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Davide VargasWritten by: Patrimonio

Napoli: Calatrava blu oltremare per San Gennaro a Capodimonte

La coraggiosa installazione di Santiago Calatrava nella chiesa di San Gennaro presso il Real Bosco di Capodimonte

 

NAPOLI. La città dà l’occasione a Santiago Calatrava di realizzare un’opera globale, come è nel sogno di tutti i creativi. Dopo 50 anni, riapre la chiesa di San Gennaro progettata da Ferdinando Sanfelice per volere di Carlo di Borbone, grazie all’intervento di Calatrava come ultimo atto della grande mostra “Santiago Calatrava. Nella luce di Napoli”, organizzata da Sylvain Bellenger e Robertina Calatrava (fino al 23 agosto).

Si arriva alla chiesa e allo storico Cellaio dove sono esposte le ceramiche della mostra dopo aver costeggiato i prati del Bosco disegnato dallo stesso Sanfelice, da scenografo quale era. Analogie di approccio disciplinare con il progetto decorativo di Calatrava, che mette insieme diversi linguaggi e introduce nell’aula della piccola chiesa colori, luci e decori che ne rileggono le linee portanti e ne esaltano la spazialità.

La facciata ha la sobrietà della piccola chiesa costruita per le persone che abitavano nel Bosco. All’ingresso due figure alate decorano lo sfondo dell’acquasantiera che è blu oltremare. È il colore che domina l’interno tra le campiture bianche delle lesene, trabeazioni e costoloni. Il risultato è un senso di profondità. La volta è decorata da ottocento stelle a otto punte realizzate in porcellana bianca e poi dorate a terzo fuoco; le stelle ravvicinate formano il disegno di una grande croce e poi si diradano come in un cielo attraversato dagli ultimi riverberi di luce prima del buio. Un uovo in porcellana dipinto con immagini simbolo di pace discende sull’altare maggiore. A Napoli l’uovo ha molteplici significati. I vasi, i candelabri, le vetrate e i tabernacoli, tutti sono decorati con fiori, foglie e uccelli che si ripetono sui paramenti degli altari. Le opere in ceramica sono state realizzate dai maestri artigiani della Real Fabbrica di Capodimonte che ha i laboratori proprio di fronte; i paramenti nelle seterie di San Leucio e le vetrate a Vietri sul mare con l’antica tecnica della cucitura a piombo.

Un progetto radicato nell’eccellenza della manualità campana e nell’immaginario del luogo: «Sono stato solo un direttore d’orchestra», dice Calatrava, che aggiunge, «Quei manufatti storici sono la luce di Napoli e sono riuniti in una moderna installazione all’interno di un ambiente settecentesco». La luce naturale e quelle artificiali generano un unico alone azzurrato che avvolge ogni elemento. Tutto l’impianto decorativo trasporta il tema dell’arte sacra su un piano di spiritualità nuova e più contemporanea.

Tuttavia, la sensazione che si prova superato il portale è quella di un piccolo scrigno che parte dal luogo, ne fa esperienza ma fa uno scatto e si apre al mondo. Viene in mente la Chiesa rossa in un quartiere disagiato di Milano progettata da Giovanni Muzio che ospita l’opera di luce realizzata da Dan Flavin nel 1996, due giorni prima che l’artista newyorkese morisse. L’intento era di portare un segno di luce e speranza nel rione. O le decorazioni di Henri Matisse per la cappella di Santa Maria del Rosario a Vence (Francia), che l’artista progettò tra il 1949 e 1951. Soprattutto, vengono in mente gli interventi coraggiosi, realizzati o solo progettati, che osano inserire un linguaggio moderno nel patrimonio antico, operazione così difficile in Italia.

Napoli può fare da esempio. Nell’occasione è stato restaurato anche l’antico organo, le campane e la tela sull’altare attribuita a un allievo di Francesco Solimena. Calatrava ha donato disegni e opere al Museo e Real Bosco di Capodimonte con la stessa generosità delle maestranze che hanno lavorato all’impresa. Dunque, un’opera di grande suggestione aperta al futuro. Nelle due nicchie sugli altari laterali una croce di fiori di porcellana emerge da un letto di rami e fiori, da un lato croce d’oro su foglie verdi, dall’altro croce rossa su foglie giallo ocra. Sono i colori del Bosco, così ben curato tanto da essere nominato qualche anno fa il parco più bello d’Italia, ma anche della città e delle sue periferie vituperate, dove spesso resistono le antiche artigianalità capaci di produrre cose del genere, i papaveri sui cigli delle strade, il fiore di lino azzurro e tremulo, il croco nei prati polverosi. Tutto vero, come nella poesia di Montale.

 

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Last modified: 27 Luglio 2021