Può un grande elmo piumato ospitare con agio le funzioni di un moderno complesso teatrale? Vale ancora la pena di soffermarsi sul rapporto tra forma e funzione negli edifici, oppure ciò è reso desueto dalla tecnologia? Allapertura del Palau des Arts Reina Sofia, concepito da Santiago Calatrava a completamento del progetto per la Città delle Arti e della Scienza di Valencia, e costruito nel vecchio alveo del fiume Turia tra il 1997 e il 2006, queste due domande occupavano la mente di chi, come noi, associa il costruito allopportunità di tessere relazioni sociali complesse e specifiche, che finiscono per informare dal di dentro la geometria dellambiente duso. Il Palau des Arts, al contrario, sembrava invertire il processo: definito da un progetto architettonico assoluto, intransigente e quasi minaccioso e caratterizzato da un gigantesco volume cavo, scolpito in acciaio e cemento armato e rivestito da materiale ceramico bianco tagliato in modo irregolare (trencadis), allinterno del quale andavano a sistemarsi quattro sale adibite a diversi tipi di rappresentazione, collegate da soluzioni spaziali e narrative chiaramente ad hoc. Che le scelte estetiche alla base del monumentale oggetto finissero per condizionarne sezioni, programma tecnico e caratteristiche funzionali era palese, ma fino a che punto forma e materiali potessero rimanere indipendenti dalle necessità strutturali delledificio-teatro (piuttosto che dellarchitettura) costituiva il nocciolo della questione.
A redimere i dubbi sullefficacia del rapporto tra ambizioni simboliche e realtà operative del complesso ci hanno pensato subito gli infiniti travagli post-inaugurazione, tra cui i diversi problemi di acustica, visibilità e controllo ambientale che hanno afflitto entrambe le sale maggiori, linadeguatezza di molti degli spazi di servizio e di produzione, e la necessità di ripensare la collocazione delle dotazioni igieniche e dei percorsi. In più, soluzioni realizzative e di linguaggio – come limpiego di pannelli di vetro per superfici di calpestio esterne, il rivestimento in cemento bianco degli spazi interni, lilluminazione zenitale degli spazi di lavoro al di sotto del piano di campagna (o di piscina, vista la successiva inondazione), nonchè la piantumazione degli alberi sui terrazzi – hanno arrecato difficoltà logistiche, tanto al processo di costruzione che a quello di gestione delledificio. Nel 2007, complice anche unesondazione del fiume che mette fuori uso impianti di scena e laboratori, la fabbrica del Palau riapre in grande per una serie dinterventi straordinari, anche di ricostruzione integrale. Tra le altre cose, la sala principale viene modificata, riducendo posti a sedere e trattando i rivestimenti, mentre lauditorium superiore viene totalmente rifatto insieme agli spazi di pertinenza. Oggi, a quasi tre anni da quei lavori, ledificio sembra aver raggiunto un suo equilibrio, anche se i lucernari degli uffici continuano a essere soggetti a infiltrazioni dacqua, la pavimentazione vetrata rimane scivolosa nei giorni di pioggia, gli invasi per palme e cipressi sui terrazzi creano ancora problemi di umidità, drenaggio e adattamento alle piante, e la manutenzione dei sistemi dilluminazione delle sale costituisce una sfida irrisolta. Lacustica però funziona (anche grazie allintegrazione di sistemi ausiliari di amplificazione), la visibilità è migliorata, il palco centrale può essere manovrato, accessi e collegamenti sono stati registrati, e la programmazione non subisce interruzioni. Dal punto di vista manutentivo, le perplessità circa il comportamento in uso dei materiali si sono affievolite. In generale il cemento bianco mantiene la sua apparenza superficiale, tantè che questa viene gestita in modo ordinario, e anche il trencadis non presenta segni evidenti di degrado.
Lottenimento del «tagliando» per la macchina-teatro, però, fa volgere lattenzione a tutto quello che tecnico non è. La funzione assegnata al complesso, infatti, non era solo di contenere attività specializzate ma anche di svolgere un ruolo di ridirezionamento urbano, produrre capitale simbolico, contribuire a fare di Valencia un polo di attrazione a scala internazionale e fornire una piattaforma di catalizzazione culturale per la comunità. Qui i distinguo diventano importanti.
Non cè dubbio che ledificio si sia imposto non solo come simbolo prorompente della Valencia contemporanea ma anche come elemento chiave allinterno delle politiche culturali e turistiche della regione. Inoltre, come primo effettivo teatro dopera nella città, ha garantito uninfrastruttura per lo sviluppo dellattività teatrale e musicale (come ad esempio la scuola di perfezionamento Placido Domingo) che prima non esisteva, anche se fortemente penalizzata dallattuale crisi spagnola.
Ciò che suscita perplessità, piuttosto, è il rapporto con il resto del tessuto fisico della città. Scala, linguaggio architettonico e posizione nellalveo del fiume fanno del Palau un protagonista tanto imprescindibile quanto isolato della (e dalla) scena urbana di Valencia. Di fatto, la retorica esasperata, autonoma e apparentemente compiuta delle sue forme, che poi è quella che ne ha determinato il valore iconico, crea rigidità duso e impossibilità di colonizzazione dello spazio da parte di pubblico, utenza in generale e natura. Forte o prigioniero della propria corazza, e indipendentemente dai cambiamenti interni, il Palau (con tutto il suo parterre di specchi dacqua) sembra incapace di umanizzarsi, integrarsi o semplicemente «invecchiare», rimanendo distante dal contesto reale dellarea e continuando a dare limpressione, anche dopo cinque anni, di unastronave atterrata per caso in prossimità di un anello autostradale. Paradossalmente, più il tempo passa più listituzione si fa oggetto della propria alienazione, forse nel tentativo di cristallizzare il genio dellarchitetto ma sicuramente tradendo la totale mancanza di empatia per quello del luogo.
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