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Lucia Pierro e Marco ScarpinatoScritto da: Mosaico Patrimonio Progetti

Catania, il rogo del Cutoliscio. Ora risorga dalle sue ceneri

Catania, il rogo del Cutoliscio. Ora risorga dalle sue ceneri
A novembre un incendio ha distrutto l’iconico e simbolico volume, nero e materico, progettato da Giacomo Leone nel complesso Le Ciminiere. Le idee per una nuova auspicata rinascita

 

CATANIA. L’11 novembre scorso un vasto incendio ha colpito il complesso fieristico Le Ciminiere di Catania, distruggendo il “Cutoliscio”, l’auditorium progettato dall’architetto catanese Giacomo Leone (1929–2016). 

Le indagini per accertare le cause sono ancora in corso ma, secondo le prime ricostruzioni, il rogo sarebbe originato da un’area posta all’esterno attualmente interessata da lavori di manutenzione straordinaria e, partendo da qui, le scintille di una fiamma ossidrica avrebbero raggiunto l’involucro ligneo della copertura, innescando un incendio che ha divorato le imponenti travi di legno e fatto collassare la cupola, anch’essa in legno.

Il bilancio è pesante: il primo e il secondo piano dell’auditorium sono andati distrutti e solo la struttura in cemento armato del piano terra ha protetto la sala inferiore da 600 posti. In cenere non è finito soltanto un edificio, ma un simbolo dell’architettura contemporanea e delle aspirazioni di Catania: il “Cutoliscio”, volume scuro e opaco ispirato ai ciottoli di pietra lavica del litorale etneo che, con il suo rivestimento dal colore nero profondo e la materia rugosa, evocava la forza al contempo generativa e distruttiva dell’Etna suggerendo un dialogo tra il vulcano e il mare.

 

Una storia di riscatto urbano

Il complesso di archeologia industriale che oggi ospita il centro fieristico viene costruito nella grande stagione industriale che, nell’Ottocento, trasformò Catania in uno dei principali poli di raffinazione dello zolfo estratto dalle miniere dell’entroterra. 

In Sicilia si contavano almeno 500 siti estrattivi e l’indotto coinvolgeva oltre 200.000 lavoratori. L’arrivo del processo Frasch, con la sua tecnologia innovativa per l’estrazione dello zolfo, soppiantò in breve tempo la forza lavoro di migliaia di minatori, molti dei quali giovanissimi accomunati dal triste destino descritto da Giovanni Verga nella novella “Rossomalpelo”. Nei primi decenni del Novecento l’industria siciliana dello zolfo entrò in crisi e, dopo la Seconda guerra mondiale, gli impianti furono definitivamente abbandonati. In pochi decenni l’enorme cittadella industriale si trasformò in un raro quanto ingombrante esempio di archeologia industriale. 

Il Piano Regolatore Generale del 1964 ne ipotizzava la demolizione, ma un movimento culturale e la volontà politica della Provincia decisero diversamente scegliendo di realizzare un centro fieristico, espositivo e congressuale unico in Italia che, dopo oltre quindici anni di lavoro, fu inaugurato agli inizi degli anni Novanta. In questa storia appare centrale la figura di Giacomo Leone, allora membro della Commissione Urbanistica Comunale. Architetto tra i più influenti del dopoguerra catanese, si formò a Venezia dove avvicinò il pensiero di Bruno Zevi. Oltre alla professione, fu protagonista del dibattito culturale e politico della città: consigliere comunale del PCI, intellettuale attivo, autore di numerosi articoli sul quotidiano “La Sicilia” dedicati alle principali vicende edilizie e urbanistiche. 

Progettista di altre opere cittadine – tra cui l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare – Leone riuscì a trasformare il relitto industriale in un luogo del riscatto urbano: un ponte ideale tra le zolfare dell’entroterra e una città proiettata verso il mare e il futuro. Immaginò un complesso aperto e permeabile, un sistema di spazi attraversabili, in cui il cittadino potesse camminare tra pietra lavica e mattoni, tra alte ciminiere e padiglioni dedicati a fiere, festival, mostre e musei.

