Lettura critica di alcune pubblicazioni che partono da mostre e percorsi allestitivi per definire processi e metodi di un settore emblematico della cultura progettuale italiana. Con attenzione al riuso dei materiali
Il saper realizzare il progetto di allestimento torna a riscuotere interesse, in questi tormentati tempi dominati dall’immagine diffusa e consumata in modo istantaneo a dispetto, spesso, della sua stessa realtà. Realtà della quale stiamo imparando, nostro malgrado, anche a dubitare. Non solo l’idea, non solo il gesto, non solo l’autore, ma la realizzazione del dettaglio, l’ingegnerizzazione della costruzione, la scelta dei materiali, dei tempi, la qualità delle persone. In un termine tutto quello che costituisce il saper fare. Si rivaluta la concreta realtà, anche storica, di quello che la cultura italiana del progetto e della sua realizzazione ha espresso in decenni pieni di qualità, al punto da rendere l’Italia il paese riferimento per i progettisti e le istituzioni di tutto il mondo. È avventura nota e studiata, ma forse non ancora ben assimilata nella sua portata che, non è un caso, va a rinnovarsi di continuo, anno per anno, sicura della capacità dei protagonisti di adattarsi a tempi che cambiano velocemente e che, proprio per questo, sono il terreno naturale per chi si occupa di allestimento. L’ultima parte dell’anno ci dona dei testi significativi in questo panorama.
L’esperienza di un’azienda
“Il mestiere invisibile di esporre arte” (a cura di Veronica Rodenigo, Marsilio Arte, 2025, 192 pagine, 26 €), raccoglie “alcune esemplari esperienze vissute con i massimi professionisti ed esperti del settore” da parte di Ottart, azienda nata nel 2000 sotto la guida di Maurizio Torcellan forte di un’esperienza – maturata con Apice e tutt’ora in corso – di “vent’anni trascorsi a dare forma, rigore e competenza al trasporto e alla movimentazione delle opere d’arte”.
La tesi di Luca Massimo Barbero, sostenuta nel saggio introduttivo, è che si sia di fronte ad “un mondo nascosto in evidenza che alcuni conoscono bene perché è parte della loro vita e altri solo ne sospettano l’esistenza”, mondo nel quale si doma “il sapere artigiano” e nel quale vive “il lavoro invisibile di chi traduce in concretezza l’idea che si cela dietro a ogni soluzione allestitiva”, seguendo la direzione interpretativa segnata dalla curatrice.
Si tratta di un viaggio avvincente in alcune delle più interessanti realizzazioni degli ultimi anni, da Venezia a Torino, da Milano, Firenze e Cremona a Parigi, con un gusto per il dettaglio e un giusto orgoglio nello “svelare i trucchi del mestiere” che contraddistingue chi guarda al fare più che al comunicare, ma che per fortuna, nostra, ogni quarto di secolo si ferma, si fa per dire, a raccontarci l’avventura sua e dei suoi compagni di viaggio, in questo caso preclari progettisti, curatori, promotori.
Se la magia dell’allestimento svanisce nella durata della mostra – e non possiamo non tornare alle emozioni vissute nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale con la mostra su Emilio Vedova, purtroppo ultima fatica di Germano Celant, alle edizioni di Homo Faber all’isola di San Giorgio a Venezia e, ancora in laguna, all’allestimento assoluto di Tadao Ando per l’artista Zeng Fanzhi alla Scuola Grande della Misericordia – per fortuna abbiamo realizzazioni museali permanenti che ci accompagneranno negli anni. Come il Museo del Duomo a Milano, la Grande Vague al Musée national de la Marine al Palais de Chaillot a Parigi. Sono opere di Alvisi Kirimoto, Alessandro Pedron, Annabelle Selldorf, Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni, Guido Canali e del già ricordato Tadao Ando, che si offrono all’indagine del lettore, ma anche allo studio, tanto che il volume potrebbe essere un importante testo per l’approfondimento disciplinare.
