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Patrizia MelloWritten by: Mosaico Professione e Formazione

David Adjaye, narrazioni esistenziali

Ritratto dell’architetto britannico di origini africane, Medaglia d’oro 2021 del Royal Institute of British Architects

 

Può l’architettura nascere, morire e rinascere come un paesaggio? Ovviamente no. Però può ramificare e fiorire come un grande albero della saggezza in molte direzioni, intrecciando idee ed emozioni differenti con una base comune: l’arte di sopravvivere, al di là di tutto, nonostante i traumi che il tempo comporta e che oggi stanno mettendo a dura prova la nostra agiata permanenza in scatole di lusso.

David Adjaye (Dar es Salaam, 1966), architetto britannico nato in Tanzania da genitori ghanesi, con un’infanzia mobile tra Arabia Saudita, Africa e infine Londra, condensando il proprio lavoro in tre studi con sede a New York, Accra e Londra, rappresenta un tassello importante nell’attuale panorama progettuale all’insegna di un approccio multiculturale accattivante e degno di nota, tanto da ricevere la Medaglia d’oro dal Royal Institute of British Architects per l’anno 2021 (in giuria Lesley Lokko, Dorte Mandrup e Shelley McNamara), dopo essere stato insignito dalla regina Elisabetta II, nel 2017, del titolo di cavaliere, per i servizi resi all’architettura.

Nel 1994, dopo la laurea presso la South Bank University e un master al Royal College of Art, apre uno studio con William Russell. Poi, nel 2000, il salto con un proprio atelier (Adjaye Associates) e le idee non ancora chiarissime, tranne sul fatto di trattare l’architettura come un’opera d’arte. Arte e architettura, infatti, per Adjaye non sono differenti poiché entrambe dialogano a tu per tu con l’esistenza. E inizialmente si distingue proprio per la realizzazione di abitazioni per artisti: come nel caso della Elektra House (1999), o della Dirty House (2002), entrambe a Londra, fino ad entrare nel vivo della questione e lavorare a due mani con noti artisti. Valga tra tutti il padiglione – tra il poetico e il rivelatore – “Your black horizon”, realizzato nel 2005 con Olafur Eliasson per la Biennale di Venezia, dove l’unica fonte di luce è una linea orizzontale visibile attraverso un taglio sottile nella parete all’altezza dello sguardo: un orizzonte che possiamo intravedere solo come un raggio di luce in una stanza buia.

Adjaye dichiara di essersi interessato realmente all’architettura quando ha capito l’influenza che avrebbe potuto avere sulla gente comune. Così, nel 2007, viene organizzata la prima mostra dei suoi lavori tutta improntata sul tema dello spazio pubblico (“David Adjaye: Making Public Buildings”, presso lo Studio Museum di Harlem). Spazi che per un verso o per l’altro toccano tematiche esistenziali, problematiche scottanti con cui Adjaye si confronta tentando di conciliare ciò che ha imparato nello studio di David Chipperfield a Londra e poi, in Portogallo, da Eduardo Souto de Moura: con un effetto fusion tra minimalismo d’autore ed espressività indigena. Commistione arricchita anche da una lunga permanenza in Giappone, dove studia i padiglioni del tè del XVI secolo, visita le opere di Toyo Ito, Tadao Ando, Kenzo Tange, Yoshio Taniguchi e frequenta corsi di buddismo presso l’Università di Kyoto. Nei suoi tanti appunti pubblicati su Instagram, c’è anche un riferimento a Giancarlo De Carlo, al progetto dei Collegi universitari di Urbino, ai volumi compatti e aperti allo stesso tempo. Tra le opere più convincenti del periodo spicca il centro comunitario Idea Store Whitechapel a Londra (2004), che rompe gli schemi della classica biblioteca, affiancando alla cultura strutture sanitarie, scuola di danza e servizi di formazione continua. La semplicità del volume è scandita in modo elegante dalle calde colorazioni delle doghe di legno che ne definiscono il perimetro esterno vetrato, una lusinga dei piaceri ancestrali africani.

