Immagine di copertina: Emilio Ambasz, Casa de Retiro Espiritual, Sevilla, Spagna, 1975











