Da non dimenticare il lungo impegno per la conservazione delle opere, ben delineato nel capitolo “Custodire con l’invisibile”, dove si delineano le tecniche di realizzazione dei clima box, speciali contenitori che permettono alle opere di viaggiare e di essere esposte mantenendo le condizioni climatiche ottimali e che, in questo modo, sono alla base della cultura delle esposizioni temporanee di oggi. L’excursus non può che chiudersi con il rapporto di Ottart con il proprio territorio, in particolare la città di Venezia che, con la sua fragile bellezza, ha sempre bisogno di mani leggere ed esperte per essere in grado di portare al pubblico la propria eccezionale offerta culturale e artistica.



L’allestitore etico e responsabile
Sempre nel solco di un’approfondita analisi tecnica si collocano i testi di Davide Crippa e Barbara Di Prete, entrambi editi da Il Papavero (“Details“, 35 € e “Verso la figura dell’eco-allestitore“, 25 €), nei quali si affronta il dibattuto tema della sostenibilità come soluzione tecnica anche di dettaglio al servizio della svolta ecologica.
L’eco-allestitore è “mediatore tra creatività e responsabilità, capace di integrare progettazione, tecnica e cura dell’ambiente”. L’idea di questa nuova figura professionale nasce dall’esperienza del cluster Non si butta via niente, NSVBN, simpatico nome che designa un’attività dello IUAV di Venezia, che “unisce teoria e azione, passato e futuro, per trasformare da sinonimo di spreco a occasione di relazione, innovazione e cultura sostenibile”.
I saggi sono un invito a progettare nuovi modi per vivere gli spazi temporanei che lasciano dietro di sé non rifiuti, ma “idee e pratiche condivise”. Le esperienze riportate sono significative non solo per le soluzioni tecniche che esplorano, ma anche per il metodo narrativo che introducono. Si tratta di un volume che non solo racconta un cambiamento, ma che ha “l’ambizione di accompagnarlo, orientarlo, se possibile accelerarlo”, come ci fanno notare i curatori nell’introduzione, e che si misura con il non facile compito di porre le basi per scrivere i Criteri Ambientali Minimi (CAM) che la normativa prevede anche in questo ambito.
In “Details” è il particolare costruttivo ad essere indagato in una modalità approfondita che non è frequente trovare nel mercato editoriale. “Circolarità, cura e trasparenza dei processi” escono così da loro alone di indeterminatezza per diventare soluzioni concrete, da esaminare, assimilare e dalle quali trarre insegnamento, sicuri che se quasi tutto è già stato pensato, noi possiamo utilizzarlo e soprattutto evolverlo in modo del tutto nuovo ed avanzato. È interessante notare come i progetti siano contemporanei, attuali, ma anche storici, a significare come il mondo dell’allestimento sia da sempre, e in un certo modo gioco forza, attento ad essere sostenibile, proprio per poter esistere e svilupparsi. Quello che ora è nuovo sta nella coscienza che ormai è parte della professione e dell’istruzione e che insegna agli studenti a pensare spazi più responsabili. Sono raccolti progetti noti, notissimi, e anche alcuni dimenticati dalla storia o non ancora entrati a farne parte come, giusto per citare i nostri preferiti, le realizzazioni di Albini a Brera e a Stoccolma, gli allestimenti dei Castiglioni alla Permanente, a Palazzo Reale e alla Fiera di Milano, nonché le realizzazioni dei contemporanei Migliore+Servetto, Calvi Brambilla, Studio Azzurro, Matilde Cassani, fra gli altri. Il volume è open source, è cioè corredato da QR code scaricabili che forniscono a chi è interessato una ricca ed accurata documentazione.
Forse non ve n’era bisogno, ma queste letture ci confermano che il mondo dell’allestimento è sempre più vivo ed è una delle chiavi fondamentali per affrontare il futuro dei nostri spazi di vita.
Immagine di copertina: allestimento della mostra “Emilio Vedova” nella Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale (Milano, 6 dicembre 2019 – 9 febbraio 2020). Veduta della parete diagonale che divide nettamente lo spazio allungandosi per 34 metri (© Marco Cappelletti, courtesy Studio Alvisi Kirimoto, pagina 73 del libro “Il mestiere invisibile di esporre arte”)




























