Damnatio memoriae: è giusto “neutralizzare” la casa del Führer?

by • 20 Giugno 2020 • Mosaico, Progetti1203

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Desta molte discussioni in Austria l’esito del concorso per la trasformazione della casa natale di Adolf Hitler, ad opera dello studio Marte.Marte

 

BRAUNAU AM INN (AUSTRIA). 20 aprile 1889. È la data di nascita di Adolf Hitler in una tranquilla cittadina dell’Oberösterreich (Alta Austria), in una vecchia casa che sorge a poca distanza dal confine tedesco. Chi passa da qui non manca mai di vedere il luogo dove tutto iniziò. L’aver dato i natali al dittatore nazista è un’eredità pesante per la gente di quei posti che, da decenni, fa di tutto per cercare di cancellare questa opprimente ombra proiettata sulla propria storia. Eppure, quella tranquilla casa dall’intonaco giallino di per sé nulla dimostra e ricorda, se si esclude la scomoda presenza del grande masso di pietra, inciso e deposto in strada per rammentare a tutti il dramma nazista. La casa è fisicamente sopravvissuta al conflitto mondiale ed è stata recentemente espropriata dallo stato austriaco dopo una lunga disputa legale. Resta invece, e da sempre irrisolta, la difficile questione dell’uso dell’edificio, sia per impedire le ricorrenti manifestazioni neo-naziste, sia per cercare di scolorare la drammaticità degli eventi storici che pesano come un macigno sulla coscienza collettiva.

Da pochi giorni il ministro degli interni, Karl Nehammer (linea dei conservatori cristiano-sociali), ha ufficialmente presentato alla stampa la trasformazione dell’edificio come caserma di polizia, perché a suo dire «la polizia è la principale garante delle libertà e dei diritti civili». Una competizione era stata bandita, nel 2019, dal suo predecessore Wolfgang Peschorn, stesso colore politico, il quale intendeva con questo atto dimostrare che finalmente «da questo edificio è stato tolto per sempre il ricordo del nazionalsocialismo». La chiara strategia politica e culturale è stata coerentemente perseguita dalla giuria del concorso, che ha assegnato la vittoria al noto studio austriaco Marte.Marte di Feldkirch (Vorarlberg).

Gli architetti hanno semplificato il fronte della vecchia casa, parzialmente tutelata dalla Soprintendenza, eliminandone le timide decorazioni Biedermaier per poi dotarla di un doppio tetto a spioventi, ispirato alla sua originaria struttura binata. Un cambio “di facciata”. È probabile, però, che la dimora del dittatore fosse collocata nei corpi minori che sorgevano in seconda fila e che sono andati distrutti nel tempo. Il lotto catastale è molto allungato e costeggia un parcheggio pubblico. All’edificio su strada gli architetti hanno aggiunto un ulteriore corpo di fabbrica, dalle frigide forme tradizionali, che trova una conclusione in un terzo volume più basso, che sporge a sbalzo ed è caratterizzato da un’articolata geometria delle coperture. Un parcheggio interrato si allarga nel vuoto urbano adiacente, destinato ad ospitare un piccolo giardino pubblico. La prospettiva presa da questo punto di vista, con bambini che giocano rincorrendo aquiloni, è alquanto inopportuna vista la situazione, ma nella sua leggerezza grafica sottolinea anche quanto il progetto rispecchi lo scopo vero del concorso: realizzare un atto di deliberata cancellazione della memoria e di pacificazione delle coscienze.

Ma è giusto dissolvere in questo modo le tracce di una tragedia immane solo per poter dimenticare? La «neutralizzazione della memoria» perseguita a Braunau sta sollevando violente polemiche da molte parti. Il Comitato austriaco Mauthausen (MKÖ), attraverso le parole del suo presidente Willy Mernyi, sottolinea come «la progettata trasformazione della casa natale di Hitler si orienta al motto “soppressione anziché confronto”». Tanto più pericolosa, la soppressione, per il suo valore simbolico e perché l’Europa moderna non ha mai saputo affrontare, fino in fondo, l’analisi critica della scomoda eredità del nazi-fascismo.

Riguardando questa modesta casa giallina che sorge sulla Salzburger Vorstadt 15, il ricordo corre ad un’altra casa, quella tiepida magione che Primo Levi immagina nella sua poesia Se questo è un uomo (1947): che quella casa si “sfaccia” se la memoria di ciò che è stato non viene tramandata dai padri ai figli… «Meditate che questo è stato», dice dolorosamente Levi nel corpo del testo e, a questo duro monito, dovrebbe essere consentito a nulla e a nessuno di facilmente sfuggire.

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