La Svizzera a Venezia: Freespace is House Tour

by • 1 maggio 2018 • Biennale di Venezia2031

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Intervista ad Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van der Ploeg e Ani Vihervaara, curatori del Padiglione elvetico intitolato “Svizzera 240: House Tour” alla 16. Mostra internazionale di Architettura

 

240 è il numero magico e, all’interno di “Freespace”, sarà l’unità di misura di “Svizzera 240: House Tour”, la presenza elvetica alla Biennale di Venezia 2018. Commissionato dalla Swiss Arts Council Pro Helvetia e curato, in seguito a una call per la selezione, da Ani Vihervaara, Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van der Ploeg (assistenti e ricercatori all’ETH di Zurigo; nella foto a fianco, credits KEYSTONE/Christian Beutler), il Padiglione si focalizza sui temi dell’abitare con innovativi e inaspettati punti di vista, grazie a un ricco atlante di immagini e scene. In questa intervista i curatori ci presentano il tour, reale e fotografico, che propongono.

 

Perché avete scelto l’abitare come tema attuale ed emblematico? Qual è la sua contemporaneità?

L’obiettivo della nostra installazione è l’immagine degli interni non arredati delle abitazioni collettive. Per molti versi, il modo in cui appare lo spazio interno di un appartamento non è questione né nuova né contemporanea: dall’inizio del XX° secolo, il riferimento architettonico per eccellenza, cioé l’appartamento, è un volume alto 240 centimetri, rivestito da pareti bianche, battiscopa, pavimento in legno o in piastrelle e componenti e accessori sempre più standardizzati. Questo è ciò che ci interessa. Nella sua consistenza e nella sua ubiquità, l’interno degli alloggi può essere considerato una delle invenzioni moderne di maggior successo. Una chiave per la longevità di questa estetica degli interni è stata la sua modestia, la sua capacità di eludere il campo della rappresentazione architettonica nascondendosi dietro la più razionale e comparabile misura delle superfici dei piani. Nella seconda metà del XX° secolo, possiamo notare una spaccatura tra l’architettura, l’abitare e i suoi interni. Gli architetti hanno preso il controllo della pianta e l’immagine, cioè la presenza materiale degli interni stessi, è stata consegnata alla cultura popolare (come le riviste di arredamento per la casa) o ad altri campi del design. Questa scissione tra alloggio come pianta e abitazione come immagine è contrastata dalla crescente importanza delle fotografie degli interni non arredati diffusi dai media svizzeri. Ci piace chiamare queste fotografie le immagini di un tour della casa. Infatti l’involucro interno dell’appartamento viene temporaneamente rimosso dal contesto, lo sfondo architettonico viene portato in primo piano, diventa il protagonista. Utilizziamo questa iconografia come un invito o un’opportunità per riportare l’immagine o l’aspetto visuale della casa al centro dell’attenzione architettonica e per rivalutare il suo ruolo nel contesto attuale.

 

Cos’è “Freespace” nella vostra visione? Come si integra il tema generale di questa Biennale nel programma del Padiglione?

Pensiamo a “Freespace” come ad un percorso di ricerca architettonica verso potenzialità, generosità o sorprese che sono oggi latenti nel mondo, nella città e, per noi, nell’appartamento. In questo modo “Freespace” definisce l’architettura come una pratica speculativa. Uno strumento che l’architettura ha per scoprire o rivelare questo potenziale ora trascurato è proprio la rappresentazione e le rappresentazioni architettoniche sollecitano modi alternativi per vedere il mondo, permettendoci di scoprire nuove possibilità sia nel quotidiano che in condizioni più estreme. Proponiamo così il “tour della casa” come una nuova forma di rappresentazione architettonica. Le “visite alle case” sono un fenomeno culturale globale, ma in Svizzera hanno un ruolo speciale, anche nella produzione architettonica degli alloggi. Questo tour (che sia sperimentato di persona oppure attraverso fotografie) reindirizza lo sguardo professionale verso una consapevolezza dell’abitazione non solo come efficienza planimetrica o quantitativa, ma anche verso le qualità o le potenzialità che si sviluppano quando un appartamento è colto in termini specificatamente visivi e materiali. Per noi il valore del “tour della casa” e la relativa immagine non sta solo nella capacità di documentare passivamente la ricchezza qualitativa dei manufatti costruiti, ma anche nell’abilità di inquadrare attivamente e di costruire una visione o una sensibilità molto specificatamente architettonica. Nella nostra installazione portiamo alle conseguenze estreme questo potenziale, nel tentativo di evidenziare la natura speculativa e partecipativa della rappresentazione architettonica.

 

Come vi rapportate all’edificio che ospita il Padiglione? Ha un impatto sul programma?

In realtà, tutto è esattamente iniziato con l’edificio del Padiglione. Quando abbiamo deciso di candidarci per la call che selezionava chi curasse il contributo svizzero alla Biennale di quest’anno, abbiamo iniziato studiando proprio il padiglione disegnato da Bruno Giacometti. Lui voleva creare uno spazio in cui i visitatori si sentissero a proprio agio, come fosse la loro casa. Marcel Meili una volta ha descritto Giacometti come “uno di quegli architetti svizzeri che si erano adoperati a forgiare una poco spettacolare, più accogliente variante dell’architettura moderna”. Forse è per questo che, se tralasciamo la scala, la pianta del Padiglione svizzero appare molto simile alla pianta di un appartamento.

 

LEGGI L’INTERVISTA IN LINGUA INGLESE

 

Immagine di copertina: Il Padiglione svizzero a Venezia per «Svizzera 240: House Tour» © Alessandro Bosshard, Li Tavor, Matthew van der Ploeg and Ani Vihervaara.

 

 


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