Oggi il complesso copre circa 46.000 metri quadrati tra spazi interni ed esterni, articolati in tre grandi aree – fieristica, congressuale ed espositiva – che hanno ospitato eventi di rilevanza nazionale e internazionale, creando un importante indotto economico per la città. Le ciminiere in mattoni e pietra lavica, gli ampi padiglioni e gli spazi aperti hanno reso questo luogo una “vetrina sul Mediterraneo”, nodo culturale e commerciale strategico per la città.

La prossimità al mare e al centro storico, la versatilità dei volumi e il radicamento nell’immaginario collettivo rappresentano ancora oggi premesse decisive per immaginare un centro culturale contemporaneo, in sintonia con le trasformazioni urbane europee. L’auditorium occupava l’angolo nord-est del complesso, affacciato idealmente sul mare, separato dallo Ionio soltanto dalla linea ferroviaria. La sua forma, un grande sasso levigato dalle onde, nacque da un lungo lavoro compositivo: Giacomo Leone raccontava di aver raccolto un “cutoliscio” sulla scogliera catanese, per poi inviarlo a un esperto di acustica a Padova. Da quel ciottolo derivò la sezione inclinata dell’auditorium, studiata per garantire l’acustica nelle due sale sovrapposte rispettivamente da 600 e 1.200 posti. 

Ferita alla città, serve una rigenerazione culturale

L’incendio dell’11 novembre non è purtroppo un caso isolato; nel 2015 un altro rogo aveva infatti devastato un’ampia porzione del complesso – le cosiddette Ciminiere 2 – mai recuperata. Quell’area si trova oggi a ridosso della nuova Cittadella Giudiziaria attualmente in costruzione, la cui mole interromperà l’originaria continuità dell’intero insediamento industriale, di cui il Centro fieristico rappresenta solo una parte.

Il “Cutoliscio”, concepito come un sasso levigato appoggiato con naturalezza nello skyline urbano, era il cuore simbolico di una visione che puntava a risignificare e rendere nuovamente vivo un sito industriale che aveva fatto la storia e la ricchezza della sua città. Non era solo un auditorium – un luogo per lo spettacolo e la collettività – ma un dispositivo culturale, un luogo di memoria e incontro, ponte tra città storica e città contemporanea.

Per affrontare il destino dell’area e trasformare la ferita in un processo pubblico di rigenerazione, l’Ordine degli Architetti di Catania ha coinvolto professionisti, politica e cittadinanza nell’incontro pubblico “Rethinking Le Ciminiere”.Dal dibattito è emersa la volontà di considerare la ricostruzione come un’occasione per restituire significato a questi luoghi, accogliendo nuovi linguaggi e nuove forme di sostenibilità. La sezione regionale di In/Arch, nel corso del recente convegno dedicato al destino dell’area, ha invece sottolineato la necessità di promuovere un concorso di progettazione internazionale che integri il recupero del “Cutoliscio” con la progettazione delle aree dismesse rimaste tuttora incompiute ed il ridisegno degli spazi all’aperto al fine di risaldare questo Complesso di Archeologia industriale con la città e il suo paesaggio. Nel frattempo, il 2 dicembre scorso, la Commissione Bilancio dell’Assemblea Regionale Siciliana, nell’ambito dell’approvazione della Finanziaria, ha stanziato 1 milione di euro per la progettazione del nuovo centro Le Ciminiere. 

In una città abituata a convivere con la ciclica transitorietà imposta da eruzioni e terremoti il motto che campeggia su una delle porte del complesso – “Melior de cinere surgo” – suona oggi più attuale che mai. La distruzione del “Cutoliscio” e la fragilità di quest’area di archeologia industriale rendono urgente una nuova cura per il patrimonio contemporaneo, troppo spesso trascurato e per questo Catania è chiamata a rigenerare non soltanto l’edificio, ma una forma di identità collettiva. La ricostruzione non potrà essere un semplice intervento tecnico, ma un atto culturale condiviso inquanto occorre restituire alla città non solo un auditorium, ma un luogo vivo, capace di continuare a raccontarne la storia e le aspirazioni.

Immagine di copertina: vista dall’alto del Centro fieristico Le Ciminiere dopo l’incendio, Catania. In primo piano le rovine del Cutoliscio (© Archivio Leone)

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Tag: , , , , , , Last modified: 9 Dicembre 2025