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Michela MorganteWritten by: Professione e Formazione

Alessandro Tutino (1926-2022)

Ultimo decano degli urbanisti italiani del dopoguerra, intellettuale impegnato e tecnico politicizzato, ha attraversato cinque decenni di storia nazionale

 

All’ombra del monumentale cedro deodara della villa di famiglia si è spento nell’est veronese Alessandro Tutino, l’ultimo decano degli urbanisti italiani del dopoguerra. Intellettuale impegnato, tecnico politicizzato nel senso elevato del termine.

Nato a Milano nel 1926, si era unito liceale alle brigate partigiane in Val d’Aosta, sull’onda dell’appello di Concetto Marchesi agli universitari padovani. A fine conflitto si era iscritto al Politecnico ed era entrato da praticante nello studio di Franco Albini. Aveva battuto in bicicletta, con una schiera di rilevatori, le strade del centro meneghino, annotando a matita, civico per civico, la statistica delle macerie. “Una formidabile esperienza collettiva”, molto formativa, raccontava. Nella compilazione delle schede venne rimproverato per la sua perizia calligrafica (sic!), poco consona al frangente emergenziale: il censimento doveva supportare la rivoluzione copernicana del celebre “piano AR”. Quei dati confluiranno invece – l’urbanista testimoniò ironizzando, nel 2012 – nella cosiddetta “Carta igienica di Milano”, stilata dall’Ufficio tecnico municipale.

Accantonate, ma solo momentaneamente, le speranze illusorie della ricostruzione, gli studi in architettura Tutino li aveva completati nel 1953, ma allo IUAV. È a Venezia che insegnerà per lunghi anni, proseguendo poi la carriera di docente all’Università della Calabria, fino alla pensione, nel 1996.

 

Anni cinquanta, tra il Collettivo di Architettura e lo sblocco della Legge urbanistica

Era un tesserato del PCI della prima ora. A fine anni quaranta aveva costituito, con una “cellula” di laureandi milanesi (tra cui Gae Aulenti e Novella Sansoni), il Collettivo di Architettura di Milano, con l’ambizione di esercitare la professione su base cooperativistica: messa in comune dei redditi, incarichi limitati alla committenza pubblica. Dietro al sodalizio c’era la figura di Franco Marescotti, dunque un forte imprinting sulla questione abitativa. Ma l’attività del Collettivo si svolgerà (fino alla chiusura ufficiale nel 1987) a tutte le scale, dai complessi di housing sociale, all’edilizia scolastica, agli strumenti di coordinamento territoriale. Rivendicavano un approccio “antiformalista”, in polemica con il mondo progettuale romano, troppo concentrato – dicevano – sul dibattito estetico. Appariva più urgente sbloccare il momento gestionale della Legge urbanistica, per garantire i servizi minimi ai grandi numeri d’inurbati. Forse per lo scarso appeal compositivo, queste realizzazioni sono ancora un capitolo misconosciuto dell’urbanistica milanese.

 

Gli anni sessanta e settanta: la pianificazione d’area vasta, l’INU e l’interazione pubblico/privato

Nei decenni sessanta e settanta Tutino ha vissuto da protagonista la stagione di un’altra illusione riformista, quella della pianificazione democratica d’area vasta: per uno sviluppo metropolitano non penalizzante verso i comuni delle cinture agricole, gonfiate dall’immigrazione interna. Gli incarichi si sono concentrati essenzialmente in area milanese e bolognese, con gli studi per la “turbina” del PIM al fianco di Giancarlo De Carlo e la redazione del Piano intercomunale del capoluogo emiliano accanto a Giuseppe Campos Venuti, riverberati poi in una molteplicità di piani regolatori nelle due regioni.

Presiedendo l’INU dal 1977 al 1983, Tutino ha animato la riflessione sullo “sfruttamento capitalistico del territorio” (come si diceva all’epoca), ma da posizioni ritenute moderate dai compagni, di concertazione. Mentre l’ala dei puristi aveva ereditato dal razionalismo una concezione della demanializzazione estensiva dei suoli urbani, Tutino difendeva l’interazione negoziale pubblico/privato in campo urbanistico. Pragmaticamente, come fatto ineliminabile e collegato all’«efficacia del piano» (così un suo volume del 1986). Il sottobosco degli accordi con i proprietari doveva semplicemente venire allo scoperto, per redistribuire finalmente i costi insediativi sui diretti beneficiari della crescita urbana, i costruttori. A questo proposito Tutino rivendicava giustamente la paternità degli oneri di urbanizzazione (sperimentati dal Collettivo a San Giuliano Milanese già a metà anni cinquanta), degli standard urbanistici, della programmazione comunale delle opere pubbliche.

 

Gli anni ottanta e il ripensamento disciplinare

“Professionista riflessivo” alla Schön, a metà anni ottanta Tutino matura forme di ripensamento disciplinare, rivolte alla sua generazione e stimolate dalla nuova domanda di qualità diffusa presente nella società. Dialogando, si pone dubbi retrospettivi imbarazzanti: le periferie italiane sono state rovinate dagli urbanisti della sinistra? Anche i tecnici, come gli amministratori progressisti, avevano sottovalutato l’emergere dei ceti medi, nonché un diverso articolarsi dei bisogni insediativi?

Detto ciò, ci piace ricordare Tutino come l’ironico bon vivant di sempre. Appassionato di letteratura e musica classica, sensibile all’interlocuzione con il femminile, prodigo di ricordi sui tempi andati. “Che cosa ti è rimasto impresso della guerra?”. “Un grande freddo penetrante, senza scampo, ovunque”.

 

 

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Last modified: 20 Settembre 2022