Ri_visitati. I 60 anni di Brasilia, icona spaesata e spaesante

by • 5 Maggio 2020 • Città e Territorio, Mosaico, Progetti1562

Share
La ricorrenza dell’inaugurazione della capitale sorta nel nulla lontano da tutto, proiezione modernista ma astratta del Brasile, divisa tra fan e detrattori. In prospettiva, il cantiere del Museo della Bibbia, ennesimo nodo tra politica e architettura

 

Il passato

Brasilia comincia con il Concorso nazionale per il Piano pilota della nuova capitale del Brasile pubblicato nel “Diario Oficial” il 30 settembre 1956 – come da programma elettorale del presidente Juscelino Kubitschek, al quale si deve sia la volontà di spostare la capitale da Rio de Janeiro, sia l’iniziale intenzione di bandire un concorso internazionale. Alla giuria, che restò internazionale, furono quindi presentate 26 proposte da parte di autorevoli progettisti brasiliani, tra i quali João Vilanova Artigas e i fratelli Marcelo, Milton e Maurício Roberto. Come scriverà lo stesso Kubitschek, “La società Construtec spenderà 400mila cruzeiros per presentare il proprio progetto, con modelli, disegni ed immagini a colori […] Lucio Costa, per lo stesso concorso, spenderà 25 cruzeiros per carta, matita, inchiostro e gomma, per totali 64 ore di lavoro, e vincerà”.

Brasiliano cosmopolita nato in Francia, Lucio Costa (1902-98) è stato uno straordinario intellettuale militante che ha spaziato dalla riforma dell’insegnamento delle Belas Artes verso quello dell’architettura, alle riflessioni sulla tradizione, alla diffusione del modernismo, al fondamentale impegno istituzionale per la tutela del patrimonio storico. A Costa si deve anche il (censurato) culture-clash prodottosi con l’invito rivolto a Le Corbusier nel 1936 per il progetto del Ministero dell’Educazione e della Salute a Rio de Janeiro – edificio che verrà realizzato negli anni della Seconda guerra mondiale dallo stesso Costa, con Leão, Niemeyer, Reidy, Vasconcellos, Machado Moreira e la cura paesaggistica di Burle Marx -: una ferita aperta che si ripercuoterà anche sulla Maison du Brésil (1959) a Parigi, il cui progetto preliminare di Costa fu pesantemente “rivisto” da Le Corbusier, al punto che Costa non lo firmò.

Per queste correnti transatlantiche vale anche ricordare che l’altra capitale modernista costruita nel ‘900, Chandigarh in India, fu appunto opera di Le Corbusier con Pierre Jeanneret, Jane Drew e Maxwell Fry, e cominciò nel 1951 distruggendo un ambiente locale fatto di piccoli insediamenti con bacini idrici a servire coltivazioni di scala familiare. Brasilia invece è infrastrutturazione ed urbanizzazione del ricco bioma della savana tropicale (in portoghese, cerrado), in un luogo equidistante da tutto, per mezzo della croce del primo schizzo di Costa, che oggi appare più vicina alla tragica memoria dell’Occidente cristiano colonizzatore di quanto non lo sia la profezia di San Giovanni Bosco citatissima nei materiali di comunicazione; tra questi, la pubblicità del trattore Caterpillar col presidente Kubitschek alla guida rivela l’altra parte della storia, quella della forza della tecnica per dominare la natura.

Pensata per 500.000 abitanti, Brasilia è strutturata dal disegno urbano del “Dr. Lucio”, che come architetto vi progetta e realizza un solo edificio, la stazione-piattaforma viaria, significativamente posta nel punto di connessione dei bracci della croce, divenuta arco e freccia. Al di là della infrastruttura della stazione, a Brasilia tutti gli edifici più importanti sono iconica ed elegante opera di Oscar Niemeyer – già membro autorevole della giuria internazionale del Piano pilota, nonché autore dell’acclamato complesso della Pampulha a Belo Horizonte (capitale dello stato di Minas Gerais), realizzato negli anni ‘40 su incarico dell’allora prefetto Kubitschek, per il quale Niemeyer realizzò anche la casa, sempre a Belo Horizonte.

Forse a causa della visibilità dell’architettura della capitale rispetto al piano da cui discende, nell’immaginario popolare brasiliano il nome di Niemeyer è noto quasi quanto quello di Pelé, mentre Costa lo conoscono gli addetti ai lavori. Del resto, come la insuperabile seleção di Pelé, Brasilia è stata anche la proiezione modernista planetaria di un Paese, nel caso specifico anche onda lunga della celebrata mostra al MoMA di New York (1943) “Brazil Builds: Architecture New and Old 1652-1942”, ovvero segnale di leadership per l’intero continente sudamericano non omogeneo né culturalmente né politicamente. Costruita in mille giorni da costruttori in larga parte provenienti dal Minas Gerais – che per vox populi avrebbero anche fatto omaggio a Kubitschek di una proprietà in campagna presso Petropolis, nello stato di Rio de Janeiro – la capitale viene immortalata da fotografi importanti, tra i quali Marcel Gautherot (1910-96), il francese stabilitosi in Brasile nel 1940 che la ritrae dal 1958 alla metà degli anni ‘60 su incarico di Niemeyer.

