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Carlo OlmoWritten by: Forum Reviews

«Domus», mille di questi numeri!

Con marzo 2016, la storica rivista fondata da Gio Ponti nel 1928 taglia il traguardo dei mille numeri (presentazione alla Triennale di Milano il 10 marzo alle ore 18). Carlo Olmo, fondatore di questo Giornale, coglie l’occasione per una riflessione sul ruolo della pubblicistica periodica di settore oggi, tra carta e web

 

È arduo non cadere nella retorica con le celebrazioni. Se poi quel che si commemora è un numero 1000 alla retorica rischia di aggiungersi un timore quasi reverenziale. Eppure questo evento coincide con una congiuntura difficile, non solo per il genere letterario “rivista”. A determinare la crisi di questo genere letterario e ancor più del rapporto tra informazione e interpretazione è l’esplosione di canali e forme con cui si comunica l’architettura contemporanea. Un mensile oggi ha gli stessi problemi – oserei dire di struttura narrativa, non solo di attualità – che aveva l’annuario un secolo fa. I linguaggi per primi si sono frammentati, sbriciolati, sincopati al punto che il de profundis di Schoenberg appare al confronto un lieder cataro.

È difficile senza una lingua e senza molte complicità far vivere una rivista. Le riviste costituivano, ancora alla fine del secolo scorso, una rete di rimandi, di polemiche costruite e gestite con raffinata malizia, una guerra di posizioni non guerreggiate che strutturavano il dibattito sull’architettura. Quella rete è esplosa e con quella la struttura non solo narrativa ma genealogica che ne scandiva i tempi. “Essere per” – ad esempio un’altra modernità, per l’identità nazionale o locale – erano modi che non escludevano, anzi quasi domandavano rigorose difese di una modernità che per definizione non poteva essere confinata… in una definizione. Ma forse la difficoltà più grande per una rivista è la perdita di peso della parola e dell’immagine: quasi ovviamente per ragioni opposte. Una parola senza lingua o lingue diventa un anagramma apollinairiano, quasi un gesto da soirée dada. Così immagini che non riescono più a prendere posizione, perché non ne hanno il tempo, perché sono bruciate da infinite altre, lasciano la rivista con un cassetto degli attrezzi davvero vuoto. E la crisi non si risolve andando on line, in forme pure o spurie, creando blog, rincorrendo i social media. Un dibattito che fonda la sua legittimità sulla non conoscenza del contesto è per l’architettura quasi necessariamente nihilista. Eppure «Domus» arriva al numero 1000 oggi. E per chi voglia accompagnare il nuovo… millennio con un piccolo contributo d’idee, forse non c’è momento migliore per farlo.

L’idea è quasi banale. E ricorrere a un riferimento caro persino a Cesare Pavese, il Bartleby di Herman Melville, non è un’evasione romantica. Lo scrivano che riscopre il senso della scrittura come maniera di ordinare accadimenti e gerarchie – quelle già turbate della vita di bordo così ben raccontate in un altro testo di Melville, il White Jacket – è forse la traccia che oggi il direttore di «Domus» Nicola Di Battista è chiamato a interpretare. La vita a bordo di una nave in preda a una tempesta mai incontrata è una metafora forse un po’ troppo ironica ma credo utile a farci capire che nuove gerarchie andranno trovate (tra testi e immagini, tra testo e oggetto, tra realismo e relativismo critico), come andranno ritrovate lingua e complicità. Una lingua non povera e non autoreferenziale, complicità non solo economiche e di scala o di scambio (di legittimità ad esempio tra rivista e social media). Anche qui forse una traccia, una sola, può essere indicata. Ovvero, la complicità con un’altra grande malata dell’architettura di oggi: la scuola e la formazione. Unite come i personaggi in lite e in conflitto del White Jacket dalla paura di affondare.

Reinventare la critica, il suo posizionamento sociale e non solo culturale, i modi della sua pratica, la fuoriuscita dalla sua riduzione a un relativismo esasperato e sterile, il suo ancor più essenziale rapporto con l’etica sono le nuove frontiere per una rivista. Una posizione che somiglia forse oggi al deserto che Drogo osservava, vedendo morire i suoi compagni. Ma è anche il deserto che apre infinite possibilità, proprio perché l’agorà del confronto, della critica, della dialettica non sofistica oggi non è occupato e non può essere occupato dalle lingue, dalle forme di comunicazione, dall’esasperazione delle immagini che circondano le mura della nostra fortezza Bastiani. E le opportunità fanno l’uomo felice di poter ancora concepire il cambiamento: la meta più ambita per chi osserva, guarda, commenta e discute della casa dell’uomo.

 

I direttori di «Domus» dal 1928 a oggi

001-Gen-1928Domus1000

Gio Ponti (gennaio 1928-dicembre 1940)
Melchiorre Bega, Massimo Bontempelli, Giuseppe Pagano (gennaio 1941-luglio 1942)
Massimo Bontempelli, Melchiorre Bega (agosto 1942-settembre 1942)
Massimo Bontempelli, Melchiorre Bega, Guglielmo Ulrich (ottobre 1942-dicembre 1942)
Melchiorre Bega, Guglielmo Ulrich (gennaio 1943-settembre 1943)
Melchiorre Bega (ottobre 1943-dicembre 1944)
1945 «Domus» non esce
Ernesto Nathan Rogers (gennaio 1946-dicembre 1947)
Gio Ponti (gennaio 1948- fino a dicembre 1979 anche se morto il 16 settembre 1979)
Cesare Casati (solo direttore responsabile)
Alessandro Mendini, Gio Ponti (luglio 1979-luglio/agosto 1985; il primo vero numero di Mendini è gennaio 1980)
Lisa Ponti (vicedirettore, settembre 1985-febbraio 1986)
Mario Bellini (marzo 1986-dicembre 1991)
Vittorio Magnago Lampugnani (gennaio 1992-gennaio 1996)
François Burkhardt (febbraio 1996-luglio/agosto 2000)
Deyan Sudjic (settembre 2000-dicembre 2003)
Stefano Boeri (gennaio 2004-aprile 2007)
Flavio Albanese (maggio 2007-marzo 2010)
Alessandro Mendini (aprile 2010-marzo 2011)
Joseph Grima (aprile 2011-settembre 2013)
Nicola di Battista (settembre 2013-)

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Last modified: 18 Marzo 2016