Ma è negli anni recenti che Adjaye sembra trovare la propria strada, tanto da fare un balzo in avanti e affermarsi come progettista internazionale in grado di gestire temi tra i più diversi e impegnativi. Quasi come uscito da un limbo, Adjaye ora si muove sicuro tra tentazioni formali (sempre solo accennate) ed elaborazioni materiche che destano non poco stupore. In realtà, dietro ai suoi progetti è sempre possibile intravedere una particolare narrazione; progetti che sembrano arrivare da lontano, echi di qualcosa che da qualche parte esiste ma che è rimasto celato alla vista per lungo tempo. Svelarne l’identità diventa il compito di questo progettista sofisticato e attento, che conduce il tema architettonico senza mai appesantirne il messaggio. Un linguaggio che invita a riflettere, ad andare indietro nel tempo, ad abbandonare le armi troppo appuntite dell’operatività a tutti i costi. La sensazione è, invece, quella di essere all’interno della narrazione di qualcosa che solo in seconda battuta assume le forme di un edificio.

Narrare l’architettura vuol dire accumulare idee sul tema specifico che si vuole raccontare, ripulirlo dal superfluo e poi arrivare ad aggiustamenti che diventano tematiche principali piuttosto che secondarie. Come in tutti i racconti che si rispettino, sono proprio questi indugi “infrastrutturali” ad assumere valore, a tenere viva l’attenzione del lettore. Ed è così che sono stati concepiti il National Museum of African American History and Culture a Washington (2016), caratterizzato da una facciata a tre livelli di pannelli in alluminio bronzati e inclinati, che diventano una sorta di tripla piramide rovesciata con l’intento di sdoganare la tradizione della lavorazione dei metalli da parte degli schiavi liberati; il centro d’arte contemporanea Ruby City a San Antonio (Texas, 2019), dove a prevalere sono gli effetti coloristici e tattili del calcestruzzo rossastro prefabbricato, realizzato a Città del Messico, che magistralmente passa da una finitura lucida nella parte inferiore a una più ruvida nella parte alta; la bellissima cattedrale nazionale del Ghana ad Accra (in cantiere), la cui forma deriva dalla volontà di democratizzare simboli tradizionali legati al culto e alla venerazione: dal cosiddetto “sgabello”, considerato sacro, espressione del potere della nazione, ai baldacchini cerimoniali, ai tabernacoli.

L’ispirazione ha sempre un carattere culturale in grado di smuovere terreno fertile dal passato (spesso legato alle proprie origini e ai trascorsi del popolo africano), con l’obiettivo di aprire ad esso le porte del presente facendo leva su un tono non più solenne ma colloquiale, sia che si tratti di un grattacielo residenziale in cantiere nel distretto finanziario di New York, dove il vetro è bandito, la facciata in cemento colato a mano evoca l’artigianato in muratura degli storici grattacieli del quartiere e le grandi finestre ad arco s’ispirano alle strutture mercantili che un tempo popolavano l’area (e, velatamente, a noti esperimenti novecenteschi come il Palazzo della civiltà italiana all’EUR); sia che si tratti del concetto di monumento rispetto al quale Adjaye matura un’idea molto personale in perfetta sintonia con l’attenzione per gli spazi pubblici ricordata e che, nel 2019, è stato oggetto della mostra “David Adjaye: Making Memory”, presso il Design Museum di Londra. In un certo senso, la memoria ufficiale delle cose deve poter circolare informalmente, proprio come oggi si fa con un link del web. Un monumento non più “monumentale” dunque, ma prêt-à-porter, così da arrivare al cuore di tutti, vuotato da sterili celebrazioni e riportato alla dimensione di luogo di discussione pubblica, di presa d’atto che il passato va attualizzato e non solo imbalsamato. «Penso che si possa creare un futuro migliore solo mettendo in discussione il passato», afferma Adjaye. Prova ne sia la sala di lettura sul fiume Gwangju, nell’omonima città sudcoreana (2013), un padiglione commemorativo il cui intento è «regalare ai pedoni un momento di grandezza, per sentirsi rafforzati all’interno del paesaggio»; o il Memoriale dei martiri a Niamey (in cantiere), in ricordo di tutti coloro che hanno perso la vita nella lotta al terrorismo in Niger, situato nel cuore della città e occasione per allestire una nuova piazza urbana, uno spazio di aggregazione civico multiuso.

 

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Last modified: 30 Novembre 2020