Vale anche ricordare che nel settembre 1959, in occasione del congresso dell’Associação internacional de críticos de arte organizzato da Mario Pedrosa – pluriesiliato, figura chiave nell’articolazione intellettuale del Paese – la visitarono, non-finita, Giulio Carlo Argan, Meyer Shapiro, Richard Neutra, André Chastel ed altri, Bruno Zevi incluso, che la giudicò “kafkiana”, criticandone anche l’architettura trasformatasi in serie di monumenti, troppo dipendente da azioni dall’alto (paternalistiche) e troppo legata ad un piano che non esprime possibilità evolutive. Se, da una parte, è banale ritenere che il giudizio del wrightiano Zevi fosse dovuto alla linea che Costa e Niemeyer dicevano modernista-corbusiana, una comparazione con Chandigarh rende evidente che le due capitali del ‘900 si somigliano poco o nulla se non, forse, per il sostanziale simmetrico fallimento dei rispettivi piani, peraltro entrambi studiati per 500.000 abitanti. Di fatto, tanto l’architettura di Chandigarh è brutale, primaria e priva di finiture da essere infrastruttura, a maggior ragione nelle parti residenziali occupate (invase) dai suoi abitanti, all’opposto quella di Brasilia ambisce al bien-fait, curata nei suoi edifici chiari, puliti, netti e misteriosamente eleganti. Come se – stante l’operazione totalmente artificiale di pensare da zero una città per mezzo milione di abitanti – l’architetto brasiliano che costruisce Brasilia fosse riuscito a raggiungere un alto livello di astrazione (estraneità) rispetto al Brasile popolare: quello stesso che già allora Lina Bo Bardi, Roberto Burle Marx ed alcuni antropologi d’importazione studiavano e collezionavano. Dall’altra parte del mondo gli architetti europei che costruiscono Chandigarh riescono invece in una qualche ibrida “indianità”, perfino oltre quel che un europeo normalmente può fare lavorando in un luogo complesso e contraddittorio come l’India. Ancora, a Chandigarh va sottolineata la presenza e l’azione continua in loco di Jane Drew, mentre Brasilia è prodotto di un pensiero integralmente machista (Kubitschek, Costa e Niemeyer), in linea con la più consueta tradizione sessista dell’urbanistica e dell’architettura; apparentemente la prima architetta che vi ha lavorato, Mayumi Watanabe Souza Lima, ha realizzato una parte di una superquadra – basata sul progetto della sua tesi di laurea – nel 1968.

Va anche ricordato che Kubitschek – il quale inaugurò Brasilia il 21 aprile 1960 – restò in carica un solo mandato, fino al gennaio 1961; le ingenti spese per la costruzione ed il trasferimento della capitale sono considerati tra i fattori critici della sua presidenza, le cui ripercussioni economiche in qualche modo favorirono l’ascesa al potere dei militari nel 1964. Con il film Brasilia: contraddizioni di una città nuova (1967) di Joaquim Pedro de Andrade – insieme a Glauber Rocha uno dei massimi esponenti del Cinema novo brasiliano – si conclude in modo corale, per la narrazione di Ferreira Goulart con Maria Bethania che canta Viramondo di Gilberto Gil e Capinam, la stagione eroica di Brasilia insieme a quella della libertà del Paese, che di fatto viene sospesa con l’Atto istituzionale n.5 del 13 dicembre 1968 che sancisce l’inizio di venti anni di dittatura.

 

Il presente

Dal 1987 nella lista del Patrimonio UNESCO, la capitale oggi ha superato i 3 milioni di abitanti, espandendosi ben al di là del Piano pilota con le sue favelas. Dopodiché si è anche divisa in due popoli: i fan assoluti, cioè coloro che amano viverci e ne rivendicano la condizione di straniamento, la costante necessità dell’auto per cui è stata progettata, ma anche il carattere di vicinato che alcuni di coloro i quali son riusciti ad organizzare la propria vita next door, nel tempo han creato nelle superquadras. Tra i fan assoluti rientrano anche coloro che approfittano della straordinarietà del lago, dov’è intensa l’attività degli sport di remo. Accanto a costoro esistono molti dipendenti pubblici – Brasilia è essenzialmente una città amministrativa – che il venerdì pomeriggio fuggono all’aeroporto, insieme a molti dei politici, con un’intensità e un’urgenza che in Europa può essere paragonata a quanto accade a Bruxelles, altra città che vive di amministrazione.

Fatto sta che passare un week-end a Brasilia visitandone le architetture è una sfida non banale. Volendo affrontare, ad esempio, l’asse monumentale che la percorre, si può cominciare dal monumento più originale, un piccolo parallelepipedo di calcestruzzo armato bianco con le due pareti maggiori vetrate, all’interno del quale è custodita la Cadillac di Kubitschek, appunto caposaldo dell’asse monumentale. Da lì si può entrare nel mausoleo del Fundador (Kubitschek), caratterizzato da un ambiente interno con rifiniture in ottone e moquette rossa, che ad occhi profani può perfino rievocare un night club anni ‘70. Disponendo di tempo e gambe, si può poi scendere verso al piazza dei Tre poteri, centro simbolico della democrazia brasiliana ove, sull’astratto sfondo del famosissimo parlamento di Niemeyer, avvengono tutte le manifestazioni politiche, da quelle per l’impeachment della presidente Dilma Roussef (2015-16) e che comportarono la costruzione di una grande palizzata sull’asse stesso, per dividere i manifestanti favorevoli da quelli contrari, a quelle recentissime per cui il presidente Jair Bolsonaro, nonostante la pandemia, ha riunito i suoi elettori, definendo il Covid-19 “una influenzina”.

 

Il futuro

La grande incognita architettonica della capitale è la costruzione, da poco lanciata, del Museo nazionale della Bibbia, uno spazio per 50.000 persone basato su alcuni schizzi di Niemeyer e situato sull’asse monumentale vicino alla grande stazione di Costa. Ancora una volta si tratta di una questione che unisce la politica – per la forza che la presenza della Chiesa evangelica sta assumendo in Brasile ed in America tutta – con l’architettura, dato che si tratterebbe di un edificio postumo, del quale appunto esistono pochi schizzi a firma di Niemeyer.

(Visited 880 times, 1 visits today)

Pin It

Comments are closed.