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Alessandro ColomboWritten by: Mosaico Patrimonio

Ri_visitati. Mel’nikov Dom a Mosca, ipotesi clonazione

La casa progettata da Konstantin Mel’nikov è assai fragile nel testimoniare la sua storia alle masse di turisti. Esiste un compromesso tra conservazione e fruizione?

 

Il passato

Quella che oggi è una delle icone più famose del Movimento moderno e, in particolare, delle avanguardie russe, nasce come una normale residenza. In verità abbastanza eccezionale per le circostanze storiche: il tentativo di Konstantin Mel’nikov (1890-1974) di rimanere in possesso del terreno nel centro di Mosca e di avere il permesso di costruire una casa privata – che avrebbe finanziato con i proventi di alcune buone commesse avute negli anni immediatamente precedenti – ebbe l’insperato avallo di un commissario della classe operaia che sostenne la necessità di vedere realizzato un progetto sperimentale unico nel suo genere. Così fra il 1927 e il 1929 viene costruita la casa, con struttura a due cilindri, che doveva essere un prototipo per abitazioni prodotte in serie. La casa fu progettata e realizzata da Mel’nikov con visionaria arditezza, ma con ristrettezza di mezzi. Da qui una serie d’ingegnose soluzioni per risparmiare materiale – ad esempio la tessitura dei muri in mattoni o l’orditura dei solai in legno – che non hanno mancato di manifestare i propri limiti in occasione degli eventi bellici (una bomba tedesca caduta poco lontano devastò seriamente i serramenti lato giardino) e delle susseguenti ricostruzioni di edifici più alti e più grandi di quelli originari che, negli anni, hanno portato lesioni, ancora attive, ma soprattutto hanno alterato irrimediabilmente il rapporto dell’architettura, dei suoi pieni e dei suoi vuoti mirabilmente risolti nelle famose finestre, con la luce del giorno, con il sole e i suoi raggi non così frequenti, ma anche con il grigiore diffuso che a lungo domina durante l’anno le giornate moscovite. Il principio generatore della casa è il focolare, attorno al quale si costruisce una forma a cilindri intersecanti che sono costituiti da un reticolo a nido d’ape a celle esagonali, 60 delle quali danno origine alle famose finestre. La grande sala di 50 mq al terzo piano è illuminata da 38 di esse e costituisce l’apoteosi quasi monumentale della, in verità, minuta casa. Evidente è il debito della struttura nei confronti delle grandi realizzazioni con gusci a traliccio in metallo brevettati e costruiti da Vladimir Shukhov a partire dal 1896. Quando Mel’nikov costruì la casa, in Russia erano già stati costruite da Shukhov circa 200 strutture a traliccio in acciaio, tra cui la famosa torre radio alta 160 metri a Mosca nel 1922. Mel’nikov e Shukhov si conoscevano bene e, insieme, avevano realizzato progetti come il Bakhmetevsky Bus Garage e il Novo-Ryazanskaya Street Garage: non sorprende dunque che la casa di Mel’nikov in Krivoarbatsky pereulok fosse costruita con una soluzione a guscio reticolare esagonale.

 

Il presente

Fra problemi di manutenzione, dissesti, pericoli di distruzioni, la casa arriva sino ai giorni nostri non senza scossoni. Rimasta nella disponibilità della famiglia, che pur ne litigava il possesso fra le eredi, fino ad anni recenti – ricordo una toccante visita accompagnato da Ekaterina Karinskaya, figlia di Viktor e nipote di Kostantin Mel’nikov, che per 18 anni ha vissuto nella casa facendo del suo meglio per conservarla e che poi ne verrà estromessa – nel 2014 la casa è diventata museo, entrando a far parte del MuAr, il Museo di Architettura di Mosca, grazie anche all’intervento della Russian Avantgarde Foundation, creatura del milionario Sergey Gordeev, che aveva acquisito in passato metà della casa dagli eredi di Lyudmila, l’altra figlia dell’architetto, donandola all’istituzione moscovita. Dopo questi spiacevoli fatti, il MuAr ha preso in consegna la casa, inventariato i pezzi storici che da padre, figlio e nipote sono arrivati sino ad oggi, iniziato il processo di restauro e conservazione coadiuvato anche dall’altra nipote dell’architetto, Elena Melnikova. Ne è nata così una casa-museo che subito si è scontrata con i problemi di tutte le dimore analoghe. Nel biennio 2017-19 è stata condotta una vasta campagna di studi e rilievi che ha portato alla stesura di un piano di conservazione con l’aiuto del grant “Keeping It Modern” della Getty Foundation (Stati Uniti) e delle elargizioni del gruppo PIK (Russia). I risultati sono consultabili sul sito della Getty e sono stati presentati nel gennaio scorso a Mosca. Ampio risalto è stato, inoltre, dato da cicli di conferenze organizzati da IconicHouses in Europa e in Nord America. Da questo punto si spera possa partire il restauro vero e proprio.

 

Il futuro

Può una normale casa di abitazione sopportare la visita di centinaia di persone ogni giorno? Ovviamente no. Tanto più se è uno dei capolavori più fragili del breve periodo delle avanguardie sovietiche. Che fare? Ad esempio lasciare che il giardino sia di libero accesso in modo che chiunque possa almeno transitarvi e godere delle volumetrie del famoso cilindro dalle finestre a rombo. Ancora, allestire una piccola mostra all’aperto fatta di delicate strutture metalliche che offrano disegni, documenti e finanche mettere un modello da esterno, uno spaccato che dia la contezza di ciò che si vede da fuori senza dover entrare, oltre anche ad un immancabile piccolo shop. Queste le strategie messe in atto sino ad ora dal MuAR.

La soluzione ardita? Congelato lo status quo della casa come in un cristallo il cui accesso sia permesso a pochi, pochissimi visitatori scelti che, in babbucce, si inerpicano fra i piani alla scoperta dei meravigliosi ambienti, costruire una nuova casa altrove, dichiaratamente un modello, un clone, ma che possa offrire a tutti la visita allo spazio interno e, cosa non da poco, restituire il giusto rapporto con la luce perduto nelle vicende della storia urbana. Dove? Questo si vedrà. In una nebbiosa e grigia mattina dell’autunno moscovita Elizaveta Likhacheva, direttrice del Shchusev State Museum of Architecture di Mosca, ci tratteggia con interesse questa prospettiva che, in effetti, avrebbe più di un vantaggio conservativo e, non confondendo l’originale con la copia, si offrirebbe come un laboratorio per sperimentare ciò che nell’originale è andato perduto e che nel clone sarebbe perfettamente possibile: il rapporto con la luce mediato dalle famose finestre. Una soluzione coraggiosa e poco ortodossa ma che, in questo specifico caso e comunque pur sempre nell’epoca dell’opera d’arte e della sua riproducibilità tecnica, potrebbe essere anche quella giusta anche al tempo del Covid.

 

The Melnikov House

Krivoarbatsky Lane, 10, Mosca

Visite guidate per 5 persone al giorno dall’1 luglio 2020

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Last modified: 13 Luglio 2020